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di Maria Silvia Marozzi

“Punto ed a capo con l’architettura” è il titolo del libro nonché la dichiarazione d’intenti che nel 1934 l’allora trentaquattrenne Edoardo Persico mise “gegenüber“ la Storia.

Il termine tedesco per “di fronte a” è usato dai filosofi analitici per stabilire la proprietà definitoria di una persona, proprietà che si risolve nella relazione che la persona ha col suo prossimo, stabilita come norma identitaria di ciascun essere umano. La relazione qui è declinata fra due esseri impalpabili: la Storia e il pensiero intellettuale, il quale tenta di forzare il corso della prima mettendola di fronte a una possibilità di cambiamento, che le avrebbe resa un’identità altra da come essa si presentava all’epoca (non bene). Un’identità che fosse resa tale dalla relazione che il corso degli eventi storici avrebbe instaurato con l’idea persiciana. Scrive lo stesso Persico nel suo primo libro, autoprodotto a 23 anni e non ancora imperniato della polemica che fu la leva, che azionò il seppur breve attivismo del critico (egli non fu mai architetto): “Tutti hanno scordato che esiste al mondo l’Amore. I morti sono accatastati, gli uni sugli altri, senza più odio né bandiere. Nella terra, dove il mondo che muore si unisce sempre al mondo che nasce, i morti stanno faccia a faccia, affratellati. Ormai, non v’è più che una sola patria ed una sola speranza, come non v’è che una sola guerra ed una sola vittoria. Perciò oggi tento l’Arte.” (dal Prologo di “La città degli uomini d’oggi” ). In questa apparente pessimistica analisi della situazione storica in corso, Persico sembra avere in embrione il concetto che sarà alla base della sua necessità di cambio di rotta in architettura e, se non come conseguenza come requisito, di cultura sociale. Dentro la gabbia del neonato Regime, sotto i cadaveri e le macerie di quella che fu la Grande Guerra, si celava una unità di popoli che non comprendeva solo l’Italia. Da questo “movimento di coscienza collettiva” egli sperava di guidare le masse verso fuori, verso il nuovo.

Ma cosa si intende per “nuovo”? Questa domanda fondamentale mi ha assillato ed è giunta a chiarimento attraverso la chiacchierata con Michele Schiavoni, architetto e presidente dell’associazione culturale “Punto ed a capo” di Macerata: <<L’innovazione per Persico risiedeva in un processo di adeguamento ai tempi correnti, particolarmente nella possibilità, se non nella necessità per l’Italia, di inserirsi nella corrente delle avanguardie europee del primo trentennio del XX secolo.

In una prospettiva di questo genere, la relazione con la tradizione vede una profonda cesura, poiché gli stilemi del passato non potevano più essere rappresentati. Non si potrà parlare, in riferimento a Persico, di definizioni come “architettura mediterranea”, alla maniera di Giuseppe Terragni, almeno quanto non ci si potrebbe aspettare da una tal architettura lo sfarzo, non più necessario né utile, di decorazioni magari distintive di una certa particolare preziosità di stile ristretta a pochi cultori di metodo.>> L’incontro di queste due nuove prerogative, la rottura con la tradizione e l’adesione ai modelli europei, porterà Persico ad aderire nel 1934 al Movimento Razionalista, che trovava nel funzionalismo il suo punto cardine.

<<“Punto ed a capo” nasce come associazione in un quadro storico (quello attuale) che tutti sappiamo essere molto critico>>, laddove si badi, crisi è significante di cambiamento, caos, uniformità << e dunque risulta in qualche modo affine agli anni irregimentati di Persico. Quale possa essere oggi il significato di Regime, non è facile dire né farebbe piacere farlo, perché qualsiasi sia stata negli ultimi trent’anni l’architettura a Macerata, essa ha operato talvolta in modi che risultano ben lontani da ogni teoria del mio campo professionale. L’architettura ideale, come ha detto una volta qualcuno, è quella “che si sottomette alle reali necessità della società”, non quella che aderisce indistintamente al cosiddetto “International style” ripetibile ovunque secondo gli stessi parametri. Si tratterebbe di un grosso errore poiché il senso di uniformità, che, se è presente sotto una certa ottica in Persico1 certo non è inteso dall’ International style nello stesso modo, non può essere applicato indistintamente ai terreni fisici di tutto il globo, sui quali piuttosto l’architettura deve modellarsi di volta in volta.>>

