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di Lucia Cattani

Assenze, breve e semplice parola che può evocare un’infinità di immagini e sensazioni. Enigmatica perché isolata, inspiegabile, plurale eppure di diverso significato immediato per ciascuno: Macerata Racconta ha scelto di far ruotare tutto l’allettante programma della IV edizione del Festival intorno a queste sette lettere che contengono abissi. “L’assenza evoca immediatamente l’immagine di uno spazio vuoto che deve necessariamente essere rioccupato o colmato” nota Giorgio Pietrani, il direttore artistico della manifestazione: questo argomento sarà come nelle scorse edizioni affrontato da personaggi importanti nel panorama culturale nazionale, sia letterario, che filosofico, accademico e giornalistico. Si tratta di un’occasione molto interessante di operare un’analisi, una riflessione sull’attualità e non: il pregio dell’iniziativa si percepisce dalla ricchezza degli appuntamenti previsti, a partire dallo scorso 28 aprile.

Come è evidente dal programma ogni giornata si dedicherà ad un preciso ambito d’indagine: il primo giorno è stato quello dedicato a Cena al buio, interessante attività che permette di capire quale sia la realtà sensoriale di un non vedente, dal momento che la cena si è svolta mentre tutti i partecipanti erano bendati. Senza soffermarsi troppo sull’affascinante prima attività realizzata in collaborazione all’Unione Italiana Ciechi si giunge ad una a prima vista più inerente al titolo del programma nella seconda giornata, quella dedicata alle esposizioni.
Chiaro senza dubbio l’obiettivo dell’Accademia di Belle Arti di Macerata di confrontarsi al tema delle Assenze in modo diversificato e dominato dall’assenza di colori, monocromie, assenza di immagini persino. Ma qualcosa nella mostra alla Galleria Mirionima, inaugurata da professori e studenti il 29 aprile, non convince del tutto. Lo spazio è quello angusto della galleria, ma ha poca importanza dato che le opere accolte sono circa una decina. Di solito l’Accademia di Belle Arti di Macerata coglie lo spirito delle attività che le vengono proposte, ma stavolta c’è un che di caotico, di frettoloso, direi quasi di arrangiato. Certo, le eccezioni sono come al solito presenti e di gran spicco, come la splendida pittura della studentessa Madalina Russi, che sembra aver colto perfettamente il significato di assenze. La tela è enorme e tinta di bianco e grigio, l’unica figura presente sembra un abbozzo di essere umano spezzato a metà chissà da cosa. Il personaggio è decentrato rispetto al quadro, completamente relegato alla sinistra mentre nella tela il vuoto impera. Il risultato è quello molto suggestivo di un vuoto incontenibile e, secondo le parole della stessa autrice, dovrebbe rappresentare un autoritratto collettivo. L’opera è convincente e non è possibile ignorarla in mezzo ad altri pezzi esposti che niente sembrano suggerire che un assopimento della creatività, speriamo, momentaneo. Mi limito a descrivere la prima opera esposta che si presenta alla vista dei visitatori: un classico esempio di ready made privato del significato complesso che Duchamp per primo immancabilmente affiancava l’opera. Si tratta di una sedia di legno, sporca di gesso, semplicemente attaccata alla parete. Chiacchiere di corridoio, di qualche studente, rivelano che un certo professore poco tempo prima era entrato nell’aula chiedendo una sedia che ora, miracolosamente, si trova in un’esposizione. Il significato non è neanche considerabile per quanto palesemente banale. Assenza di qualcuno che occupa la sedia? Assenza di utilità di un oggetto crocifisso alla parete? Non posso tacere su un’altra opera molto apprezzata dai visitatori che su di me personalmente, devo ammettere, non ha fatto alcun effetto a parte un annoiato avvicinamento e presa visione dell’oggetto. Erano in bilico su delle asticelle di legno svariate boccette, quelle classiche con il contagocce che si trovano alle fiere o in erboristeria con tante diverse essenze profumate: ebbene, le ampolline, svuotate delle essenze sono state posizionate con ognuna un diverso cartellino che spiegava “assenza di coraggio” o “assenza di pioggia” o “assenza di felicità”. La didascalia recitava “prendere l’assenza per farla diventare presenza”, un tentativo senza dubbio più meritevole della sedia di legno “ready made” ma che mi ha fastidiosamente fatto pensare a quei lavoretti che a volte si fanno nelle attività scoutistiche o di parrocchia che, per quanto coinvolgenti possano essere, sono molto lontane dal poter essere considerata arte.
Dopo la deludente esposizione alla Galleria Mirionima avviene un’altra inaugurazione a pochi passi, alla galleria degli Antichi Forni. Il risultato è senza dubbio di diverso respiro: presenzia l’Assessore Stefania Monteverde e, dopo brevi parole sull’importanza dell’iniziativa Macerata Racconta viene proiettato un video in cui si susseguono gli strani Pupi colorati di Ivo Consalvi nell’istallazione False Identità curata da Giuditta Chiaraluce, probabilmente trasposizione dei racconti del nonno dell’artista. Tutti hanno un nome ed un soprannome, sono doppiati da una voce ben poco professionale e la scena ha l’aria di essere uno spettacolo di marionette per bambini: peccato che ad un certo punto giunga un orribile pupo rosso acceso che dovrebbe rappresentare nientemeno che un uomo ritrovato dopo giorni dentro un forno, un uomo “cotto” insomma. Quanto di più infelice e grottesco si possa immaginare: i bambini nelle prime file sembrano in effetti tra il divertito e lo sbigottito per un’immagine così macabra. Comunque, si tratta di sensibilità personali, per carità, di gusti: il fatto è che lo spettacolino esulava dal tema principale di Macerata Racconta, ovvero le Assenze. Che assenza può indicare un pupazzo che non riesce a smettere di ridere? E quelli di due gemelli vestiti di blu che fanno i dispetti agli altri bambini? Non sono riuscita, con tutta sincerità, a trovare una risposta. Senza dubbio, però, i Pupi hanno attirato l’attenzione di molti dei partecipanti, con quell’aria di giocattolo colorato ed accattivante, ma a me non hanno proprio convinto. Di diverso genere è il resto dell’esposizione, organizzata dal Laboratorio 41, che come sempre propone opere interessanti e che finalmente sembrano avere a che fare con le Assenze: una Gioconda che vuole forse rappresentare l’assenza di soluzione del mistero; pitture che sembrano attingere dallo stile di Egon Schiele che raffigurano l’autoerotismo di figure nude; soggetti rappresentanti ad esempio una mela tagliata a metà senza il picciolo, singolari immagini piene di mistero, un dipinto scurissimo con un lembo bianco e fluttuante, come un ectoplasma, tele dai colori desolati che sembrano evocare perfettamente la mancanza di un filo conduttore, di un punto di fuga, di un protagonista.
Non sempre le Assenze si possono spiegare: a volte può essere una scelta più saggia lasciarle nella loro intoccabilità, nel loro oblio, nel loro silenzio che ricolmarle di insensatezza. L’Assenza è respiro, autocoscienza molto spesso, equilibrio seppur doloroso, un’apertura verso qualcosa di totalmente nuovo, un’ouverture all’inizio delle danze. Perché violarla senza averla percepita? Perché ridurre un concetto così imponente ad una sedia scrostata appesa ad un muro?

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