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di Ilaria Piampiani

“Salvatore non è una persona difficile. Lui si permette, a buon diritto, di parlare di argomenti che purtroppo si considerano facenti parte di una “cultura pallosa”. Non c’è nulla di difficile e di palloso quando la cultura viene raccontata con passione. Non dobbiamo per forza sentirci lontani dall’arte, come dall’antico, perché il “noi” lo ritroviamo in un greco antico o etrusco o in un aereo pittore.
Salvatore anche parlando del Lacoonte parla di noi.” Enzo Sferra

La lancetta dell’orologio segna le 18:00, il grigiore del cielo e le nubi più minacciose si stanno piano piano allontanando lasciando spazio a un ridente sole in un cielo decisamente più sereno, quando i ripidi scalini di via Sant’Agostino a Civitanova Alta iniziano a riempirsi di signore e signori, giovani e bambini, tutti diretti verso il chiostro dell’omonima chiesa sconsacrata.
La città Alta, nel pomeriggio del 12 luglio, apre le porte, occhi e orecchie all’arte per il Futura festival, alle sue manifestazioni più antiche e, allo stesso tempo, più proiettate verso l’avvenire, registrandone la ricchezza, la speranza, e il riflesso del passato.
Il pubblico, in un’attesa fatta di curiosità e aspettativa, si dispone sulle sedie quando viene accolto sul palco il professore Salvatore Settis, un uomo dall’autorevolezza e dalla lucidità intellettuale che non può non intimidire, suscitando la massima ammirazione. Sembra doveroso fare una minima presentazione di questo ospite illustre del Futura, per sottolineare quanto Civitanova possa e debba ritenersi onorata e fortunata nell’aver potuto presenziare a questo impedibile incontro: storico dell’arte e archeologo di fama mondiale, Salvatore Settis ha diretto la Scuola Normale Superiore di Pisa per ben undici anni, così come il Getty Research Insitute di Los Angeles, è inoltre membro della prestigiosa Accademia dei Lincei, dell’American Philosophical Society di Philadelphia, delle Accademie di Baviera, di Berlino e del Belgio, nonché presidente del Consiglio Scientifico del Louvre.

