gulag

« Ciò accadeva, quando sorridevano

solo i morti, lieti della loro pace.

E come un’inutile appendice Leningrado

penzolava accanto alle sue prigioni.

E quando, impazzite dal tormento,

marciavano le schiere condannate

e una breve canzone di distacco

cantavano i fischi delle locomotive.

Le stelle della morte incombevano su noi,

e la Russia innocente si torceva

sotto gli stivali insanguinati

e sotto le gomme delle nere marusi.»

 

Anna Achmàtova

 

di Lucia Cattani

 

Un grande contrasto domina la splendida Sala della Specola della biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata. Fluttuano sospese nei lunghi corridoi immagini di desolazione e dolore. Nella sommità della città, in quel luogo di rara bellezza da cui è possibile ammirare le montagne a ovest e il mare, lontano, verso est, in cui nonostante le nubi minacciose di una giornata plumbea un tiepido bagliore entra dalle molte finestre per tutto il perimetro non si riesce a far tacere l’inquietudine che le fotografie dell’esposizione di Tomasz Kizny suscitano. L’eloquenza delle immagini, semplici e crude, credibili, vicine rendono ben misero il godimento di trovarsi in un luogo così speciale, in mezzo al cielo. L’atmosfera è sospesa e silenziosa, nonostante l’affollamento di una classe in visita.

Spiccano taglienti le immagini in bianco e nero di un’altra terra, di un’epoca distante che tuttavia non sembra così poco familiare come dovrebbe apparire. Filo spinato a perdita d’occhio, cumuli di scarpe, miseri casamenti diroccati ci fanno pensare alla realtà dei campi di concentramento nazisti, più tristemente famosi a noi europei. La mostra induce tutti i presenti a mantenere quell’atmosfera sospesa e muta del cordoglio, ci si sente quasi colpevoli del proprio fortuito benessere che diventa vergognoso confrontato a quelle vite; viene mostrata una sofferenza troppo straziante per non essere rispettata.

Le fotografie sono la rappresentazione agghiacciante delle vicende che ci sono pervenute solo dai libri, che la maggior parte di noi ha avuto modo di immaginare  attraverso le scene descritte da capolavori come “Arcipelago Gulag” di Solzenicyn e da “i Racconti della Kolyma” di Varlam Salamov. Le descrizioni acquistano un senso, il racconto diventa verità e tragedia di un popolo, quello declamato e pianto dalla poetessa Anna Achmàtova, madre di uno dell’infinito numero di prigionieri dei campi di prigionia. La realtà incombe, soppianta l’immaginazione, e non può essere descritta se non da chi ne ha fatto l’esperienza. Molte opere svelano le ultime tracce che i gulag hanno lasciato dietro di sé, nella steppa desolata dell’ex Unione Sovietica. Scorrono in mezzo al nulla chilometri di filo spinato nel luogo dove si ergeva il campo della Kolyma, uno dei più duri che siano mai esistiti, quello descritto da Salamov nei suoi racconti. Vi erano relegati i cosiddetti “controrivoluzionari”, quelli che si erano macchiati di “reati contro lo Stato”: in realtà i motivi di condanna potevano allontanarsi molto dall’idea di agitazione politica o tradimento della patria che questi termini potrebbero evocare. Poteva essere definita “associazione controrivoluzionaria” una semplice corrispondenza scambiata tra fidanzati. Possiamo considerare la testimonianza dello scrittore sopravvissuto per capire l’assurdità dell’applicazione delle condanne, mentre ci parla di un suo compagno: “era l’unico figlio di una vedova, e l’avevano processato per macellazione illegale di bestiame: dell’unica pecora che Fedja avesse sgozzato. La macellazione era proibita dalla legge. Fedja si era beccato dieci anni.” Da ciò si può evincere lo stato di terrore in cui la Russia era sprofondata, la terra descritta dalle splendide e terribili poesie dell’Achmàtova. Una condanna alla Kolyma equivaleva ad una pena di morte sia per le insostenibili condizioni climatiche, che in inverno scendevano facilmente sotto i 50°, che per la durezza del lavoro nelle miniere d’oro, sia per la crudeltà dei militari, dell’equipaggiamento fornito ai prigionieri e per la scarsità di viveri. A dominare la Kolyma, di un bianco funerario abbagliante, c’era solo morte e oblio. I prigionieri passavano i loro ultimi mesi, anni, nel più profondo abbandono, costretti a lavorare a ritmi massacranti, spesso impegnati in imprese senza alcuno scopo a parte quello di renderli corpi senz’anima. Venivano spesso ordinate lunghissime marce sulla neve vergine per creare faticosamente strade percorribili che non portavano da nessuna parte, uno sforzo inconcepibile che stremava anche psicologicamente gli ospiti della Kolyma. Salamov ci parla di uno svuotamento interiore, di un ritorno ad un ancestrale e istintivo istinto di sopravvivenza che non aveva niente a che fare con la speranza o la volontà di vivere. Descrive in uno dei suoi racconti un altro compagno con queste parole: “ Non incolpava nessuno di questa indifferenza. Da tempo aveva capito da dove venissero questa ottusità, questo freddo dell’anima. Il gelo, quello stesso che trasformava in ghiaccio uno sputo in volo, era penetrato fino alle anime. Se potevano congelarsi le ossa, il cervello, poteva congelarsi anche l’anima. Al freddo non si può pensare a nulla. E l’anima si era congelata, rattrappita, e forse sarebbe rimasta ghiacciata per sempre.” Dopo l’inevitabile morte non attendeva il prigioniero che una targa con il numero a lui assegnato: veniva sottratta anche la dignità di un nome, veniva sottratta la stessa identità. Gli artisti subivano una sorte diversa rispetto agli altri ospiti dei Gulag: immagini di grande forza presentano nella mostra i volti dei superstiti e non, testimoniano qualcosa che va oltre la sofferenza fisica. Chi aveva i requisiti necessari, chi era stato attore, cantante, ballerino diventava una marionetta per il divertimento dei militari: l’arte era un semplice svago per gli aguzzini che traevano piacere dalle doti degli artisti, costretti a far finta per il tempo passato sul palcoscenico di tornare ad essere tali nonostante l’amara coscienza della totale ipocrisia di un arte scevra di significato, svuotata di ideali come i gusci vuoti d’uomo, quell’”abbozzo di Adamo” costretto a trascinarsi come in trance, giorno dopo giorno, verso l’alba successiva.

