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di Alessandro Seri

Così si scopre la reale bellezza di un luogo, la sua vena aurea, così nelle giornate del ventidue e ventitre marzo duemilaquattordici il Fondo Ambiente Italiano ha dato facoltà a migliaia di persone di accedere a luoghi di grande fascino che per la maggior parte del tempo vengono tenuti chiusi e sono all’appannaggio di pochi: proprietari privati o enti che adibiscono questo patrimonio ad uffici o archivi. Come normale che sia anche Macerata ha i suoi gioielli nascosti che occasionalmente sono stati svelati. In questa piccola città il FAI gioca facile; di palazzi nobiliari, luoghi d’interesse e vedute magiche ce ne sono così tanti che potrebbero offrire idee di visita per anni. In fondo è una città definitasi tale nel 1138 e conserva una storia che potrebbe risultare unica se solo la si volesse conoscere.

Sabato mattina 22 marzo è stato il momento adatto per approcciare la visita alle tre proposte maceratesi delle Giornate FAI di primavera. Il programma casuale che mi sono fatto ha visto come primo luogo di visita il Palazzo del mutilato, ultimo fra gli edifici costruiti a Macerata dall’architetto Cesare Bazzani. La costruzione assimilabile a quelle della corrente razionalista, edificata tra il 1930 e il 1935 ha una impostazione monumentale che, ideologie a parte, presenta diversi elementi di fascino. Innanzi tutto l’ubicazione, piazza Oberdan, il punto più alto di Macerata. La scelta di costruirvi un palazzo di tale portata appare piuttosto anomala. Difatti soltanto la facciata risalta mentre il corpo a semicerchio dell’edifico resta evidentemente sacrificato dagli altri palazzi di epoche precedenti che lo circondano e che (per fortuna?) non si è trovato il coraggio di abbattere. Il Palazzo del mutilato, oggi contenitore della biblioteca universitaria, fu costruito per volere dell’ANMIL con il beneplacito del regime fascista e inaugurato il 24 ottobre del ’36 dal duce in persona, che visitava la zona con evidenti intenti di propaganda. Vicende storiche a parte la casa del mutilato, con il suo salone principale e il suo terrazzo all’ultimo piano è uno dei luoghi migliori per guardare Macerata dall’alto.

La seconda tappa, a poche centinaia di metri da piazza Oberdan, cioè all’inizio di via Crescimbeni è stata assorbita dalla visita alle stanze di Palazzo Floriani Carradori, oggi per la maggior parte adibite ad uffici privati e persino ad una struttura maceratese convenzionata con l’Università dell’Oregon. Sicuramente è uno dei tesori della città e altrettanto sicuramente sono poco conosciute le sue notevolissime stanze affrescate. Un susseguirsi di sorprese rivelano la pregevolissima fattura del palazzo, terminato nel 1539 su disegno dell’architetto Pellegrino Tibaldi. Gli affreschi interni risalenti al seconda metà del ‘700 sono del pittore romano Giovanni Maspani e dimostrano la cura con la quale la famiglia Floriani e poi successivamente la famiglia Carradori scelsero di vivere e di imporsi in città. D’altronde seppur scambiato dai più come un piccolo centro di provincia, Macerata è da sempre crocevia di interessi storico artistici e culturali, quindi viene da se che le famiglie nobili del territorio e dintorni la scegliessero come sede per i loro palazzi di rappresentanza. La famiglia Floriani stessa nella figura dell’ingegnere militare Pietro Paolo Floriani, noto per essere stato al servizio di papa Urbano VIII, aveva optato per questa scelta.

L’ultima e forse più interessante tappa della mia personale giornata di primavera è coincisa con la visita a palazzo Trevi Sinigallia e con il successivo piccolo giro alla scoperta della Macerata ebraica. Il palazzo sito lungo via Santa Maria della Porta è appartenuto fino al 1981 all’influente famiglia Sinigallia e ora, appena restaurato, è di proprietà comunale. L’interno non è particolarmente evocativo e l’odierno restauro lo ha reso di fatto uno spazio per uffici pubblici. Sicuramente apprezzabile, su indicazione di una brava guida, è però la vista sulla città che si presenta dal balconcino. Una veduta insolita che permette a chi ne gode di apprezzare la torre dell’orologio da un’angolazione privilegiata e di ammirare la manifattura in laterizi delle case del centro. La visita è proseguita con il piccolo tour nelle vie che un tempo furono quelle del ghetto ebraico. vicolo Ferrari, via Armaroli, i mattoni ancora visibili delle case del 1300, le singolari finestre prettamente ebraiche, particolari che durante la vita di tutti i giorni passano inosservati ma che ad un visitatore attento raccontano una storia secolare, la nostra. Ho scelto di terminare la visita soffermandomi per un istante sulla particolarissima lapide esposta nel cortile municipale che, in lingua ebraica, ricorda la morte del rabbino Avigdor nel 1553, l’epitaffio recita: “ “Lapide sepolcrale / dell’intriso nel suo sangue / rabbino Avigdor di benedetta memoria, figlio di / Zecharjah, la memoria del giusto sia benedetta, lunedì / vigilia di capo d’anno, anno 312”. E Macerata splende nella sua reale bellezza.