manifesto

Riot Breaks Out After Game In Vancouver

Verso una nuova sorgente

di Alessandro Seri

Siamo come un bacio giovane in mezzo alle cariche della polizia, come un omino con la busta della spesa che ferma file di carri armati, come chi si getta da trentanovemila metri per vedere se riesce a superare la velocità del suono, come i monaci che silenziosi traversavano le vie di Rangoon, come chi non ha la pretesa di cambiare il mondo ma è cosciente che serve un atto di coraggio anche soltanto per modificare il proprio percorso. Abbiamo un punto di riferimento, un nucleo caldo, un nido e insieme una visione formatasi dall’unione di tante idee originali; di certo a far intersecare queste rette è stato l’affetto per le nostre origini, per la storia della nostra terra, per la sua cultura secolare.

A gennaio del 2010, tre anni anni or sono, nasceva tra lo scetticismo generale ma con la forza delle ragioni insite negli studi dell’economista Antonio G. Calafati e con l’appoggio della Camera di Commercio di Macerata, l’esperienza dell’Adam, l’Accademia Delle Arti Macerata. Un gruppo di diciotto artisti musicisti e intellettuali che unendosi hanno voluto utilizzare le proprie rispettive peculiarità culturali, i propri talenti, per dare visibilità alla provincia di Macerata, per tentare di fendere la coltre di colpevole indifferenza che circonda una terra ed i suoi innumerevoli tesori nascosti. Oggi l’Adam Accademia è composta da trentacinque soci più tre soci onorari che sono stati scelti come esempi da seguire: il Presidente della Camera di Commercio di Macerata, Giuliano Bianchi; la stella del jazz che ha voluto Macerata come casa, Mike Melillo; il più grande regista e produttore di musical in Italia, Saverio Marconi.

A fronte di questa nuova idea, di questa spinta alla cultura e dopo tre anni che hanno visto l’Adam esporre i propri artisti in collettive a Roma, Milano e Berlino; organizzare per tre anni e in un crescendo di consensi il festival Macerata Ospitale; entrare a far parte con la rassegna Pomeridiana del cartellone del Macerata Opera Festival, gestire con il contributo essenziale del Teatro Rebis l’unico teatro di sperimentazione in provincia di Macerata e cioè il teatro di Villa Potenza; far partire strette collaborazioni con la casa editrice Vydia e con l’International Association for Art and Psychology; partecipare come promotori culturali e invitati a convegni presso le sedi della Provincia di Firenze e il Comune dell’Aquila; dopo aver ricevuto le attenzioni di Bruce Sterling che ha scritto di noi su Wired America; dopo tutto questo abbiamo capito che dovevamo osare ancora di più, optare per una nuova scommessa e cioè creare un web magazine che fosse capace di raccontare, con la freschezza di una redazione giovane e preparata, la vita culturale di una provincia che può essere paragonata per quantità e qualità di eventi soltanto a quella di città metropolitane. Così nasce l’Adamo, così nasce ciò che ci sembrava necessario per affermare l’indipendenza della cultura, la spinta costante al nuovo, la volontà di approfondire gli argomenti utilizando una grammatica del web piegata sul contemporaneo e secondo alcuni rivoluzionaria.

