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di Arianna Guzzini

Dalla proposta di Claudio Morganti di collaborazione con il Teatro Rebis, nasce la rassegna appena avviata Defigura. Dal 10 aprile fino al 20 aprile si susseguono una serie d’iniziative ed eventi pubblici, i quali hanno come loro punto focale il Raduno degli Artisti della Scena, una sorta di convivio volto ad una riflessione e ad uno scambio d’idee aperto a tutti, che si terrà sabato 13 dalle ore 10 alle 19. Morganti ha già proposto questa iniziativa con larga adesione in città come Prato e Napoli, sentendo pregnante la necessità di un confronto fra artisti, poiché ogni artista ha il bisogno di parlare apertamente, ma soprattutto di approfondire attraverso una ricerca anche condivisa, il proprio lavoro, di addentrarsi nelle profonde falde della sua arte. Non è necessario ribadire quelle che sono le condizioni di questi mestieri, con le quali da sempre e oggi più che mai, chiunque faccia parte di una dimensione artistica è costretto a scontrarsi. È ben più urgente invece fermarsi in un’accurata e meticolosa riflessione che tenda tutta alla conoscenza e allo studio della propria arte, con la convinzione che la formazione di un attore debba comprendere tutto lo scibile possibile, che la mente debba essere alimentata tanto quanto il corpo, perché non è più il momento di pensare ad un’arte che sia puramente istintuale e primitiva, ma essa deve ormai necessariamente divenire sempre più consapevole. Nella sede del Teatro di Villa Potenza del Rebis il Raduno vedrà la partecipazione dei grandi maestri Claudio Morganti (Teatro), Patrizio Esposito (Fotografia), Patrizio Dall’Argine (Burattini e marionette), Rubina Giorgi (Filosofia e poesia) Attilio Scarpellini (coordinatore), con i quali si rifletterà insieme delle varie proposte di poetica che ognuno porta con sé e soprattutto ci si incentrerà sul tema principale di questa rassegna: la figura. Una figura che, come suggerisce Andrea Fazzini del Rebis anche attraverso il titolo scelto Defigura, è un punto di partenza da cui poter costruire o decostruire, da cui poter dare inizio a nuove immagini attraverso una composizione o una decomposizione. Come è già stato accennato, intorno al Raduno e al concetto di figura nelle sue ampie accezioni, orbita un’ampia serie d’iniziative come il laboratorio teatrale condotto da Claudio Morganti e Rita Frongia (9-11 aprile) e quello di disegno alla Fumetteria Exit di Macerata con Stefano Ricci (15-17 aprile), o come Ombre, la video-testimonianza dell’ultimo spettacolo di Morganti ( Spazio Mironimia, 12 aprile), l’incontro con Stefano Ricci ( Fumetteria Exit, 14 aprile), il concerto dello Spring trio con Angelo Casagrande, Lucia Galli e Francesco Savoretti (20 aprile Teatro Rebis), la prima giornata nazionale del C.re.s.co. Jes! The artist ( Jesi Chiesa di San Bernardo, 20 aprile). Lo scorso 10 aprile, ad apertura di Defigura, si è tenuto a Palazzo Ugolini dell’Università di Macerata, l’incontro d’approfondimento sullo stretto rapporto che è intercorso nel corso del Novecento fra arte visiva e teatro, a cura di Fabrizio Baleani e Matteo Ripari, Solitudini d’Osservare, incastonando così all’interno anche la rassegna No Man’s Island. Il professore di storia dell’arte contemporanea della facoltà di Lettere di Macerata, Roberto Cresti e l’esperto Attilio Scarpellini, in uno scambio di conoscenze, hanno messo in rilievo la rivoluzione culturale messa in atto in Italia dal Futurismo, il quale per la prima volta proponeva di far fuoriuscire l’arte dalla stretta cerchia elitaria dei suoi addetti ai lavori ed estenderne il più possibile la sua fruizione e comprensione al popolo. Ecco il perché del manifesto Ricostruzione Futurista dell’Universo, scritto da Depero e Balla, in cui si auspicava un passaggio immediato dall’arte alla sua applicazione concreta nella realtà, anticipando così il futuro design. Si voleva inondare il mondo con la bellezza, si anelava affinché questa potesse essere chiara e manifesta a tutti, dalla sua visione immediata, alla sua comprensione più profonda. Dunque una concezione vitalistica dell’arte che comprendeva ogni suo settore e che avrebbe dovuto riversarsi nella quotidianità di ciascuno. Fra le varie manifestazioni di questo principio proprio del Futurismo, rilevante è a Roma l’esperienza della Casa d’Arte dei fratelli Bragaglia e l’apertura del teatro futurista, a cui lavorò come scenografo teatrale e cinematografico Prampolini, il quale portava con sé un vasto bagaglio culturale internazionale, grazie ai suoi contatti con il teatro di Praga, Berlino e la Bauhaus, la Russia ed il balletto. Prampolini finisce con il teorizzare il Teatro Magnetico, ispirato dalla teoria dell’uomo assoluto di Stirner. Attraverso costruzioni plastiche e mobili, di illuminazioni e superfici cromatiche elaborate in base alla necessità dell’azione, voleva creare un’arte che fosse bastata a se stessa, senza necessariamente ricorrere ad elementi drammatici comuni come il dialogo, la psicologia, la pittura delle passioni umane. Il Teatro Magnetico è allora un’arte astratta ed antipsicologica, che vorrebbe investire lo spettatore attraverso una vera e propria corrente di spiritualità, interpretando i moti dello spirito grazie alla suggestione degli elementi tecnici d’astrazione scenica. L’attore viene completamente spogliato dal suo ruolo fondamentale e diviene un elemento paradossalmente inutile ai fini della scena, cercando così un modo per reperire all’interno dello spettacolo un vero e proprio rito mistico, rivelatore e spirituale. Attorno al teatro futurista romano inoltre s’incontrarono numerosi artisti fra cui vi erano nomi altisonanti come quello di Pablo Picasso, che nel 1917 , durante un soggiorno a Roma, poté assistere al balletto futurista di Balla ed anche di Depero. Ispirato alla maschera della Commedia dell’Arte realizzò la scenografia per il balletto Parade, in cui il classicismo ed il cubismo sintetico s’amalgamano fra loro. Ancora dalla Commedia dell’Arte riprende nei suoi dipinti proprio l’Arlecchino, una maschera ormai triste, ultimo uomo sopravvissuto alla sempre più incombente società di massa, che stava dilagando sempre più dopo la prima guerra mondiale cominciando a cambiare l’uomo in maniera irreversibile, conducendolo verso la completa perdita di quel vitalismo tanto caro alle Avanguardie. Eppure, se nella cinematografia ad esempio, ha vinto la narrazione hollywoodiana contro la sperimentalismo di nuove forme espressive, per il teatro sembra essere accaduto qualcosa di diverso e straordinario: la sua caparbia resistenza alle trasformazioni attuate dalla società di massa è indubbia. Lontano dall’ottica di riproducibilità seriale, il teatro si configura come un’arte spuria, con un carattere prettamente antispecialistico (l’attore si cimenta in tutto senza mai specializzarsi in nulla), che eppur raccoglie in sé ogni specie d’arte dall’interpretazione, alla musica, alla danza, alla pittura, ecc… Per questo il teatro sperimentale oggi può e cerca ancora di ritrovare quella violenza originaria della vita tanto ricercata da Antonin Artaud, che fece del testo un puro pretesto, riportando a nuova luce la vitalità del corpo, ma anche quella del rito.

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