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di Arianna Guzzini

Dove può condurre e attraverso quali modalità è possibile giungere ad un’applicazione materica della ricerca filosofica di Antonin Artuad? Questa è una domanda ancora non completamente soluta, su cui ci si continua tutt’oggi ad interrogare ardentemente e sulla quale ormai da cinquanta anni verte l’indagine dello Sperimentale Teatro A. Dopo un percorso durato per ben quattro anni

,  la regista Allì Caracciolo assieme alle sue attrici e danzatrici hanno presentato, durante il seminario dello scorso 30 aprile nella sede della facoltà di lettere di Macerata, l’ultimo lavoro dello sTa, Peccato che fosse una puttana di John Ford, che andrà in scena il 14 maggio al Teatro Lauro Rossi in prima nazionale.

Artuad aveva individuato questo testo come uno tra i più significativi ad esprimere l’idea secondo cui “il teatro essenziale è come la peste”, poiché ambedue rimandano ad una crisi completa dopo la quale si può soltanto pervenire ad una purificazione estrema oppure alla morte. Questo il fondamentale motivo per cui, spiega la Caracciolo, non si può affrontare il teatro come finzione o imitazione della realtà: esso è il luogo in cui si brucia, il rogo dove il suppliziato fa dei segni, ultimo gesto, estremo ed essenziale, nonché puramente gratuito, in cui si convoglia e si compie tutta l’energia al suo massimo grado possibile. La ricerca volge allora verso un rigore ed un determinazione assoluta dell’agire, un agire che è sempre crudeltà, poiché tutto ciò che vive necessita, per determinarsi, che qualcosa muoia. Si genera così un estenuante magnetismo fra forze contrarie: da una parte l’esistenza e dell’altra quella emanata da ciò che è distrutto. L’immagine evocata è di un corpo in bilico sull’orlo del precipizio, con lo sguardo dritto verso l’abisso e i piedi radicati in resistenza.                                                                                                                   Nel personaggio di Annabella, interpretato da Genny Ceresani, è il fato a suscitare questo forte magnetismo, il quale la spinge assieme al fratello al compimento dell’incesto, il ricongiungimento di un’unità originaria separata con la nascita che non può attuarsi se non attraverso la sciagura. L’attrazione e la repulsione la pongono al limite del precipizio e lo strazio del suo corpo muove fra lo svuotamento ed un tentativo sempre più estremo di ricongiungimento, che culmina nell’ultimo atto d’amore possibile: il fratello Giovanni (Fabio Bacaloni) estrarrà il suo cuore permettendole paradossalmente di non morire, proprio perché a loro era permesso di vivere solo nell’unione.

Se la crudeltà parte dalla distruzione per generare vita e se essa si instaura come rigore assoluto e determinazione nell’agire, il lavoro sul testo, come anche sull’azione e la voce, procedono necessariamente verso uno smembramento volto a raggiungere  l’estremamente necessario ed un equilibrio fra parola, suoni, movimento, respiro. Un esempio di ciò viene spiegato dalla danzatrice Michela Paoloni, che effettua una ricerca del corpo sul corpo, ossia sul tipo di corpo richiesto dal testo, dai personaggi, dalla relazione con lo spazio, dagli oggetti, dalla scelta registica. Esso danza al di là del virtuosismo, della bella forma, dell’armonia e si concentra piuttosto sull’economia, sulla ricerca del gesto unico che sia segno essenziale. Il suo è inoltre uno fra i personaggi scorporati, ossia che danza in quanto corpo, ma la cui voce appartiene ad un altro corpo ancora, o meglio ad una perfetta macchina corporea produttrice di suono, che compone il pentagramma vocale dal quale scaturisce ogni movimento e da cui ciascun evento  viene composto. Quest’ultima viene chiamata col nome di Phonè, personaggio “mancante” interpretato da Maria Novella Gobbi, la quale, nonostante sia voce senza movimento, esige anch’essa un coinvolgimento totale ed assoluto del corpo, di una precisione chirurgica nello studio e nell’esecuzione dell’azione per far sì che la vocalità riesca ad essere capace del gesto massimo ed estremo del suppliziato al rogo.

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