Dopo aver capito che le nostre intuizioni sull’arte e la letteratura associate alla augmented reality avevano molto a che fare con l’idea di frontiera, abbiamo riflettuto un instante sul fatto che non siamo stati i primi esploratori visionari che hanno calcato le nostre stesse strade; abbiamo sorriso a Lì Mǎdòu (il gesuita Matteo Ricci inserito dalla rivista Life tra le cento personalità più importanti del secondo millennio) abbiamo letto ad alta voce i versi di Giacomo Leopardi sul quale nulla c’è da scrivere più di quanto non sia già stato scritto, abbiamo spalancato gli occhi davanti alle opere di Gino Bonichi (Scipione), abbiamo accompagnato l’esploratore orientalista Giuseppe Tucci che Francis Ford Coppola ha voluto raccontare nel suo film Un’altra giovinezza, abbiamo ascoltato Alberico Gentili, giurista del ‘500, mentre insegnava all’Università di Oxford, abbiamo accolto Lorenzo Lotto e Torquato Tasso, guidandoli di nuovo nei luoghi dove hanno lasciato i loro ricordi e poi alla fine siamo saliti sulla canoa di Giacomo Costantino Beltrami che partì da Macerata per sbarcare a New York e poi proseguire su verso il Canada, a scoprire le sorgenti del Missisipi e lì ci siamo resi conto che in realtà stavamo viaggiando con Natty Bumppo, il cacciatore bianco soprannominato Occhio di Falco raccontato da James Fenimore Cooper nel suo celebre romanzo L’Ultimo dei Mohicani.

Se vi stavate domandando perchè il primo gennaio del duemilatredici nasce un web magazine come l’Adamo avete anche intuito la risposta; imparate a considerarci come degli esploratori e capirete che gli esploratori hanno bisogno di andare sempre un po’ oltre, di guardare più in là per continuare a sentire la vita (foto di Richard Lam).


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Tutto questo ben di Dio

di Alessandro Seri

Si riparte quindi, sperando che la mancanza non sia stata troppo lunga, che l’assenza non abbia pesato e che nessuno abbia pensato a L’Adamo come uno dei tanti giornali, cartacei o digitali, che dopo aver vissuto di entusiasmi e sacrifici finisce nel dimenticatoio o più direttamente fa la fine della pecora nell’inghiottitoio della piana di Castelluccio, cioè scompare. Abbiamo avuto bisogno di un mese per ripensarci, per specchiarci, per discutere e confrontarci sulla realtà del nostro essere piccoli, discreti e originali. Ammettiamolo tranquillamente, dopo un anno e mezzo di articoli giornalieri sulle attività culturali di una terra che offre tanta cultura quanta può offrirne una capitale, eravamo stanchi, affannati e forse un po’ disillusi.

Pubblichiamo questo giornale da una provincia che fa 326 mila abitanti sparsi su 57 comuni quindi siamo ben coscienti di cosa siamo, di cosa potremo essere. Giusto per rifletterci sopra, scriviamo per un bacino che è più o meno un decimo di quello di una città come Roma. Eppure siamo riusciti in un mezzo miracolo: pubblicare fino ad oggi cinquecento e passa articoli che hanno raccontato quanto sia plurale, eterogenea, creativa e storicamente affascinante questa striscia parallela che va dall’Adriatico agli Appennini. Nelle prossime righe tenterò con una certa difficoltà a darvene prova e cercherò di stimolare la vostra curiosità in modo che possiate essere invogliati a seguire ancora questo giornale così piccolo e così ricco di sorprese.

A 1941 metri sul livello del mare, lungo le pendici del Monte Vettore, incastonato tra le provincie di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata c’è un luogo magico, o ritenuto tale sin dal tredicesimo secolo: il lago di Pilato. La leggenda racconta che nelle sue acque sia finito il corpo di Ponzio Pilato, fatto giustiziare da Tiberio, chiuso in un sacco e lasciato trascinare alla mercé di un carro di buoi. Sembra che alla fine il corpo di Pilato sia caduto nel lago precipitando dalla cresta della Cima Del Redentore. A questa ipotesi storica e fantasiosa va sovrapposta la vicenda reale, perchè documentata dagli atti di un processo del 1452, di un gruppo di cavalieri stranieri aiutati dalla popolazione a salire su fino al lago per consacrare libri magici, ciò a lasciar intuire che all’estremità ovest di questa terra c’è un’aurea di magia che combacia con la bellezza delle albe vissute dall’alto, quelle durante le quali si può osservare la nebbia invadere le valli e coprire per qualche ora nel silenzio e nell’invisibile le vette. Fortunato chi ha avuto il privilegio assistere.