Il professore si dispone in piedi, solo con un leggio posto davanti. Sistema le sue carte sulle quali ha fissato i punti chiave della sua lectio magistralis, indossa gli occhiali da vista e incomincia.
“Proverò a parlarvi di cose che già conoscete ma vi chiedo anche di immaginare.”
La premessa da cui partire risulta essere il sunto più efficace dei contenuti che poi verranno esposti: il conoscersi e riconoscersi attraverso la facoltà immaginativa che può essere sviluppata, resa viva e afferrabile solo attraverso le arti e le sue più variegate e sorprendenti manifestazioni.
Il viaggio incomincia con un monito preciso: capire se l’arte classica serva ancora a qualcosa o debba essere considerata soltanto un rudere polveroso, inutile, troppo lontano rispetto una contemporaneità accelerata e caratterizzata da un pragmatismo fin troppo superficiale.
Questi quesiti danno il via ad un ampio excursus sui più eminenti pensatori, letterati, artisti e storici dell’arte del passato, tra cui Winckelmann, Goethe e Canova, i quali si sono rivolti all’antichità e al classico con occhi impregnati d’ammirazione, comprendendone l’importanza e il fatto che in esso si celi in più profondo fondamento della civiltà stessa, della tradizione che si evolve e ritorna alle sue radici, senza mai poter dimenticare i passi di chi ci ha preceduto.
Il 1700 guarda all’arte classica come foriera di “nobile semplicità e quieta grandezza”, simbolo di un’essenziale ricchezza che riecheggia attraverso le epoche; alle soglie del nuovo secolo, nel 1899, la nobiltà del classico decade e ne cambia la fruizione per diversi motivi, tra cui la scoperta consapevolezza che il marmo delle statue più antiche, simbolo di un tempo mitico e irrecuperabile, in realtà non era candido come i secoli ci hanno insegnato, bensì si mostrava variopinto.
Riusciamo benissimo a sgranare gli occhi della nostra immaginazione, pensando alle più famose creazioni di Fidia caratterizzate da colori accesissimi, gonne blu e fiori d’oro!
Le reazioni alla policromia della società occidentale sono negative, scioccate, quasi il colore fosse un elemento di estremo disturbo, un graffio sull’idea stessa della perfezione: risulta impossibile e sacrilego pensare che le armoniose proporzioni del corpo di un Ercole potessero essere state barbaricamente tatuate in tal modo. Il professor Settis sottolinea come noi siamo figli di una classicità contraddistinta dal bianco, e come non possiamo svincolarci e liberarci dall’inevitabile filtro che ci separa, per ovvi motivi spazio-temporali, dalle “officine” dei più grandi scultori greci e romani. Questo filtro si è formato attraverso Donatello, Michelangelo, Canova, si è insinuato nel modo di pensare e di percepire le cose, rendendoci così più proiettati al biancore e allergici al colore. Il professore parla di “prepon”, unica parola greca citata in tutta la lectio, indicando “ciò che conviene, che è appropriato” proprio in relazione al nostro rigetto del variopinto sulle opere della classicità.
Affascinante è, inoltre, pensare al cambio di atteggiamento rispetto la considerazione dell’antico che non è stata sempre la medesima: basti pensare al periodo trascorso tra il V secolo a. C. e il 1400 e al desolante abbandono a cui sono state lasciate opere di inimmaginabile valore artistico, distrutte per ricavarne calce o bronzo da destinare ad armi e monete. Il Met, il Louvre, il Pergamum Museum sono figli dell’intuizione di quei mercanti, notai che hanno rispolverato le bellezze del passato offrendole a duchi, principi e papi, committenti poi di uno spirito di ricerca del perduto nelle terre di Delfi, Olimpia e Samo. L’uomo matura così la convinzione che tale ricchezza debba essere recuperata, riportata alla luce in modo da favorirne una piena rinascita in modo da restituire alle rispettive contemporaneità l’armonia e la perfezione che tali opere trasudano.
Il viaggio continua e Settis ci fa rivivere le tappe della moda tanto diffusa del Grand Tour, tra ‘700 e ‘800, ci inoltriamo nelle più sontuose corti di Francia e Spagna, fino a poi giungere al sorriso terribile ed estremamente affascinante dei magnifici Bronzi di Riace, maestosi uomini sopravvissuti alle acque del mare e al tempo.
Un’ora trascorre e l’uditorio sembra non essersi reso conto dei minuti che passano: si giunge all’insegnamento finale, al comprendere che purtroppo la crisi dell’antico e della sua ricezione deriva da noi, dai suoi “pronipoti” che non sembrano essere più capaci di coglierne l’essenza. Dobbiamo imparare, o meglio ricordare, a rapportarci con il classico seguendo un esercizio di elasticità tra il diverso e l’identico. È innegabile che la nostra civiltà abbia le sue radici nella Grecia e nella Roma di un tempo, è giusto rivendicarne l’esistenza e viverla con orgoglio, ma dobbiamo anche essere coscienti del fatto che la nostra democrazia non può essere quella di Atene, che la nostra libertà è diversa, è maturata, si è affermata nel corso dei secoli. E proprio perché molte conquiste sono state fatte, non possiamo permettere che esse vengano distrutte e calpestate: abbiamo il diritto e soprattutto il dovere di credere che la cultura sia un enorme dono affidatoci dal passato, un dono da custodire e a cui attingere perché è la nostra stessa Costituzione che ce lo dice. Il cittadino italiano ha il diritto alla cultura e ha a sua disposizione la possibilità di abbracciare l’arte, di sentirsi libero attraverso l’istruzione. La crisi non deve intaccare questo e la politica dovrebbe capirlo e non continuare a tagliare coprendosi gli occhi.
Così Salvatore Settis ci lascia, con l’invito a chiedere ciò che ci spetta, con la grinta che ci serve a difendere la bellezza, a non farcela portare via da una classe politica troppo spesso inadeguata e indifferente. Il futuro non può risorgere senza nutrire le proprie radici, non può fiorire se non nel riconoscersi nel suo passato perché le due cose sono sì diverse, ma non potranno mai sentirsi reciprocamente estranee e opposte. L’una rinvigorisce se l’altra prende vita, una grande metropoli si sviluppa davvero solo se Pompei viene restituita alla maestosità che un tempo trovava rappresentazione nelle parole di chi ne attraversava le strade.