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di Maria Silvia Marozzi

Chi lo ha seguito anche nei suoi lavori precedenti, avrà certo riconosciuto la firma di Francesco Micheli in “Sogni di una notte di mezza estate”,  di scena in un’unica data l’8 Agosto allo Sferisterio. Sto parlando di quell’inconfondibile tocco pedagogico che trasforma una conferenza in uno show, uno spettacolo in lezione, un’opera in una sit-com, in cui viene mostrato molto chiaramente chi ama chi, chi non ama chi e di chi invece è innamorato, chi è promesso a chi non desidera e chi rischia di rovinare tutto il quadro che i protagonisti vorrebbero dipingere. Tutto ciò prima della rappresentazione vera e propria, a cui il pubblico assiste con piena consapevolezza anzitutto riconoscendo immediatamente negli attori i personaggi interpretati, senza quel dubbio che a volte può aver luogo nella mente dello spettatore, che per nessuna ragione al mondo avrà il fegato di confidare al vicino: “ma quindi quella con la giacca gialla è Elena o Ermia?”.

L’opera di Benjamin Britten, liberamente tratta dall’omonimo lavoro di William Shakespeare, è stata sperimentata dal direttore artistico dello Sferisterio, che ha scelto come voce recitante quella inconfondibile della bravissima Lella Costa. Una carriera nata proprio grazie alle doti della sua ugola, più che a quelle da animale da palcoscenico, sul quale in effetti è sembrata a tratti incerta durante i canti degli attori. Troppi gli sguardi rivolti ai movimenti dei cantanti, che cercava di seguire durante i suoi momenti muti in maniera non proprio sicura sotto le note di Mendelssohn.

“I giovani non sanno ancora cosa sta per piovere sulle loro teste”: al pronunciare questa frase, una leggera pioggerella estiva, che è sembrata quasi esser stata invocata da Lella Costa Puck, ha bagnato acconciature e calvizie varie ben disposte in platea, costringendo il direttore d’orchestra ad interrompere la rappresentazione a meno di mezz’ora dall’inizio. Oltre al danno la beffa: una volta che pubblico ed orchestra si sono ridisposti per riprendere lo spettacolo, è tornata giù a prendersi gioco delle nostre teste l’antipatica pioggerella. Di quelle che non sanno di niente e che rovinano tutto. Ma il pubblico ha stretto i denti, i musicisti probabilmente hanno lasciato che dalle bocche gli uscisse qualche imprecazione, e si è potuto finalmente riprendere.

Scelte scenografiche d’impatto hanno incorniciato una rappresentazione altrimenti molto snella in quanto ad accessori di scena. Il palcoscenico è stato trasformato nella foresta in cui i quattro giovani protagonisti ateniesi decidono di fuggire: alberi, cespugli, piante semoventi che fungono da sipario, tronchi ad uso di leggìi hanno regalato una magica visione agli abitueè dello Sferisterio, come mai si era ricordata prima: l’amata Arena tinta di verde. Senza contare poi l’ingresso in scena di automobili, scelta insolita e d’effetto in un contesto di musica lirica. Gli allestimenti sono stati curati dagli studenti dell’Accademia delle Belle Arti, che per la seconda volta all’interno del Festival hanno dato sfoggio del loro talento, guidati ancora una volta dal regista scenico Henning Brockhaus.

Il coro di voci bianche “Pueri Cantores” di Macerata ha confermato il proprio valore come già ne aveva dato prova ne“Il piccolo spazzacamino” di Britten, opera anch’essa inserita all’interno del Macerata Opera Festival. In questo loro nuovo lavoro intenso è stato il gioco di manine fasciate da guanti ora bianchi ora rossi: un modo semplice ed efficace di rendere la rappresentazione e il dinamismo dei giovani cantanti rappresentanti gli spiriti della selva.

Ma ciò che più interessa il pubblico in un’Opera è il livello dei cantanti protagonisti e dell’orchestra: in entrambi i casi l’altissimo livello di preparazione ha surrogato alle piccole mancanze attoriali dei personaggi, i cui movimenti non sono stati sempre puliti, incerti e poco in armonia fra le parti. Discutibile infine la scelta dell’ingresso finale dei protagonisti: sì agli abiti da sposi durante l’esecuzione dell’ormai celebre marcia nuziale che Mendelssohn compose proprio per “Sogni di una notte di mezza estate” e che oggi rappresenta la melodia che ogni ragazza sogna, fantasticando sul proprio matrimonio. Ma c’è un fatto che ogni stilista giudicherebbe probabilmente come un assioma: le infradito non vanno calzate sotto i pantaloni lunghi! E questi attori non solo  le hanno indossate eccome, per di più lo hanno fatto con indosso abiti da sposo sul palco dell’Arena Sferisterio! Sarebbe stato certamente meglio se fossero rimasti scalzi com’erano fino a prima di uscire di scena e come le più aggraziate sposine hanno ben scelto di fare, rientrando sul palco a piedi nudi.

Forse questi piccoli nei sono stati il frutto di una messa in scena confezionata in tempi che avrebbero dovuto essere più lunghi, o forse si è solo trattato di quegli inevitabili inciampi da ansia da prestazione.  Fatto sta che la sperimentazione di Micheli ha registrato un boom di presenze entusiaste, curiose già di quel che si vedrà nella prossima stagione quando a firmare la regia dell’Aida sarà proprio lo stesso direttore artistico.

Noi non vediamo l’ora di rimetterci all’Opera!

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