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di Lucia Cattani

Arte, musica e filosofia hanno raggiunto un connubio davvero notevole nell’ultimo evento della stagione di Appassionata, il 20 e 21 novembre scorso, addentrandosi in tematiche poco trattate e, purtroppo, ancora non così ben conosciute: Macerata è stata travolta attraverso varie espressioni artistiche dal fascino di quell’America sognata e talvolta caduta in qualche troppo facile cliché, qualche banalizzazione ingenua per noi che non l’abbiamo vissuta. Il Nuovo Mondo si rispecchia in nuove sonorità, in nuovi azzardi allontanandosi dalla musica classica, o “eurocolta” proprio perché inscrivibile nello scenario europeo: proprio per approfondire una questione così affascinante e più che mai attuale, si è creato un dialogo creativo tra l’Accademia di Belle Arti di Macerata, l’Università (in particolare la facoltà di Filosofia) e l’associazione Appassionata con tre diversi approcci alle stesse tematiche, culminate nel concerto del 21 al teatro Lauro Rossi dei Maestri Emanuele Arciuli ed Andrea Rebaudengo.

John Adams, Leonard Bernstein, George Crumb, Igor’Stravinskij e Frederic Rzewski hanno ispirato cinquanta artisti dell’Accademia di Belle Arti che, attraverso l’ascolto di vari brani dei compositori, sono stati artefici di un’esposizione molto interessante e d’impatto, inaugurata il 20 novembre alla Galleria Mirionima, disponibile ad essere visitata fino a sabato 23, a cura della professoressa Marina Mentoni e di Paolo Gobbi, con la collaborazione inoltre di Matteo Catani e Stefano Sasso che hanno contribuito alla mostra con un video realizzato da loro. Si è trattata senza dubbio di un’affascinante introduzione ad un concerto di così grande valore culturale: alle pareti cinquanta diverse mani si intrecciavano in un lavoro curato al millimetro che tuttavia non si è allontanato dalla libertà e dinamicità proprie della musica in questione. Oltre ad essere un chiaro segno d’interesse da parte dei giovani studenti nei confronti di quella che probabilmente per molti è una novità, un primo approccio alla musica dei già citati compositori, l’allestimento mostra l’affascinante risposta di ognuno degli artisti alle suggestioni dei brani. Fotografia, sgocciolamenti, pitture ad olio, acquerelli, collage, microsculture, colori brillanti, opachi, violenti, dolci, soggetti enigmatici, astratti, figurali mostravano chiaramente il miracolo che la musica, in modo ancor più evidente della poesia, riesce a realizzare: visioni del mondo lontanissime e allo stesso tempo dettate da uno stesso stimolo che fanno riflettere sul significato dell’arte, su ciò che essa riesce a dimostrare. Non c’è omologazione spirituale, la musica è interiorità privata, irripetibile, unica e cangiante per ognuno.

Continua l’interscambio tra le arti con la tavola rotonda, nel dipartimento di Studi Umanistici, poche ore prima del concerto del 21, con l’intento di essere ponte tra l’esposizione dell’Accademia e l’esibizione serale dei pianisti Arciuli e Rebaudengo. I professori Marcello La Matina, Vincenzo Caporaletti e Filippo Focosi, insieme al compositore Luciano Feliciani e agli stessi Maestri, hanno affrontato l’argomento con un approccio tecnico ed efficace, aiutato da strumenti audiovisivi ed esempi pratici di Arciuli e Rebaudengo che ci hanno regalato brevi frammenti, senza dubbio efficaci alleati della parola. La lunga conferenza, dal nome La musica moderna tra America ed Europa dell’Est si è soffermata sull’analisi, attraverso diversi approcci, dell’innovazione portata da jazz e ragtime nel Novecento, sfatando luoghi comuni e false convinzioni, riuscendo a chiarire alcuni punti nevralgici che dominano la musica moderna. Sembra accomunare tutti gli oratori l’idea di non generalizzare e di soffermarsi invece sullo studio del particolare, secondo l’invito del Maestro Arciuli, per il quale non è possibile operare una divisione tra musica americana ed europea. Ogni esperienza musicale è frutto di una pluralità di esperienze, di tradizioni, di suggestioni. Probabilmente a sancire la vera differenza tra i vari tipi di musica è proprio la funzionalizzazione dell’arte, presente o meno, che genera l’oggettivismo. È quando crolla l’idea di musica ideata per messe, valzer, marcie che si aprono nuove prospettive, che il compositore si trova in un incredibile libertà creativa.

