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di Francesco Scarabicchi

Premessa

La bellezza non ha altra scelta, in questo tempo, che quella di incattivirsi per resistere.

C’è, segreta e silenziosa, la necessità di poesia che coincide con la necessità del senso e della verità, con il bisogno profondo e rimosso di scendere verso una sepolta consistenza che pronunci le parole pericolose “che non uno osava” (Saba). Viviamo un tempo di lesa umanità che confina tutti e ci separa. Distanze enormi. La poesia, quando accade, quando va verso quelle terribili esistenze murate, scioglie i nodi, entra con passo discreto, scende i gradini con il suo lume e dice le cose come sono, parlando una lingua piana che contiene i sensi della vita, la naturale misura di uomini e donne che consumano gli anni semplicemente attraversandoli. “[…] comprenderete perché la poesia appartenga agli uomini che non si difendono, che passano nella vita, lungo tutta la vita, senza appropriarsene, amandola anche per gli altri che credono di averla spesa o di poterla spendere senza mai riuscire nemmeno a destarla”. E’ il Gatto di Parole ad un pubblico immaginario del ’47 che Cristina Nesi, nel ’96, per le edizioni pistoiesi Via del Vento, ha riproposto.

Via privata

Un suono indistinto, una sorta di ruminazione ossessiva all’orecchio, come chi parlasse impedito da un bavaglio o da una mano premuta sulle labbra. Il suono dura mesi, anni, cerca la sua porta, la sua voce, la liberazione dal mutismo, da quella prigione che impedisce le parole e la loro musica. Poi accade il verso, dopo il pensiero che non è quasi mai sedentario, ma chiede i passi, il cammino, la strada, in ogni stagione dell’anno, solitari viaggi in automobile percorrendo itinerari di colline o tragitti litoranei che scendono fino all’Abruzzo, al Molise, nella familiarità continuamente nuova di paesaggi che sono un orizzonte di senso e di attesa. Ciò che scrivo si concentra in pochi mesi di lavoro ed ha richiesto anni di veglia vigile e di preparazione. Mi riconosco pienamente nell’espressione che segnala quella “sostanza sonora” che, nel mio caso, è proprio lo straniero che attende d’essere accolto non appena avrà svelato il suo nome e il suo volto. Da bambino ho vissuto per anni sulla costa Adriatica, nel paese di Grottammare, e sono stato educato dalla metrica del treno e del mare, da quella cadenza amica sulle rotaie, dalle terzine delle onde a riva. Passavo ore a guardarle frangersi sul bagnasciuga, stavo sveglio la notte per udire le “strofe” dalla ferrovia, quel ritmo binario che poi mi sarebbe mancato nel trasferimento ad Ancona, città di scoglio e di porto, non di mare.

Appunti

Con la solitudine di un’identità esclusiva, con il suo rigore verticale, con la sua verticale intransigenza, la poesia è un ago che perfora la terra del senso (la miniera caproniana da cui si risale con la pietruzza d’oro per cui la discesa e lo scavo sono valsi certamente la pena), giù giù fin dove si può. Può contrastare quella pressione tentando di non essere contemporanea, scegliendo la via contraria, l’altra voce del tempo, rischiando – questo sì – la contemporanea classicità che nessuno vede. Come riconoscere un classico fra i viventi? Come intuirlo fra gli accidenti della contingenza? Quale poesia dice le ore dell’esistenza e dell’epoca degli uomini durante la vita del suo autore? Come si fa ad accorgersene nel frastuono del “fuori” che seguita a essere, più di prima, “armato fino ai denti”? Il destino dell’esperienza “lirica”, con tutte le sue identità di stile e la sua singolarità, credo sia quello, oggi, di contaminarsi con le altre forme dell’arte conservando un’autonomia assoluta, uscendo dai recinti e dalle “riserve”, dalle clausure impossibili, improponibili: poesia e musica, poesia e teatro, poesia e arti visive, poesia e cinema, poesia e radio, poesia e televisione, etc. L’etica e l’estetica dei versi nel mondo così com’è e come è sempre stato, oltre le frigidità e le sacralità perdute. Con l’umiltà aristocratica della poesia verso le vie diverse. La poesia impone solitudini quasi monastiche, voti e regole che devono essere, se sono, principalmente interiori e di scrittura. Salire o scendere verso le distanze assolute è un atto integrale e privato che attiene all’ordine delle scelte personali e risponde a quella “magistratura interiore” cui si rivolgeva Kavafis.

Certo, in un universo, come il nostro, che a questa curva della storia appare come in un’estrema, finale, terminale soglia, quasi scomparsa l’idea del futuro, segnato dolorosamente, terribilmente, da una vocazione al nulla e al niente, la poesia affida parole altrettanto estreme ma non solenni, per fortuna, perché guarda a un nuovo umanesimo che fatica a nascere dentro la maglia fitta dell’indifferenza e della violenza quotidiane, in questi anni, secondo un’intensissima canzone di Fabrizio De André, di “pace terrificante” nei quali si è andata consumando un’idea dell’uomo e dell’essere sostituite dalla strumentalità del mercato e del profitto, in quest’occidentale e globale “negozio” dove tutto si vende e si compra, dove la vita e la morte seguono i dettami di una commerciabilità estesa e senza confini. Musica che sappiamo. La poesia appare come un anacronismo fra i più sconcertanti ed è per questo che vale la pena di insistere dissuadendo di seguitare lungo i suoi sentieri spesso così poco asfaltati. Il peggior tempo della storia è il tempo migliore per la poesia. “L’udir con gli occhi” suggerito dallo Shakespeare del Sonetto 23, quel silenzio vivente cui nulla sfugge e che continua a dar forma alla perduta anima del mondo salvando, dove può, come può, la bellezza sensibile, l’orrore e la grazia nell’incessante nero su bianco, nel poco del molto che i versi rischiano ogni volta, quasi a dar ragione al Bresson delle Note sul cinematografo: “Niente di troppo, niente che manchi.” Per stare dalla parte del senso e della misura bisogna essere “contro la poesia” affinché resista, superstite di tanta distruzione, a dire la civile verità della domanda sul destino degli uomini e del mondo, a interrogare, nel perenne seminario che non può finire, ad affermare la vita proprio là dove essa è negata, annientata, cancellata per la ragion di stato o per i codici del profitto industriale, finanziario, bancario, petrolifero, per le leggi di un’economia che da sola decide il “dove”, il “come”, il “quando” senza curarsi affatto di “quanti” pagheranno per la sua gloriosa sopravvivenza. La poesia è quindi un “controsenso” che batte le sue ore proprio dentro la contraddizione. Più tutto si allontana dal sensibile, dal necessario, dall’inevitabile, più ostinatamente che mai impone il suo “stato in luogo”, il suo umilissimo e forte “atto di presenza”.

(in foto: Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1986, Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia)

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