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al_menosss

di Camilla Domenella

Le luci sulla platea sono già basse.
Cerco la mia poltrona, goffamente, nella poca luce del teatro.
La trovo; mi siedo.
Subito la stoffa della poltrona inizia a prudermi; “Bene,” mi dico con sarcasmo, “farà da cartina di Tornasole dello spettacolo.” Un bello spettacolo, coinvolgente e appassionante, fa dimenticare sempre qualsiasi male. Non avrei mai pensato, però, di ritrovarmi a rischiare la sindrome di Stendhal.

Lo scorso venerdì 24 Maggio, si è chiusa, al teatro Annibal Caro, l’edizione 2012-2013 della rassegna Civitanova Danza. Caratura internazionale, per questa ultima serata, in collaborazione con Mosaico Danza – Interplay, con l’esclusiva regionale degli spettacoli “Tao te” e “Hasta donde…?”, rispettivamente dei coreografi Ferenc Feher e Sharon Fridman.

Il brusio della sala testimoniava il complesso di commenti prematuri. La difficile dizione dei nomi dei coreografi e dei loro ballerini aumentava la curiosità esterofila del pubblico, che si faceva via via sempre più fremente ed eccitato.
Il velluto rosso della poltrona non mi dava tregua.

Il sipario, pesante, si apre. Sulla scena semibuia, due uomini seduti in terra, impassibili e fermi, sono divisi da due fazzoletti stesi, sui quali poggia una pagnotta di pane. Vestiti con giacca e camicia, fissano il pubblico che fissa loro. Con l’attacco della musica, s’avventano sul pane, come animali, le mani come artigli, ne strappano pezzi infilandoseli in bocca, in una tensione crescente e palpabile. Con uno scarto della musica, che suona come il riavvolgersi veloce di un nastro, chiudono nel fazzoletto il loro “pasto”. La musica tace, di nuovo, e a lungo. A scandire il ritmo restano i passi dell coreografia, il respiro intermittente e profondo del ballerino, i tonfi sordi che la gravità, sfidata ma imbattuta, reclama sui salti precisi e acrobatici. I gesti sono energici, scattanti, spigolosi, nervosi.
La musica, tornata, ipnotica, metallica, insistente, aliena da questo mondo.
Ai gesti del primo ballerino, si oppongono, uguali, quelli del secondo. I due sembrano scontrarsi, combattere come nelle arti marziali, in una lotta millimetrica, precisa e spettacolare. Le giacche volteggiano ruotando nell’aria ad ogni colpo schivato, si tendono ad ogni colpo tentato. I ballerini non sono più umani: sono alieni, macchine agilissime e flessibili, personaggi sgranati di un videogioco inquietante a cui non si riesce a smettere di giocare.
Tolgono la giacca, sfilano la camicia, la coreografia li trasforma in animali pesanti e aggressivi. Avanzano carponi. Le schiene muscolose s’avvicinano con passo pesante, cadenzato. Il tonfo del loro peso scandito si fa minaccioso. Quelle spalle possenti sussultano ad ogni sonoro respiro.
Trasportati su Matrix, sulla Luna o su Marte, gli spettatori boccheggiano come fossero in un’atmosfera rarefatta, ma ciò che apre le loro bocche è lo stupore.
Gli alieni scompaiono, i ballerini, rivestitisi, tornano umani: riprendono il loro pane, e fissano il pubblico che fissa loro.

“Tao te” si conclude così, col ritorno all’insospettabile quotidianità di due uomini differenti od opposti. Il conflitto, il fallimento, la lotta sono la via impervia alla serenità. Questa è infatti la giustificazione del titolo dello spettacolo, che riprende il libro “Tao Te Ching. La via della virtù” di Lao Tze, il quale, appunto, descrive quanto sia difficile e tortuoso il cammino che porta all’armonia.
I danzatori Akos Dozska e lo stesso Ferenc Feher , sublimi, hanno meritato i due minuti di scroscianti applausi. Feher, danzatore autodidatta e coreografo dal 2007, nonché autore della musica, ha vinto, nel 2010, il premio Rudolf Laban per la migliore performance di danza contemporanea,proprio con “Tao Te”.

Dopo una tale esecuzione, temevo tornasse a infastidirmi il solletico della poltrona. L’intervallo sembrava eterno su quel velluto rosso.
L’apertura del sipario, finalmente, mi distrae da quell’impaccio.

Dall’angolo sinistro del fondo palco, un ballerino ricciuto avanza verso il centro con passo lento e calcolato. Caricato su una spalla, tiene, come un sacco, un corpo magro, bianco, dal capo biondo. Arrivato al centro del palco, il riccio fa scivolare dalla spalla, lentissimamente, quel peso umano che sembrava portare con noncuranza. Il corpo bianco scorre quasi senza peso fino a toccare terra. Ma sembra non reggersi, non sa camminare, non sa star dritto, nè fermo: è come un fluido, un qualcosa di elastico che si espande e si ritira senza trovar mai una forma. Il compagno lo regge, lo sorregge, lo muove, lo lancia, lo abbandona. E quello non si regge, con totale fiducia, si lascia muovere, si lascia lanciare, si lascia abbandonare.
Poi i ruoli sembrano invertirsi. La musica, prima struggente, si fa incalzante, poi potente, in un crescendo fedele al turbinio dei danzatori. I ballerini si afferrano e si lanciano reciprocamente, mai lasciandosi, sempre nuovamente intrecciandosi, così che non si sa dove inizi il corpo di uno e finisca quello dell’altro. Sono una materia sola che cerca irrimediabilmente una forma introvabile; una massa informe che si arriccia, si piega, si arrotola su stessa, senza fine, con tormento ma con fiducia e abnegazione. E’ un corpo disumano che ha la forza inetta della disperazione tipicamente umana. Ma non c’è nessuna pretesa di trascendenza: quei due ballerini uniti sono puro e solo contatto.
Quella rappresentazione concreta di sentimenti astratti, innominati perché innominabili, indescrivibili perché irrazionali, svuotava lo stomaco, lasciava senz’aria, riempiva gli occhi di terribile sublime.
E come, alla fine, il corpo unico, stanco di tanto inutile lottare, si separa ridando corpi distinti ai due ballerini buttati a terra, il respiro riprende e l’occhio si reimposta al focus terreno.
Fino a che punto?, “Hasta donde..?, è la domanda sottesa a tanto cercare rappresentato dallo spettacolo di Sharon Fridman. La coreografia, eseguita dallo stesso Fridman e da Arthur Bernard-Bazin, utilizzava la tecnica della contact, espressione tipica, non facile, della danza contemporanea. Fridman, israeliano, vive e opera oggi a Madrid. E’ direttore del gruppo Projects in Movement. “Hasta donde…?” è un estratto di 20 minuti dello spettacolo “Al menos dos caras” che tra il 2011 e il 2012 ha vinto il primo premio Burgos-New York e Alicia Alonso CIC.

La poltrona aveva smesso di infastidirmi. I quasi sintomi da sindrome di Stendhal avevano sopraffatto qualsiasi banale seccatura.
I 3 minuti e mezzi di applausi finali invadevano il teatro, abbracciavano i danzatori sul palco, li ringraziavano per aver raggiunto “quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati.”

(foto da http://www.madrid.org)