Nel tragitto dalla montagna al mare, ipotizzando la stessa via lauretana che portava i pellegrini da Roma a Loreto, possiamo incontrare borghi medievali e Castelli come in un viaggio fantastico dove il tempo perde importanza. Questi luoghi possono essere le tappe o le nostre pause per respirare la stessa aria di quei cavalieri, o presunti tali, che avevano nelle bisacce libri da consacrare. Lungo la via, possiamo trovare la Rocca Varano a Camerino, fatta costruire nel dodicesimo secolo dall’omonima famiglia su uno sperone di roccia inespugnabile; il castello di Caldarola voluto dalla famiglia dei conti Pallotta, edificato nella seconda metà del IX secolo sul colle Cuculo. Sembra, ma sono abbastanza convinto, che tra le mura di questo maniero avvengano eventi non attinenti al normale e che proprio queste ipotesi abbiano portato il papa Clemente VIII e la regina Cristina di Svezia a volervi soggiornare. Superate le colline, seguendo il corso del fiume Chienti si può scorgere un’altra costruzione simbolo: il castello della Rancia costruito tra il 1350 e il 1357 sulle strutture preesistenti di una grancia cistercense. Il castello fece anche da sfondo ad una vicenda storica piuttosto nota, la battaglia di Tolentino del 1815 combattuta da Gioacchino Murat, re di Napoli, contro gli austriaci guidati dal generale Federico Bianchi. Lo scontro, considerato come la prima vera battaglia del risorgimento vide la sconfitta del cognato di Napoleone e la conseguente riconquista del regno di Napoli da parte dei Borbone.

Tolentino è anche la città dove visitare la Basilica di San Nicola con il cappellone adiacente, e la sua decorazione pittorica, una delle più vaste e meglio conservate tra quelle dei primi anni del Trecento, opera, secondo le proposte critiche più recenti, di Pietro da Rimini. Volendo essere pedissequi nella nostra discesa verso est, verso il mare, sarebbe interessante tornare a monte per parlare delle tante chiese medievali che conservano un’aurea ancora oggi degna delle migliori pagine di Eco e Le Goff. Il santuario di Macereto nel territorio del comune di Visso, seppur terminato nel 1556, fu costruito in quel sito perchè il 12 agosto del 1359, una carovana di pellegrini che portavano con loro una statua lignea della Madonna lungo il tragitto da Loreto verso Napoli si fermò, impossibilitata a proseguire, in quanto i muli che tiravano il carro con il manufatto si bloccarono e non ci fu più verso di farli proseguire. Gli abitanti del luogo in maniera molto “marchigiana” ne approfittarono certificando, un po’ come accade in un celebre romanzo di Saramago ambientato a Padova, l’avvenuto miracolo, obbligando così i pellegrini a lasciare sul posto la statua della Madonna e approfittandone per costruirci intorno una chiesa. Unìaltra tappa la merita di certo anche la pieve collegiata di San Ginesio, unica testimonianza del tardo gotico europeo nelle Marche, realizzata nel 1421 dall’architetto bavarese Herrigo de Fapicho per volere di Porfirio Salimbeni. I monaci cistercensi invece si stabilirono nel territorio maceratese intorno all’anno 1142 e vi costruirono il complesso dell’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, lungo le sponde dell’omonimo fiume, utilizzando i resti della nota città romana di Urbs Salvia, cantata da Dante nel canto XVI del Paradiso perchè fatta radere al suolo nel 408 dai Visigoti di Alarico. La bellissima chiesa romanica, con il convento e la foresteria venne terminata nel 1200 e da allora, tra alti e bassi, è uno dei luoghi di riferimento per la spiritualità come a voler essere baluardo antecedente l’ingresso nella meraviglia naturale della selva circostante. Parallela all’Abbazia di Fiastra ma più a nord, lungo le rive del fiume Potenza possiamo fermarci all’Abbazia di Rambona, nel territorio del comune di Pollenza, eretta intorno al IX secolo dai benedettini e voluta dalla regina longobarda Ageltrude. La costruzione, importantissima per la sua capacità politica, fu guidata dall’abate Olderico e all’apice della sua importanza aveva giurisdizione lungo tutta la vallata del fiume, dai monti Sibillini fino all’Adriatico. Sembra che il nome di Rambona derivi in realtà da un edificio pagano votato alla Dea Bona o Grande Madre (Ara Bonae Deae). L’esempio più evocativo dell’architettura ecclesiastica nelle terre maceratesi è però a mio avviso l’Abbazia di San Claudio al Chienti nel territorio di Corridonia, ai piedi della collina che porta verso Macerata. È una delle più importanti testimonianze del romanico nelle Marche, documentata sin dalla prima parte dell’XI secolo. La chiesa abbonda di richiami simbolici, a partire dalla sua pianta a croce greca, insolità sia per il periodo che per l’ubicazione geografica. Oggi il complesso è al centro di un dibattito storico scaturito da alcune ricerche recenti che la vogliono come possibile e dimenticata Aquisgrana di Carlo Magno. In un andirivieni tra colline e sentieri si scavalca di nuovo e si giunge all’Abbazia di San Firmano nei pressi di Monetlupone. Fu la paura di una possibile fine dei tempi a far erigere la chiesa nell’anno 980 per volere di una pia signora della famiglia Grimaldi che nel 986 scelse proprio il frate Firmano (proveniente da Fermo?) come abate reggente di quella che allora ancora si chiamava chiesa di San Giovanni Evangelista. La struttura è romanica ma come spesso accade per molte delle chiese già citate, con inserti di stile gotico, non giotico italiano (vedi molte cattedrali toscane) ma gotico del nord europa, come a volerci ricordare che le influenze derivate dal passaggio degli svevi lungo la costa adriatica hanno avuto la loro importanza. Per concludere questo avvicinarsi al mare è necessario sostare a Montecosaro Scalo e godere nel visitare e conoscere la chiesa di Santa Maria a piè di Chienti di cui si hanno notizie sin dal 936. Un incisione muraria ci ricorda però che fu Aginolfo, abate di Farfa, nel 1125 a patrocinarne la costruzione, gli storici tendono a unire le due date ipotizzando l’esistenza di un monastero che poi a portato all’edificazione della chiesa. L’architettura cluniancense considerata esempio di forma lombarda su schema borgognone la rende originalissima e assimilabile soltanto ad altre due o tre abbazie italiane dello stesso periodo.

