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Trovatore-panoramica

di Alessandro Seri

Si brucino i bambini, si rendano le tenebre meno scure con la fiamma del rogo dei bambini. Il palazzo di Saragozza, l’Aljaferia, quello degli arabeschi, delle colonne è difficile trasformarlo in un muro, ma la magia dello Sferisterio se ben utilizzata può tutto. Può raccontare gli intrighi spagnoleggianti, può. Può consentire al piccolo arso, ustionato, morto, di ricomparire ed essere presenza costante per un pubblico di fattura tripla: i melomani concentrati sul canto e sulle note, la disabituatissima al bello teoria di presenzialisti e in ultimo i disagiati come il sottoscritto che impacciato e grato nelle prime file stanzia non staccando gli occhi dalle ferite ustioni nere e rosse di quel bimbo.

Manrico il trovatore (Aquiles Machado), il conte di Luna (Simone Piazzola), Leonora (Susanna Branchini), Azucena (Enkelejda Shkosa) tutti bravi, davvero bravi, in questo scarno e intenso Trovatore di nuovo maceratese dopo ventitre anni, fanno però quasi esclusivamente da contorno alla muta piccola figura morta che seppur morta cammina lungo le tavole del palco, sopra i tavoli che sono scenografia principale e unica dell’opera verdiana diretta dal messicano Francisco Negrin. Lo seguo con lo sguardo questo pargolo carbonizzato, e trovo la scelta della regia davvero ottima. Costretti a seguirne i passi, noi vivi, costretti a muovere gli occhi su di lui ogni qual volta appare sulla scena a mettere in secondo piano i movimenti dei cantanti, del coro. È la morte che ci cammina davanti mentre ascoltiamo le musiche di Verdi, ed è la morte errata del bambino povero, del figlio della strega.  Manrico invece è per eccellenza il  finto povero nonché fratello canterino del conte di Luna.

Ho atteso tutto il festival per allacciare insieme l’inizio e la fine, ho visto la prima del Nabucco senza esserne soddisfatto al contrario di alcune particolarmente plaudenti o forse paludenti pennette maceratesi probabilmente in odor di cappucci/no. Ho atteso l’ultima replica di Trovatore con una determinata temporalità simbolica e ho potuto ricordare, semmai ne avessi avuto bisogno, la differenza, la sonora differenza tra il pubblicone della prima e quello delle altre recite. Tra le cose più divertenti mi verrebbe da raccontare della presenza degli assessoroni alla prima e dei rispettivi segretari o portaborse all’ultima. Mi verrebbe da ricordare del prosecco sorseggiato sul bancone del bar intasato dell’intervallo dal giovane e probabilmente assai ricco giapponese con mogliettina (erano poi in prima fila durante lo spettacolo) entrambi in elegantissimi kimono mentre il sottoscritto tentava di sorseggiare un misero caffè.

Tutto un festival per potersi disintossicare dalle paillette della prima e godere finalmente di quello che critica e spettatori indicavano come il meglio pezzo della stagione. Per fortuna avevano ragione. Non voglio nemmeno soffermarmi su chi ha scritto della scenografia scarna tutta basata sugli ottimi intrecci di luci. Non voglio eccedere ne’ in un senso ne’ in un altro, voglio solo raccontare dell’entusiasmo di chi (spesso straniero) urlava bravò al termine delle arie più note o di quelle più riuscite. E se avessi avuto il taccuino da giornalista probabilmente ne avrei annotati molti, più di dieci, più.

Le luci quindi, il fuoco, le tavole, una corda fluorescente che lega i personaggi, un filo narrante e tragico, premonitore, il nodo del destino che ben si allaccia con quello dell’amore. E mentre assisto, oltrepassando a tratti il bambino fantasma, fisso lo sguardo sul muro dello Sferisterio, penso a quanto è cupa questa messa in scena e a quanto mi è parsa di buon livello ma cupo è il poema di Antonio María de los Dolores García Gutiérrez e profondamente bara è la vita raccontata dai drammi lirici. Di certo il pubblicone non sempre ci arriva, il pubblicone vuole le scenografie che fanno “pandan” (mica pendant) con i loro vestitoni, a volte penso persino che abbia ragione, altre volte mi chiedo se si saranno accorti di quel bambino morto per sbaglio, come tanti altri bambini.

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