Altri campi molto simili alla Kolyma vengono descritti dalle foto di Tomasz Kizny che attraversa le più avverse zone della Siberia, in tutto percorrendo oltre 15000 chilometri per cercare di ricostruire la storia fotografica e umana dell’immenso Arcipelago Gulag.

Insieme alle opere del coraggioso fotografo sono esposte insieme a quelle scattate nel 1986 dai prigionieri polacchi e rimaste nascoste per molto tempo. Non sembra esserci differenza sostanziale tra le foto di repertorio e le opere d’arte del fotografo se consideriamo la capacità che entrambe le categorie hanno di evocare, raccontare una realtà ancora troppo poco conosciuta. Dei campi nazisti si è parlato, scritto moltissimo mentre i Gulag sono ancora oggi un argomento in sordina, nonostante ci siano un grandissimo numero di testimonianze dirette. Questo perché certamente la Germania sconfitta è stata assalita dai liberatori prima che potesse nascondere le realtà dei campi di sterminio, azzerare gli archivi. Il pensiero comunista era invece visto in Europa come reazione al nazional socialismo, e quindi come una serie di ideali verso cui tendere per un futuro migliore. Si è preferito far tacere le voci dei campi, non condannare i carnefici, ritenere questo grande sacrificio di vite umane funzionale per la sopravvivenza del partito, non solo in Unione Sovietica. Questi crimini sono stati lasciati impuniti, senza alcun processo. Il sistema sovietico, alla pari di quello nazista, ha sacrificato impunemente, in nome dell’ideologia, la dignità e il valore dell’uomo. Si è acconsentito in maniera spregiudicata all’assassinio e al sacrificio degli esseri umani. Non possono essere paragonate queste due realtà, non è possibile metterle sullo stesso piano perché parte di contesti del tutto diversi. Senza dubbio, tuttavia, entrambe le tragedie meritano un’adeguata attenzione all’interno della memoria collettiva.

Quelle dei campi di lavoro sono sistemi che nella storia si ripetono continuamente e nei luoghi più lontani: leggendo una testimonianza di un campo qualsiasi si può comprendere il significato profondo di tutti gli altri, fino alla Cina e alla Corea. Si tratta di una storia che si protrae nelle generazioni, come fosse scritta nel patrimonio dell’umanità , un’oscura macchia che talvolta riaffiora.

 

(immagine: detenuti in marcia nella baia di Varnek)