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di Eleonora Tamburrini

È martedì sera, al Lauro Rossi si leva il sipario. Solo una figura si staglia nell’ombra di un cono di luce che si duplica poco più avanti e la precede nel movimento laterale verso un altro, minimo agglomerarsi di oggetti, una poltrona, un baule, e nient’altro. Basta alternare al buio di scena questi brevi incisi di visibile e poche battute, perché Anna Bonaiuto torni a indossare il velluto nero e gli occhi di Cristina Trivulzio Principessa di Belgiojoso, questa volta a teatro con la regia di Gianfranco Fiore ne La belle joyeuse, dopo il film Noi credevamo di Martone che la vedeva nello stesso ruolo.
A sancire l’inizio del racconto, un pannello si srotola pesante a metà palco diventando sfondo e tappeto, lamina metallica o drappo sanguigno, a seconda del volgere dei riflessi e della storia. Storia che continuerà a dipanarsi in forma di monologo per quadri, illuminazioni, capitoli; e d’altronde la vita di Cristina Trivulzio è di fatto una teoria indistricabile di romanzi di cui è davvero difficile riprodurre l’incedere furioso sulla scena. Neoclassica e romantica, aristocratica e scrittrice, eroina del Risorgimento e frequentatrice di salotti mondani, editrice di giornali rivoluzionari e filantropa, viaggiatrice e patriota: per l’Europa ottocentesca la Principessa di Belgiojoso è tutto questo, e sorprendente al punto da attirarsi ogni sorta di estremismo sentimentale, dall’odio delle corti e dei salotti che sconvolge al suo passaggio, all’adorazione da parte di nomi impressionanti. Delacroix, Balzac, de Musset, Chopin, Bellini, Liszt, Hayez: molti la amano, altri si dichiarano soggiogati dal suo fascino fino a trasformarla in presenza scoperta o serpeggiante nelle loro opere. Come nasce una musa – verrebbe da chiedersi, ma questo spettacolo, che è teatro di parola e parallelamente di fine esegesi storica, è utile a capire e demolire in parte la definizione, nobile certo, ma così spesso attribuita alle donne del passato più anticonformiste e dunque libere, da incarnare quasi l’ennesimo tentativo di riduzione a una rassicurante passività. Nulla di più lontano dalla Principessa di Belgiojoso, che in vita sua decide praticamente tutto: di sposarsi contro il volere della famiglia con il Principe Emilio e di separarsene quando i tradimenti glielo rendono intollerabile; di viaggiare per i salotti italiani, dalla Beauharnais a Vieusseux, tra l’ammirazione e lo sdegno, sola, colta, altera; di aderire alla carboneria, fuggire a Parigi, rinunciare ai suoi beni e vivere da princesse malheureuse in uno studio poverissimo dove cucire pizzi e coccarde e cucinare improbabili frittate con La Fayette (che, ovviamente, la ama); di avere una figlia da padre ignoto. Il suo privato è sempre là dov’è la Storia: è sulle barricate a Napoli con Masaniello, a Milano per le Cinque Giornate, negli ospedali romani durante la resistenza della Repubblica, nelle campagne lombarde delle sue origini a creare scuole per i figli del contado, e dopo la parentesi in Turchia, di nuovo nel Paese unito.
Tutto questo e molto altro ancora riesce a ripercorrere la recitazione impeccabile di Anna Bonaiuto, che restituisce per via di pacatezza e sottrazione un vissuto straripante e contiene in una gestualità meditata l’infinito registro di possibilità che la Trivulzio sceglie di dare alla sua esistenza. Emergono, tra determinazione e ironia, anche gli aspetti più tormentati, l’assillo dell’epilessia e della sifilide (altra dote portata dal marito), la fierezza per essersi decisa sconfinata e la paura per le sue troppe vite (“se è infelice chi vive un’esistenza mancata, è sventurato chi ne vive molte”), la fiducia febbrile in una lotta di libertà e l’ombra lunga e cadente della disillusione finale.
Il filtro della rappresentazione si assottiglia fino a diventare impercettibile e non soltanto per l’intensità interpretativa crescente della Bonaiuto: c’è molto di metateatrale nel taglio scelto per la sceneggiatura, la messa in scena, la rielaborazione degli epistolari e dei materiali storici. Di fatto Cristina Trivulzio recita se stessa e a chi sprezzante la definiva “comedienne”, ribatte raccontandosi così, come tutti armata di maschere e simulazioni, come pochi capace di vestirle con passione e con un impeccabile senso di realtà, lucido nelle diagnosi, indulgente nelle antinomie. Cita non a caso Madame De Staël, “Ci si può contraddire, ma non nella stessa pagina”- e lei, coerentemente, ne scrive di diversissime.
Credo che a questo tipo di teatro e a questo spettacolo si debba molto, qualcosa che ha a che fare con la memoria e con un senso attivo e urgente della storia. Non che debba trattarsi per forza di narrazione esemplare, ché in fondo si può assistere al tutto anche con piglio più filologico o soltanto col divertimento puro, però la Principessa di Belgiojoso è davvero un nesso fondamentale, originalissimo (e troppo marginalizzato) del nostro Risorgimento, la “prima donna d’Italia” secondo Cattaneo; per giunta su di lei si addensa un nugolo di simboli che è difficile ritenere secondario. La Trivulzio parte certo da una condizione di privilegio, ma se ne serve per scardinarsi da qualsiasi sovrastruttura sociale; sfida le maggiori autorità del tempo, poliziesche, politiche, intellettuali, fino al Papa, che non manca di apostrofare in tono più che polemico in un acceso carteggio ai tempi della Repubblica Romana; infine, non appartiene che a se stessa, così lontana da tante altre donne che hanno conquistato un posto nella storia per la via più percorribile, quella seduttiva. Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione e amante di Napoleone III su commissione di Cavour, “responsabile” dell’iniziale appoggio francese all’Italia in rivolta, viene emblematicamente liquidata in un’allusione, in una sola battuta dello spettacolo; con Napoleone III la Trivulzio (lei sì) aveva avuto conversazioni diplomatiche, e ne aveva afferrato con delusione l’inattendibilità. Di certo il suo carisma le impedisce ogni cedimento a una vita da cortigiana ottocentesca e se non la mette al riparo dalla violenza (subisce infatti un accoltellamento da un uomo respinto), la spinge prepotentemente in un orizzonte di assoluta modernità.
Il suo fascino risiede interamente nella libertà, conquistata attraverso gli studi e cercata con impazienza fin da giovanissima in ogni risvolto del reale e del fattibile; per questo è così interessante la lettura di io narrante che ne danno Fiore e la Bonaiuto, perché possiamo ritrarcela pericolosa e salvifica come una donna con un libro in mano sa essere, una sorta di Sharazade che sopravvive raccontando mille storie di se stessa. D’altronde appare chiaro nelle ultime battute dello spettacolo che la belle joyeuse non intende seppellirsi in un destino di icona fuggendo come uno spettro la vecchiaia (né coprirà gli specchi per nascondersi la bellezza sfiorita come Virginia Oldoini); semmai teme, come i grandi, come gli artisti, soltanto l’oblio. Non resta allora che continuare il racconto.

In foto, Anna Bonaiuto in scena, di Simona Cagnasso

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