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GCBeltrami

di Eleonora Tamburrini

Lungo un costone di roccia un uomo corre, una carabina per ogni mano. Corre a perdifiato e così gli indimenticabili capelli hanno modo di ondeggiare, fluttuare, sbalzare nel vento. Arriva tardi, un uomo e una donna sono appena volati nel burrone, già corpi prima di toccare terra. Qualcosa si salva, l’amore forse, l’impressione di respirare insieme per qualche tempo e potersi affidare a quel respiro. Respirano insieme pure le gole delle montagne, i grandi laghi, le cime degli abeti, e quella musica incalzante da rincorsa che alla fine risale dall’apnea, infrange la superficie e prorompe, prende tutta l’aria che può e diventa epica.

Siamo a Macerata sotto le volte di mattoni degli Antichi Forni: è il primo appuntamento della quarta edizione del Festival dell’ospitalità curato dall’Accademia delle Arti di Macerata e il Professor Alvise Manni ci sta raccontando una storia così straordinaria che è necessario evadere continuamente per poterla anche solo immaginare.
Il protagonista è Giacomo Costantino Beltrami, nato a Bergamo nel 1779, vissuto a lungo a Macerata e morto a Filottrano; notissimo in America e misconosciuto qui, dove pochi lo ricordano, com’è nel destino dei grandi di provincia che hanno l’ardire di andarsene diventando improvvisamente apolidi. Eppure, a sentire questa storia che sembra la leggenda di un qualche nume indefinibile, davvero non riusciamo a immaginarlo con l’aria stravolta del viandante o nella desolazione dello straniero: una terra l’ha sempre avuta Giacomo Beltrami, esattamente quella su cui di volta in volta ha poggiato il piede, imparandone la lingua, le tradizioni, la bellezza.
Forse è difficile parlare di lui perché ha vissuto troppe vite per un uomo solo. Immaginarlo è più semplice e magari in un eccesso di candore, tra i molti ritratti che ci vengono mostrati (tutti molto diversi tra loro, in verità), si fa largo sempre la stessa figura, un uomo alto, fattezze europee, in parte vestito all’indiana, lungo il fucile e lunghi i capelli. Alle spalle la natura selvaggia.

Ma a prenderla dal principio, la storia sembra cominciare in sordina. Giacomo è un giovane colto, di buona famiglia, con una formazione umanistica e giuridica alle spalle e una sincera adesione al sogno napoleonico della Repubblica Cisalpina. Si arruola, conosce le vittorie militari e i successi nella carriera degli impieghi civili. Gira l’Italia, diventa giudice a Macerata e negli anni che passa qui il fascino del suo personaggio si infittisce perché il bergamasco, lo straniero, si rivela a un tempo giudice integerrimo e fine letterato, giustiziere implacabile (è lui a catturare il celebre brigante di Appignano Bellente) e ospite dei migliori salotti culturali, membro dell’Accademia dei Catenati e patriota. In molti suoi scritti, quando invoca l’unità d’Italia e lamenta le difficoltà degli italiani a vedersi riconosciuto qualsiasi prestigio all’estero proprio a causa di questa immaturità politica, si avverte tutta l’inquietudine di chi ha una visione e la insegue, anche a costo di delusioni cocenti e fughe necessarie. Neppure morire per delle idee è un’ipotesi improbabile e così, caduto Napoleone, Beltrami non lo rinnega né tanto meno appoggia il ritorno delle Marche sotto il dominio pontificio. Viene perseguitato e si oppone, come sempre un po’ fiero un po’ stravagante; finisce per viaggiare a lungo per l’Italia, fino a stabilirsi a Firenze dove, nel 1820, gli arriva la notizia della morte di Giulia De Medici Spada.
Moglie di Girolamo Spada, anche lei colta, anche lei frequentatrice di salotti e accademie del maceratese, Giulia muore a trentanove anni moglie devota e madre esemplare di otto figli. Però un ricordo spicca, spariglia la lista dei convenuti in spiritu al capezzale e parla più degli altri, persino troppo. Giacomo dedica a Giulia un epitaffio bellissimo e una poesia, che presenta in un’altra Accademia, stavolta fiorentina, quella dell’Arcadia.
Quali fossero i veri rapporti tra Giacomo e Giulia non è dato sapere con certezza, la storia sa essere reticente, perfino arida a volte.Però se la vita di Beltrami era stata finora movimentata, dalla morte di Giulia diventa leggendaria.
Forse non è così importante cercare altre ragioni per la sua partenza: Giacomo se ne va, s’imbarca per l’America, arriva a New York e di qui si interna verso le terre selvagge, per dimenticare Giulia, o forse per ritrovarla.E gradualmente assume le fattezze dell’uomo dai lunghi capelli, in corsa su un costone di roccia e sempre più simile a quegli indiani che impara a conoscere al punto da compilare il primo vocabolario Italiano-Sioux, approntare i primi scavi archeologici nei loro territori, apprezzarne e conservarne i manufatti, prima e meglio dei coloni americani. La sua straordinaria collezione indiana, rocambolescamente spedita in Italia e conservata oggi tra Bergamo e Filottrano, è tra le più antiche e preziose al mondo.
I suoi diari di viaggio, lettere inviate in un unico plico alla Duchessa d’Albany, raccontano di cacce al grizzly e scampati annegamenti, ma riflettono anche con lucidità antropologica sulle condizioni dei nativi americani dopo l’impatto deflagrante con i colonizzatori. Qualche particolare rende appena più umano il mito: l’ombrello rosso con cui si aggira, riconosciuto e quasi venerato dagli indigeni, la cupa testardaggine delle sue intenzioni, la ricerca acuminata, quasi ossessiva dei dettagli e certo una qualche forma di grafomania. Ma non bastano a toglierci dal fondo delle orecchie quella musica, quel crescendo imperioso che immaginiamo accompagnarlo lungo il grande fiume, mentre rema vigorosamente e spinge una fragile canoa tra gli acquitrini, abbandonato dagli interpreti, scoraggiato dalle guide e alla fine, solo.
Quasi al confine col Canada, nella contea del Minnesota che oggi porta il suo nome, scopre le sorgenti del Mississippi e un lago, poi Itasca Lake. Ma lui lo guarda, guarda il paesaggio, gli alberi, tutta quell’acqua che lo circonda, guarda le montagne e scrive: “Il lago ha circa tre miglia di circonferenza: è fatto a forma di cuore e parla all’anima. La mia ne è rimasta commossa” . Lo chiama Giulia.
Non basta. Dà a ognuna delle otto polle che lo alimentano il nome di uno dei figli di Giulia: che tutto parli di lei in quel luogo lontanissimo e silenzioso in cui alla fine l’ha scoperta. E poi, chi non vorrebbe sentirsi paragonata alle sorgenti del Mississippi.

