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di Ilaria Piampiani

“Sono qui semplicemente per raccontarvi una storia. Dentro ci sono io e chi conoscete meglio di me: Lucio, Lucio Dalla. Vi porterò con noi in un viaggio vero e proprio: attraverso i miei ricordi e i suoi racconti, passerete dalle strade di Bologna a quelle di New York, da Dublino a Barcellona, da Mosca a Lisbona, ma anche in Sicilia, a Napoli, in Puglia e in tanti altri posti che Lucio amava tanto.” –Marco Alemanno- Dalla Luce alla notte

Mi siedo in platea, su di una tradizionale poltrona in velluto rosso. Scelgo la seconda fila perché certi incontri vanno vissuti nella loro totalità e pienezza, vanno abbracciati intensamente con gli occhi e il cuore. Sono arrivata in anticipo e così, raccogliendo le idee, l’attenzione e, preparando lo stato d’animo, mi guardo intorno: gli spettatori prendono posto nel teatro Annibal Caro di Civitanova Alta, un gioiellino architettonico, con i suoi palchetti intagliati e i suoi affreschi del soffitto dalle tinte pastello. Davanti a me il sipario chiuso, serrato che nasconde l’intensità di un colloquio che, di lì a poco, sarebbe iniziato e avrebbe commosso l’uditorio più sensibile.
Giunge il momento più agognato e atteso per un appassionato di teatro: le pesanti e vermiglie tende si aprono e il nostro “intimo appuntamento” con Marco Alemanno comincia.

Chi è questo ragazzo dai capelli corvini, dagli occhi “carbonosi di giovane pugliese”, con lo sguardo estremamente segnato da una dolce malinconia e un deciso dolore che gli fa compagnia, lo sappiamo fin dal giorno dell’ultimo saluto al caro, simpatico e “geniale folletto” Lucio Dalla. Abbiamo dinanzi lo stesso ragazzo che piangeva in chiesa recitando una meravigliosa dedica al suo compagno degli ultimi nove anni di vita, struggente e pura, nuova al grande pubblico che, sorpreso e commosso, ascoltava lo sgorgare di lacrime frammiste a parole d’amore.
Eccolo in piedi, con gli occhi scuri rivolti al leggio, recitare i testi di Lucio e di Roberto Rovereti, dall’ineffabile bellezza, disarmanti per la semplice complessità delle emozioni ivi raccolte e raccontate: di profilo a conversare con lui, ponendogli domande probabilmente anche “nostre”, Gilberto Santini, figura di spicco nel panorama teatrale internazionale, docente all’Università di Urbino e amico e collaboratore del cantante bolognese. La calda, intensa e affascinante voce di Marco ci accompagna per circa un’ora di incessante scambio di ricordi, delineato dal sorriso giocoso che alcuni aneddoti della vita di tutti i giorni disegnavano sul volto, scandito dalla sofferenza sincera e spassionata per un distacco avvenuto troppo presto e ancora percepito come tremendamente fresco, una luce ancora relegata nella lontananza di un orizzone, al di là della notte più presente che mai.
L’album dei ricordi viene aperto, lo leggiamo attraverso le parole dette, lo ascoltiamo a cuore aperto, lo vediamo attraverso le immagini, le foto che scorrono sullo sfondo scattate durante i diversi viaggi in giro per il mondo, stralci di visioni intrappolate dalla memoria di Marco e Lucio, fissate e racchiuse in uno scatto nella speranza di poter rivivere l’emozione del momento in cui un bambino giocava con un pallone da calcio o il sole sorgeva e tramontava, il cielo faceva da soffitto ad una chiesa dimenticata e sola, avvolta dalla spontaneità unica della natura. Quelle foto ci “creano l’illusione di esserci stati”, illusione accolta e a cui siamo grati perché ci da la preziosa possibilità di vedere con gli occhi curiosi e vivaci di Lucio, permettendoci di immaginare l’essenza di quegli istanti. Ogni momento per Marco era immagine, egli invece ne faceva un verso di una canzone.