Giunge l’attesissima sera. La sensazione è quella di un vivace fermento, ed il desiderio che la musica abbia inizio è senza dubbio amplificato dai due incontri precedenti: il concerto è ovviamente il culmine di tutto l’evento, i Maestri sono talmente apprezzati dalla critica, hanno ricevuto così tanti riconoscimenti da non nutrirsi alcun dubbio sulla qualità dell’esecuzione, sulle suggestioni offerte poi da un repertorio così inconsueto e poco conosciuto. Se questo preambolo non bastasse, basta pensare ai due imponenti pianoforti a coda, posti uno di fronte all’altro: non è facile assistere ad un concerto di questo genere, senz’altro meno comune di un’esibizione a quattro mani (sullo stesso strumento) o solistica. Finalmente le luci si spengono e le note prendono vita: sono quelle delle pagine dell’ Hallelujah- Junction di John Adams.

La sensazione è di essere immersi nel frenetico mondo della beat generation, sin dal titolo che è quello di una piccola stazione di servizio tra Nevada e California. Scorrono folgoranti immagini di infiniti deserti rocciosi, viaggi interminati, le avventure entusiastiche e sempre nuove di Kerouac , il vigore talvolta misterioso e al tempo stesso così concreto e materico di Steinbeck, le corse frenetiche attraverso la leggendaria Route 66, le allettanti luci del facile successo, i personaggi che si susseguono, la ripetitività vorticante di dinamiche nubi che segnano il passare dei giorni, osservando le lande, le stazioni di servizio come l’ Hallelujah sperdute in mezzo al nulla. Poi ancora la vita notturna, le licenziosità, le risse, l’alcool e odore di fumo che sembrano essere sostegno dell’idea stessa di americanità, una nazione che nel buio si svela, mostrando qualcosa di distorto e disperato, che va di pari passo con le frasi frammentate, dissonanti in cui l’emozionante inizio si è trasformato. La notte scende sugli States e si spengono gli entusiasmi del viaggio: subentra la delusione di promesse, un incedere nel vuoto, dove la malinconia e la solitudine, lo spaesamento riesce a radicarsi.

Si dissipa il vigore del luminoso giorno, del sogno americano, giunge la rivelazione delle debolezze intime, del dramma umano. Lo staccato dei pianoforti cade come pioggia sull’ombra: i Maestri hanno un tocco eccezionale e un’incredibile dinamicità, sembra di trovarsi di fronte ad un solo strumento e al tempo stesso inebriati dall’attrazione-repulsione verso una realtà così dicotomica, nella quale il vortice della nevrosi si palesa con moti violenti, l’agitazione di una libertà che non è forse così concreta come il resto del mondo può vedere nei cinema. Una nuova fuga comincia: stavolta per fuggire dall’angoscia, dalla morsa del progresso, dalla depressione, dall’omologazione, dalla psicosi collettiva. Lo scenario è di desolante squallore; le infinite strade scorrono sotto le ruote, attraverso sobborghi in disuso, circondate da manichini dai vestiti tutti inquietantemente somiglianti. Volti dal trucco colato non hanno il coraggio di alzare lo sguardo sull’America della nevrosi che si erge su Mulholland Drive per tramutarsi con noncuranza in swing e foxtrot in locali dove tutti si somigliano e il denaro scorre tra i dadi e i tavoli verdi, dove le melodie di Gerswin sembrano quasi parodiate, deteriorate, dove tutto all’improvviso si ferma senza un vero e proprio motivo. Forse abbiamo solo richiuso gli occhi.

Dopo le suggestioni di Adams la scena muta in qualcosa che fa profondamente parte dell’immaginario americano: il musical. È da questo nuovo genere teatrale che prende vita la suite sinfonica di Leonard Bernstein Symphonic Dances, ispirato a West Side Story. La tragedia Shakespeariana di Romeo e Giulietta è modernizzata e traslata nel mondo delle gangs malavitose americane. La suite inizia infatti tra note furtive, a volte più veloci, a volte più circospette; ci troviamo di fronte ad una vera e propria lotta tra i due pianoforti, come di fronte a gangs rivali. Poi la scena muta: le voci si fanno appassionate e sentimentali, il sogno americano risplende in tutta la sua immaterialità e leggerezza sopra i due giovani che possiamo facilmente immaginare, per poi fluire nelle danze sregolate e sensuali. È tuttavia presente una nota amara che torreggia sulla scena, ma viene trascurata: giovinezza e ricchezza, amore, divertimento sembrano non lasciar spazio ad altro; ma il dramma giunge puntuale, con angoscia e morte. La disperazione della perdita si manifesta con un sommesso lamento, in un nuovo frantumarsi di sogni che però inaspettatamente risorgono.