Il problema, secondo il critico e saggista, risiedette al suo tempo nel fatto che gli uomini ingenuamente si lasciarono persuadere da chissà quale moda (il più temibile dei pericoli sarebbero proprio le mode) ed hanno scoperto un nuovo senso del bello in qualche cosa che si allontanava vertiginosamente dalla bontà per avvicinarsi al male, che per sua definizione risulta brutto. E dunque si sarebbe ottenuta l’identità per cui il bello è il brutto, ossia si è mutata concezione dell’elemento estetico in una direzione architettonica negativa. Un esempio contemporaneo di tendenze simili è riportato dallo stesso Schiavoni: “ Oggi è di moda parlare di ecosostenibilità tanto che si è finito con l’inserirla come prerogativa di qualsiasi settore, al prezzo di far scorrere in basso nella graduatoria gli elementi di caratterizzazione stessa di una qualsivoglia opera. Nel caso dell’architettura, è fuori luogo venire a parlare di ecosostenibilità, poiché in qualità di frutto dell’uomo, essa non è di per sè a impatto zero.”

Prosegue Schiavoni: <<Persico fu il primo ad intuire che l’Europa era ad un punto avanguardistico notevole e che l’Italia non doveva restarne fuori, che l’architettura di Stato risultava chiusa, limitata.

Macerata necessita di una svolta, di un adeguamento ai tempi dopo trent’anni di effettiva assenza. Occorre rivedere le strutture, svelarne gli errori, che quando non sono solo grossolani risultano addirittura pericolosi. Il nostro vuol essere un grido silenzioso, che piuttosto che criticare, propone. Siamo un gruppo di professionisti che operano per la loro città, con un occhio particolare alla Comunità Europea e alle sue tendenze (io apprezzo in particolare l’architettura portoghese e quella svizzera). >>

La riflessione, a fronte di un tale argomento d’indagine culturale, giunge come un tronco portato dal fiume della storia agli anni fra il 1950 e il 1960, quando in Italia il miracolo industriale instillò negli intellettuali il bisogno di un adeguamento, il senso di responsabilità in quanto depositari della cultura e la spinta all’attivismo. Calvino, in “Una pietra sopra” così esplica il suo concetto di progresso: “Torino rappresentava per me la città dove movimento operaio e movimento di idee contribuivano a formare un clima che pareva racchiudere il meglio d’ una tradizione e d’una prospettiva d’avvenire.” . In effetti siamo tutti a conoscenza di come, a fasi alterne, l’interesse per l’autenticità, l’identità specifica e ristretta di una certa tradizione, abbiano permeato la classe intellettuale come un nettare complementare per l’avvenire. Negli stessi anni in cui Perisco era in vita, ad esempio, un architetto celebre come W.A. Gropius sosteneva la necessità di un metodo, che derivasse da un solido passato di acquisizioni, piuttosto che di uno stile, dettato dalle mode, come strumento primo della cultura, e neppure esitava a definire cultori de “i fuochi fatui del manierismo”, avanguardisti del calibro di Persico. Una direzione diversa da questa e più vicina a quella avanguardista italiana persiciana sembra essere stata invece quella dell’arte della Musica. Scrive così Giovanni Piana nella sua “Filosofia della Musica”: “ […] vi è nella musica del ‘900 una ricerca piuttosto di motivi, che non appartengano alla cerchia chiusa di quelli che la nostra tradizione ci ha reso familiare.”

Persico insieme a Calvino, Vittorini, Gropius testimonia che il ruolo e l’attivismo dell’intellettuale, dell’architetto, di tutte quelle professioni che andrebbero forse più propriamente definite scienze, risultano di fondamentale rilevanza per stabilire il corso della storia e dunque della società, in una relazione che tende a valicare ogni limite geografico. E’ sentita qui una specificazione, ossia che a sentirsi chiamati all’azione per la causa comune, siano gli artisti veri, tanto per far un esempio, quelli che non si autodefiniscono tali.

Oggi l’associazione culturale “Punto ed a capo” assolve al ruolo di parte dinamica in un secolo sì nuovo, ma che pare confermare la postulazione di Polibio a proposito della ciclicità della storia che sempre si ripete in forme convergenti ma di contenuti sempre più evoluti.

1 Il quale in effetti così scriveva nella sua prima opera: “ Le 11 mansioni di quest’opera vanno tutte allo stesso scopo, animate dallo stesso soffio: l’unità[…]”.

 

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