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davide formisano

di Camilla Domenella

Il teatro gremito si coccola nell’attesa dell’inizio del concerto. Le voci acute di una scolaresca di bambini appollaiati sui palchetti arrivano fino in platea. La loro vivacità compensa la compostezza di ascoltatori più attempati ed esperti, che già calibrano in silenzio il proprio raccoglimento.

L’orchestra non si fa attendere. Sale sul palco ordinata e sicura. Il primo violino concertatore dà il “la”. Il suo suono chiaro e disteso accende il teatro, ipnotizza gli spettatori, richiama l’attenzione. A quello si accordano, l’uno dopo l’altro, gli archi, i flauti, gli oboi, i fagotti: tacciono le voci bianche dei bambini sui palchi.

Così il pubblico di martedì del Teatro Lauro Rossi si apprestava ad accogliere sul palco il protagonista della serata. Davide Formisano, milanese di nascita e formazione, è, probabilmente, il maggior flautista italiano. La sua biografia è costellata di premi importanti – come quelli ottenuti, giovanissimo, al Concorso Internazionale di Stresa, di Budapest, o all’ARD di Monaco di Baviera – e di collaborazioni illustri – James Galway e Phillipp Moll sono solo due dei tanti nomi celebri -. Dopo l’esperienza come Primo Flauto Solista con l’Orchestra Filarmonica della Scala, Formisano ha intrapreso la carriera cameristica e solistica che lo ha portato nei teatri di tutto il mondo. In due anni, dal 2012 ad oggi, si è esibito in Europa, Asia, Nord America e America Latina, attestandosi sempre come uno dei maggiori interpreti dello strumento.
Da questi angoli di mondo al Teatro Lauro Rossi, il passo poteva sembrare tutt’altro che breve. Invece, l’eco della FORM, Orchestra Filarmonica Marchigiana, è arrivata fino a Formisano, che ha proposto al pubblico maceratese un repertorio vario, ricco, appassionato.

Formisano sale sul palco con la disinvoltura gioiosa del Pifferaio di Hamelin, e, come questo, incanta l’uditorio.
Sulle note del Concerto per flauto e orchestra n.1 in sol magg., K. 313 di Mozart, il flauto di Formisano scorre agile e sicuro. Le note scandite restano piene nel loro veloce avvicendarsi. Il flauto di Formisano suona intenso come un’alba crescente d’estate, si spiega come il farsi rossa di una rosa di maggio, va intessendosi ricco come un diadema di regina.

L’Allegro maestoso lascia poi il posto all’Adagio non troppo. Le note si fanno più gravi. Formisano le suona accorato, con un timbro pulito e sincero. L’idillio si compone di una strana malinconia, non arrendevole bensì quieta, pensosa ma non sola. Gli archi, in sordina, incorniciano l’armonia del flauto, che si abbandona ad un’aura dolce e soave, che scende come un sole soddisfatto per aver compiuto il proprio moto.

Il repertorio mozartiano si avvia alla sua conclusione col Rondò: Tempo di Minuetto. L’atmosfera si fa vibrante, allegra, festosa quasi. Il flauto di Formisano l’arricchisce con maestrìa. Il suono, fresco e pieno, volteggia delicato come la prima rondine di primavera, che mai si posa, mai si stanca, mai perde la sua vivace eleganza. L’orchestra suona un cielo limpido e terso come l’equinozio di marzo.

Lo scroscio di applausi segna il cambio di repertorio. Dai boschi dell’Austria di Mozart, si scende ai deserti della Spagna.
Formisano propone al pubblico maceratese la sua rielaborazione per flauto e archi di Carmen Fantaisie di Pablo de Sarasate. Sarasate, violinista spagnolo, aveva, nel 1883, ripercorso la celeberrima Carmen di Bizet. Da compositore quale anche era, Sarasate aveva riscritto per violino le più famose arie dell’opera bizetiana, l’Habanera e la Seguidilla, esaltandone l’energia, la sensualità, il fuoco spagnolo. Formisano ha ripreso in mano quegli spartiti e ne ha fatto un’opera per flauto ed orchestra.
Lo strumento diventa voce, mentre le note guizzano e rimbalzano sopra gli archi. L’armonia è ipnotica, paralizzante nel suo dinamismo. Quello che emerge è il profondo di una sensibilità innocente e crudele, prospera e deserta, fertile e arsa dal sole.
Il suono del flauto, associato quasi per convenzione a musiche dall’atmosfera idilliaca, stupisce in questa veste di trascinatore veemente, di incantatore travolgente. Formisano, pure in questa rovente atmosfera, riesce a modulare alla perfezione i suoni del suo strumento, senza eccedere, senza cadere né in virtuosismi superflui né in un parossistico pathos. Appare come un toreador galantuomo: impetuoso sì, ma furioso mai. Così, attraversa con vigore il tema della Seguidilla, affronta con coraggio il fatalismo ardente dell’Habanera, facendo apparire prima l’una poi l’altra malvagia, perversa, raffinata, fantastica”, con quel flauto che “avanza con passo leggero e composto”. Con queste parole infatti Nietzsche recensiva la Carmen. A questa parole non si può non pensare recensendo l’interpretazione di Formisano.

La performance del flautista milanese sconvolge ed esalta il pubblico, che non sazio, sfinito dal suo battere le mani, chiede un bis. Formisano lo concede, interpretando una Sonata per flauto di Bach.
Quello che concede agli spettatori è molto più di un semplice insieme di note ben eseguite. Il flauto di Formisano, come una macchina del tempo, trasporta l’uditorio in un Settecento complesso e ricco, padrone della forma, tipicamente barocco.

La seconda parte della serata è dedicata alla Sinfonia n. 5 in si bemolle magg., D. 485 di Schubert, tutta interpretata dall’Orchestra Marchigiana.
Questa opera di Schubert, intrisa di echi mozartiani, è un capolavoro di delicato romanticismo. L’Allegro con cui si apre, introduce un senso di potenza, a tratti di solennità, che si scioglie in un languore che non è abbandono, ma trasporto. Risale poi il tono, la forza, le grida quasi dei violini, che pure non perdono la loro grazia, condotti dai fiati.

Tutto si commuove, poi, nel secondo movimento, Andante con moto. La melodia cullante si svolge dolcissima in quel suo oscillare tra maggiore e minore, in quel suo estendersi per poi contrarsi, in quel suo insistere per poi risolversi. L’impressione è quella di una fiaba possibile, di un desiderio inespresso, di un sogno ad occhi aperti.
L’Andante con moto si trasforma poi in un Minuetto imponente e austero. Nell’unisono dell’orchestra si condensano i suoni più diversi. Emergono le immagini sonore della paura, del timore, di un fatalismo irrequieto, che però vanno a comporsi in una perfezione che avvicina al sublime.
Infine, splendente come un Sole, come una Luna, come le stelle lontane, squilla il suono dell’ultimo movimento, l’Allegro vivace. Si condensano qui tutte le emozioni passate, le immagini pensate, i sogni rincorsi. In un crescendo instabile si succedono melodia e variazioni, che culminano nel suono vibrante degli archi. Come leoni non ammaestrati si danno addosso, ruggiscono senza tregua, si guardano sfidandosi, infine si fanno cheti. L’inviluppo finale lascia qualsiasi giudizio in sospensione.

Così gli ascoltatori più attempati ed esperti restano estasiati, così le voci dei bambini restano afone.
I musicisti sul palco godono infine dei loro meritatissimi applausi.

(In foto: Davide Formisano)

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