Prendendo spunto dai beni ecclesiastici fin qui raccontati si deve approfittare per riprendere l’itinerario e indirizzarlo sulla storia dell’arte. Il luogo imperdibile, unico e adorato è di certo Santa Maria della Pietà in Telusiano. Scrigno del 1529 sito a Monte San Giusto che contiene uno dei capolavori dell’arte mondiale, la crocefissione di Lorenzo Lotto, terminato di dipingere in loco nel 1534 per volere del committente Nicolò Bonafede, sangiustese di origini ma vescovo di Chiusi e legato apostolico. Da tanto splendore, seguendo un itinerario legato al Lotto è importante passare per Mogliano dove vedere all’interno della chiesa di Santa Maria di Piazza la pala dell’Assunta del 1548 e poi a Cingoli per la grande tela della Madonna del Rosario posta sull’altare maggiore della chiesa di San Domenico. Da qui è saggio mettersi al seguito di Carlo Crivelli passando per il museo parrocchiale di Corridonia dove ammirare la stupefacente Madonna del 1472, quindi a Monte San Martino per restare senza fiato davanti al polittico dipinto nel 1477 e custodito all’interno della chiesa di San Martino Vescovo e poi tornare indietro fino a Macerata dove visitando le sale appena restaurate di Palazzo Buonaccorsi si può osservare la Madonna firmata “”Karolus Crivellus venetus pinxit 1470 fermis”. Dopo Carlo non si può eludere la presenza di Vittore Crivelli e basta fare pochi passi per arrivare a Palazzo Ricci, sede di una delle più stupefacenti collezioni private di arte italiana del ‘900 che ha come anomalia il Compianto su Cristo morto attribuito a Vittore da Federico Zeri e databile verso la fine del XV secolo. Macerata imperdibile e spesso imperdonabile con le sue collezioni d’arte, i suoi palazzi nobiliari, le sue immense biblioteche, tutto questo tesoro così poco compreso, soprattutto dagli indigeni. Macerata con lo Sferisterio nato come stadio per il gioco del pallone al bracciale e oggi tempio internazionale della musica lirica. Macerata dove massoneria e clero convivono a fatica combattendo una guerra di posizione lunga secoli e spesso familiarmente trasversale. Una città dove incontrare lo scenografo premio oscar Dante Ferretti o dove ascoltare Patty Smith suonare in una angusta galleria d’arte per cento persone, dove incrociare il genio di Josef Svoboda o guardare allibiti opere di De Chirico, Licini, Ligabue, Guttuso e tanti altri; dove piangere al suono della voce baritonale di Renato Bruson o dove confondersi tra il pubblico rapito per le parole dei poeti Dereck Walcott o Jack Hirschman. Macerata che ti attira e ti respinge, ti chiede di visitarla e poi abbandonarla per proseguire ancora verso il mare giù per la teoria di colline che armoniosamente degrada verso le spiagge Civitanova Marche. Ecco, Civitas Nova sulla foce del fiume Chienti (Kleos in greco cioè il glorioso); Civitanova che è l’antica Cluana perchè il fiume in epoca romana cambiò nome in Cluentum e quando arrivarono i barbari in molti si rifugiarono sulla collina limitrofa dando vita a Cluentum Vicus. Soltanto oltrepassato l’anno mille la città riprese slancio vitale e venne menzionata in diversi documenti con i nomi di Civitate Nova, Civitas Nova, Civitatem Novam e Nova Civitas. E allora penso alla possibilità che mi è stata data nascendo e vivendo qui, all’opportunità di affacciarmi dal terrazzo, o dalla balconata dello Sferisterio o dalla Specola della biblioteca Mozzi Borgetti e avere nello stesso sguardo, nello stesso infinito, l’azzurro dell’Adriatico, il verde delle colline e il bianco delle vette innevate. Lo stesso infinito, lo stesso infinito che Giacomo da Recanati mal sopportava per via degli ipocriti che pure abbondano, per via di quella miseria umana che costringe a fuggire in mille modi, a lasciarsi dietro tutta la storia raccontata e vissuta, tutto il bene, e ce n’è tanto, di cui si può godere vivendo nella stessa terra da dove scrivo.