Il dialogo continua: è un dialogo pieno di vita, così come pieno di vita è il libro di Alemanno, Dalla luce alla notte, un diario, una biografia, un dono per il quale non possiamo che essere grati, un gesto di generosità che tenta, riuscendoci magistralmente, di restituire alla gente che ama Lucio la sua anima. Un libro, questo, scritto “nella buia stanza del dolore”, una fredda e isolata stanza nella quale dover passare del tempo dopo un distacco e la violenza con cui esso avvolge il giorno e la notte, luce e tenebra, un distacco reso tremendo e lieve dalla memoria, balia che punge e culla. Sul palco non assistiamo all’esibizione di un attore bensì al rivelarsi di un uomo e della sua fragilità, del suo ardente bisogno e coraggio di afferrare il proprio dolore e tramutarlo in ricordo per gli altri: il suo è un “doveroso saluto a tutta la brillante ironia di Lucio Dalla, alla sua magnetica vivacità umana e intellettuale, alla sua irripetibile e infantile magia”. La solitudine di una sofferenza composta ci accompagna attraverso ampi orizzonti, ci narra di incontri, visitiamo Firenze e le sue bellezze, ci perdiamo tra i soprammobili e i quadri della loro casa in via D’Azeglio 15, ci spostiamo a Manfredonia, ci innamoriamo della Puglia. Marco riesce perfettamente a descriverci un Lucio negli anni della sua infanzia, della sua giovinezza, quando, steso sul pavimento, ascoltava le voci inconfondibili, portate dal vento, dei grandi attori di un tempo, come Mastroianni o Rita Hayworth. Se ne stava lì a immaginare, perché a vederle, a saperle davvero le cose, senza essere sopraffatti da un minimo di mistero, non c’era poi tanto gusto. Gli piaceva considerarsi uno sciamano, un uomo che comprende prima che qualcosa venga rivelato: poteva starsene le ore, lì seduto in un bar, e chiedersi con chi un uomo parlasse al telefono, dove andasse una donna assorta, magari con le mani occupate dalle borse della spesa, cosa pensasse una giovane mentre attraversava le strisce pedonali. Immaginava e rubava, affamato di curiosità, i segreti, i dubbi, i desideri delle persone dalle loro stesse tasche per farne una canzone che raccontasse l’esistenza. Un uomo come Lucio Dalla, amante convinto dell’immaginazione, non poteva che essere perdutamente innamorato del futuro, di questo ritardo infinito che allunga ogni momento del presente poichè il futuro è adesso, è ora, una “nebulosa incombente e mai minacciosa”, una magnifica Eco fondata sull’unico potere privo dell’arroganza che il potere stesso cela, il dono di Dio: l’amore.
Lucio pensava e fantasticava sull’avvenire come un bambino dagli occhi grandi, progettava instancabile, rigettava la noia e creava, immergendosi in ogni manifestazione artistica affinché potesse nascere da essa una piccola Futura.
Così Marco Alemanno lo descrive, ce lo racconta, sorridendo sulle sue piccole follie, riportandoci le sue maestose idee: lo riconosciamo attraverso due vite, in un poetico intrecciarsi di volti, di voci, di immagini e versi, senza mai cadere nel rimpianto ma privilegiando un sentimento di fedele gratitudine per ogni affezionato momento serbato nell’animo. Riconosciamo un caro amico, lo stringiamo forte e ci divertiamo a fargli indovinare le nostre aspirazione e le nostre fantasie più recondite e nascoste; non siamo più sulla poltrona di velluto rosso in un teatro marchigiano, ma in un bar di Bologna, o di Barcellona, o di New York, chi lo sa, a prendere un caffè con lui e a raccontarci a vicenda.

Il ricordo continua, passando dalla più intesa quotidianità alle grandi amicizie di Lucio: Vito Mancuso, teologo italiano, parla di lui, del suo legame, delle loro conversazioni su Dio e la sua natura, per poi finire con gli Stadio, un concerto che ha infiammato, divertito ed emozionato una piazza intera, gremita di una partecipazione sincera. Attraverso i loro “diamanti e le loro caramelle”, gli Stadio hanno fatto uno splendido e pieno tributo alla memoria di un amico vero, che non sopportava le divisioni e la stupida convinzione dell’uomo nel trovarle giuste, nel perpetuarle. Questo gruppo tutto italiano festeggia i suoi trent’anni di carriera, di canzoni che abbracciano passato, presente e futuro, un gruppo contraddistinto dall’umiltà, dalla semplicità che solo i grandi sono capaci di avere. In quella folla che batteva le mani, accennava qualche strofa, si teneva abbracciata ad una persona amata, si poteva benissimo scorgere Futura e la sua allegria, la sua infanzia e la promessa di una crescita gioiosa.

Salutiamo Lucio e la sua genialità allo scoccare della mezzanotte di questo primo fine settimana del Futura Festival. La piazza si svuota e rimane la notte con i suoi silenzi.
Mi piace dire che ho scelto il tramonto per scrivere questo articolo sul tributo al bolognese pescatore di storie: forse perchè una delle ultime foto che lo ritraggono immortala l’arancio di un tramonto e la sua nuca avvolta nell’ ombra, forse perché è nella quiete estiva di quest’ora che si possono sentire le rondini cantare felici e sfreccianti nel cielo dal quale il sole stà per congedarsi. Le rondini che volano “sopra i tetti delle città, tra il fresco delle stelle chiudendo gli occhi con semplicità”. Proprio chiudendo gli occhi si può imparare a immaginare quanto sarebbe bello essere una rondine, pensare di accarezzare le nuvole e sentirsi più vicini a chi ci ha lasciati, e perché no, a Lucio, attraversando la notte, aspettando l’alba e trovare la forza per scacciare la paura verso un domani fatto di meravigliosi “chissà”!

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