Un eroe romantico insomma, intrepido e infelice abbastanza da ispirare a James Fenimore Cooper il personaggio di Nathan – Occhio di Falco, protagonista del romanzo epico storico “L’ultimo dei mohicani” e poi dell’omonimo film di Micheal Mann con un Daniel Day Lewis in stato di grazia. È giusto ricordare che cambiano i decenni (qui siamo nel 1757, durante la guerra anglo francese per le terre indiane) e cambiano radicalmente i nessi della storia: non è possibile perciò parlare di vera ripresa, o trasposizione cinematografica.
C’è però, per chi conosce entrambe le storie, un’irresistibile migrazione di sentimenti e di atmosfere dall’una all’altra: il mito dell’eroe bianco che diventa il primo e il più fedele tra gli indiani, se non forse lui stesso e con buona pace di Chingachgook, l’ultimo dei Mohicani; l’estetica di una natura in purezza che fa da testimone silenziosa e da protagonista assoluta, nuovo corpo degli assenti e dei partiti; le fughe, inesauste e gloriose, via da qualcosa certo, ma anche verso il nuovo. E poi l’appartenere, anche nostro malgrado, ai luoghi e alle persone amate, stretti da radici invisibili e profonde. E se a morire, nel film come nel libro, fosse stata l’amata Cora anziché sua sorella Alice, avremmo avuto un finale meno consolante, ma ancora più simile a quello vissuto da Beltrami.

Da una storia come questa, ognuno può scegliere come farsi suggestionare. Il giudice, il letterato, il patriota, l’antropologo, l’esploratore, l’archeologo, il linguista, e perfino, negli ultimi anni del ritiro a Filottrano, il viticoltore: ognuna delle vite di Beltrami potrà diversamente affascinare assieme al fatto stesso di essersi svolta su un mirabolante ponte che congiunge Macerata ai Grandi Laghi del Nord America. Ma quello che più colpisce sta forse nel vertiginoso sguardo d’insieme sulle imprese di Beltrami e sul sentimento che ne deriva: un misto di terrore e onnipotenza da alta montagna o da abisso marino. Quanto a noi, versione minima dei pur minuscoli profili che Friedrich metteva a sfidare quei confini, potremmo anche solo fermarci a guardare quanto fonda e aspra sia ogni frontiera.
E tenendo sempre in mente la stessa musica incalzante ed imperiosa, di tanto in tanto, tentare il salto.

(immagine: ritratto di Giacomo Costantino Beltrami di Enrico Scuri / musica: “L’ultimo dei mohicani” di Randy Edelman e Trevor Jones)

Il programma completo del Festival dell’ospitalità qui