Si apre il secondo tempo con Concerto per due pianoforti di Stravinskij. In questo modo la serata sembra allontanarsi dall’America e le sue contraddizioni, ma è sempre presente un’accusa alla borghesia cieca, al progresso incurante creando una rottura assoluta con quel mondo bunueliano che è l’Europa del Novecento. C’è una vera propria lotta titanica tra gli strumenti, dalle suggestioni quasi wagneriane: non è migliore del Nuovo Mondo, il vecchio continente, cementato, imprigionato nelle sue ossessioni, nei suoi culti oppressivi, nell’insopportabile aria di superiorità intellettuale che serve solo a mascherare una non curanza profonda verso ciò che è estraneo. È ormai giunto il secondo conflitto mondiale e tutto sembra essere preda della follia senza fine in un luogo senza alcun dio. Si cerca con il Notturno di riacquistare un po’ di tranquillità, ma si sono svuotate le chiese, come le strade colme di detriti hanno perduto la propria utilità: non c’è neanche l’illusione dell’equilibrio, di una forza di vivere come nelle Routes americane, solo desolazione e un’infinita quantità di vuoti lasciati dalle bombe. Talvolta sembra risuonare in lontananza un passato ancora candido, dominato da aspettative e pace. L’Europa è invece piombata in un vortice di tormento e barbarie, sembra essere giunto un nuovo medioevo dell’umanità, i sentimenti sembrano disperdersi: la fuga non è che espressione di un’ulteriore, disperata corsa verso una salvezza che probabilmente non esiste, in un universo di ordigni meccanici, carnefici inconsapevoli, familiari impassibili traditori, semplicemente non uomini ma bestie in preda agli istinti che cercano scioccamente di estinguere la propria razza. Emanuele Arciuli ed Andrea Rebaudengo sembrano farsi forza attraverso i suoni, ma non è sufficiente a sconfiggere l’orrore: il destino giunge in una faustiana atmosfera in cui panico e rassegnazione sono tutt’uno. Se gli strumenti erano prima impegnati nella lotta, ora sono immobili di fronte allo scenario apocalittico: non resta altro da fare che sciogliere nell’aria i propri tormenti; la musica si fa corale e supplicante, emerge il desiderio di gridare la verità, esternare il dolore, manifestare la propria umanità.

In Otherworldly Resonances di George Crumb sembra essere ribadita quella supplica al ritrovare la ragione, dopo i conflitti mondiali. L’atmosfera non è più quella materica, si fa invece atemporale ed onirica, il pianoforte diventa strumento atipico in cui l’estro creativo si scatena: le corde direttamente pizzicate si fondono con una melodia in continua ripetizione, una sorta di mantra. Ci troviamo nella dimensione spirituale, luogo di visioni incredibili, folgorazioni impossibili: è il continuo fluire della vita interiore che a volte incontra interferenze, ostacoli, e il mantra è una carezza materna, un incoraggiamento che giunge dalle profondità dell’essere. L’equilibrio resta tale nonostante le minacce che dall’esterno si avventano: l’esecuzione è semplicemente affascinante e sublime, emozionante, quasi ipnotica.

A concludere il repertorio è un concretizzarsi di quelle visioni spirituali nella nevrosi, nell’annullamento di sé che è più che mai vivido nelle meccaniche e soffocanti emulazioni di macchinari di fabbrica di Winnsboro Cotton Mill Blues, di Frederic Rzewski. Anche le tecnologie sono in corsa frenetica, diventano un precipizio, una subdola prigione per cittadini “liberi”. La macchina è violenta, anonima, e l’uomo, marxianamente, non è che parte meccanica di essa, troppo confuso dalle invisibili catene sociali per accorgersene. Così non si rende conto, inebriato dal denaro, dall’alcool, di non star vivendo che un’esistenza vana, lontana dall’introspezione zen di Crumb. L’alienazione si amplifica, il tempo sembra sospeso ma la pelle invecchia, le ossa si consumano, i polmoni si riempiono di sporcizia, le mani restano nere di liquami di fabbrica. Ci sono orari da rispettare meticolosamente, gesti da ripetere all’infinito finché tutto non sembra deflagrare nel nulla. Le porte si chiudono e resta la polvere delle strade desolate, ma con qualche ignorato bagliore di stelle in lontananza, soffocato certo da quelle della fabbrica che non abbandonano mai gli inconsapevoli schiavi, neanche nel sonno. La natura libera, desiderosa di campi e di vento, tuttavia si ribella, scalpita, trepita, supplica senza venire ascoltata, soffocata dall’assordante musica di qualche nervoso ballo, di un facile piacere, di qualcosa che si dissolve nel nulla, come un amore comprato.

I Maestri suonano come bis due brani estrapolati da Lezioni di piano di Michael Nyman: Water Dances e Finale scatenato. Il pubblico è affascinato, commosso dall’esecuzione impeccabile e piena di spirito, dal repertorio scelto in modo ponderato ed in equilibrio, dalle strane performances crumbiane così insolite e poco proposte. L’applauso è sincero ed entusiasta: oltre che ai Maestri è dedicato senza dubbio anche a tutti coloro che hanno cooperato perché questa affascinante “esperienza di viaggio” avesse luogo.

(immagine: Francis Bacon, Triptych, particolare)

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