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di Eleonora Tamburrini

Sabato pomeriggio c’è un senso di solennità distesa alla Biblioteca Mozzi Borgetti. Il diluvio fuori tempo massimo di questo maggio poco indulgente dà a tutti un’aria un po’ provata, come sgualcita dalla pioggia, ma la Sala Castiglioni è di una bellezza intensa e discreta che dispone subito alla concentrazione. Sarà poi che Macerata viene da un’intera settimana dedicata alla poesia a cura del Licenze Poetiche Festival, ma il pubblico, fedele in parte, in parte sempre diverso e variamente sorprendente, sembra sempre più a suo agio ad ogni incontro.
Le ospiti sono arrivate e Manuel Caprari le accoglie e le introduce: sono Giovanna Rosadini, già editor Einaudi e curatrice della raccolta di recente pubblicazione Nuovi poeti italiani 6, e due delle più importanti voci in antologia, Laura Pugno e Franca Mancinelli.
Il libro esce nel 2012, in piena estate, quando meno ci si aspetterebbe attenzione per le alte (e spesso debitamente lontane) sfere della poesia contemporanea; invece il dibattito si accende in fretta e non soltanto nel circuito dei lit-blog, ma anche su testate nazionali normalmente poco inclini a trattare di poesia. Non a caso la questione su cui si esprime un pubblico insolitamente vasto non è di natura strettamente estetica, ma verte sul canone scelto che è, senza precedenti, tutto al femminile; sono dodici donne per la prima volta a essere antologizzate nell’appuntamento einaudiano, periodico, irregolare e senza parametri che non siano il pregio e una certa relativa “novità” degli autori. Nessuna concessione o quota rosa, nemmeno nel titolo che, sottolinea Manuel Caprari, si mantiene fedele a se stesso, nero e deciso sul fondo della celebre copertina bianca, e forse è questo a far scalpore perché sì, i “nuovi poeti” chiamati in causa sono tutte donne eppure si sottraggono alla tirannia grammaticale. Sono diverse per generazione, formazione e provenienza: Alida Airaghi, Daniela Attanasio, Antonella Bukovaz, Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Gabriela Fantato, Giovanna Frene, Isabella Leardini, Laura Liberale, Rossella Tempesta e naturalmente le presenti Pugno e Mancinelli.
“Non è un caso, ma una precisa scelta editoriale ” ammette Rosadini senza esitazione; e alle accuse di chi vorrebbe vederci una questione di marketing strategico (sic!) si risponderà che prima viene un’urgenza di visibilità per un sommerso di voci che si è fatto assordante negli ultimi decenni. Raccolte canonizzanti come la Anceschi Antonielli (1953), la Guglielmi Pagliarani (1966), la Sanguineti (1969), con rispettive ristampe, largamente ignorano la componente femminile in un secolo che ne è ricco e ad oggi sono comunque poche le scrittrici che ottengono un riconoscimento a fronte di un fermento che non si può ridurre a sottobosco o confinare ancora in sezioni speciali dal vago senso di riserva indiana.
Di fatto anche in questo incontro si inizia declinando il tema, che evidentemente interessa e divide buona parte dei presenti; e ci si chiede, ancora una volta, se la logica del contrappunto, della risposta anche simbolica a un lungo silenzio da dominazione, non siano d’altro canto il cedimento a un discorso di genere a senso unico: fossero stati tutti uomini, così come per lunghi anni è stato, ci si sarebbe posti la questione? Non dovremmo affrontare altrettanto sottilmente il problema del maschile e della sua cifra poetica, se esiste? E chiarirne la non neutralità, e anzi il carattere sessuato della sua supremazia?
A me pare che il buono e il giusto di questa raccolta stiano principalmente in un livello qualitativo molto alto; poi anche nell’equilibrio tra l’esigenza di un riscatto d’attenzione e un’imprescindibile volontà di superamento del concetto stesso di genere come parametro estetico-interpretativo. Può ormai porsi come limite cui tendere una certa radicalità queer, perché mi sembra evidente come le categorie del maschile e del femminile in sé siano sempre meno rappresentative per descrivere un orientamento di vita e dunque poetico: se mai l’identità ha coinciso col dato biologico, sempre meno dovranno condizionarla gli schemi sociali imposti. In una certa misura c’è ancora una traccia comune che segna il femminile “storico” in alcune di queste voci: la trasfigurazione personale dell’universale, la presenza scenica di un corpo vissuto, consumato, quasi performativo, il richiamo acuminato del familiare. Ma non mi sento di insistere troppo su queste “cifre”, rintracciate pure da Giovanna Rosadini e variamente riconosciute, con segno opposto, da una tradizione che va dalla critica crociana alla délivrance delle petrarchiste alla poetica del corpo di Marguerite Duras. Per le contemporanee di quest’antologia credo si debba gettare lo sguardo ben più avanti, superare (senza dimenticarle) le pesanti condizioni di una storia di invisibilità e arrivare finalmente a parlare di temi e di stile in un orizzonte di originalità e autonomia.
Ci arriviamo anche sabato: letture di testi di altre autrici precedono il ricco finale, in cui tutto si addensa in purezza sui versi di Laura Pugno e Franca Mancinelli, che si alternano tra crocevia comuni e distanze.
Laura Pugno estrae da “Il colore oro” e “La mente paesaggio” versi sciamanici, ancestrali in un incedere di danza, capaci di un’astrazione che passa per una misurazione minima (e talvolta minimale) del mondo, e arriva a penetrare e riflettere la stessa lingua, coi suoi scacchi e i suoi poteri (abituato a quella / cangianza, sei – / lingua, la perdita è esatta, è costante; da insenatura / a insenatura la mente / legge il verde senza riconoscere, di colpo / sai che sei guardato / diventato / tu la volpe).
Franca Mancinelli le è vicina, dice bene Manuel Caprari, nel procedere con la parola per sottrazione e selezione chirurgica. Un’economia del dire che segue strade diverse, e senza la rarefazione di Laura Pugno, comunque giunge per immagini ellittiche e suggerimenti sottilissimi a effetti stranianti di rivelazione. Qui in “Pasta madre” è davvero forte l’allaccio con il corpo, che si fa scomporre e imbastire (trafigge il sole i polsi abbandonati; nella cancrena aperta con i gesti / vedo, e smetto di germogliare / questa resina inutile. / Poi con le labbra mi prendo / e porto a dormire come farebbe / una gatta col figlio. ; Sono vent’anni che dormiamo / insieme e solo ora / so che il sangue / va dal mio atrio al suo. )
Al termine l’emozione è palpabile: dopo una prima fase più meditativa il pubblico si è sciolto agli applausi e al calore vincendo una sorta di naturale ritrosia; anche questa volta come in tutte le serate del Festival non sono mancati interventi e contributi di spettatori che in varia misura si confrontano con la poesia, magari sperimentandola direttamente su di sé. E chissà quanti alla fine si sono specchiati nel vetro descritto da Franca Mancinelli, quello che separa la libertà del dire dalla prigionia di una forma che a volte oppone resistenza e non si piega. Eppure da quest’urto irriducibile, da un’illogica perseveranza da insetti, nascono versi come questi che in molti, credo, ci siamo ripetuti andando via.

con la cieca costanza degli insetti
prigionieri nello stremo
quanto ancora busseremo
oltre il vetro che divide
l’ossigeno dal cuore?

(nella foto, da sinistra, Giovanna Rosadini, Manuel Caprari, Laura Pugno e Franca Mancinelli in Sala Castiglioni)