Alla fine di tutte queste parole posso finalmente pensare che in molti, come scrissi nel primo editoriale uscito per questo giornale il 1 gennaio del 2013, moltissimi se ne sono andati e lo hanno fatto adducendo tante scuse: la vocazione missionaria di Matteo Ricci, l’amore perduto di Giacomo Costantino Beltrami, l’oppressione sociale per Giacomo Leopardi, la voglia di spazi sterminati per Cesare Zavatti e Giuseppe Vincenzo Tucci, la spirale dell’arte e della letteratura per Gino Bonichi, detto Scipione e per Sibilla Aleramo, la noia tombale per alcuni artisti e scrittori e musicisti del secondo novecento, la voglia di opportunità per Lino Liviabella, la docenza a Oxford alla fine del ‘500 per il giurista Alberico Gentili. Tutti hanno avuto l’impellenza di andare, fuggire forse. Scappare, non fermarsi nonostante il piacere dello sguardo stanziale, il gusto delle origini.

Sarebbe importante oggi invertire il divenire storico cioè far diventare il restare un valore. Non credo sarà facile, non credo sia questa la vocazione di chi dice di governarci, anche i media amano di più quelli che partono, li seguono e mal sopportano chi invece resta. Di certo so che questa è la mia terra e malinconicamente, scrivendone, ne vado fiero.

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