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di Giulia Boschi

Beato me! A tutti sarà capitato di giungere almeno una volta a tale piccola esclamazione di sollievo, ripensando a qualcosa di brutto che si è visto o che ci è stato raccontato da altri; felici di averla scampata, magari ci siamo anche soffermati a riflettere un secondo su ciò che è stato e, perché no?, anche su ciò che avrebbe potuto essere.

Forse è proprio grazie a una riflessione simile a questa che Maurizio Maggiani, pluripremiato scrittore e giornalista ligure ha deciso di scrivere il suo nuovo monologo, Beati noi appunto, un’invettiva su quelli della sua generazione. Invitato per la manifestazione “Macerata racconta” è salito sul palco del teatro Lauro Rossi di Macerata, la sera del 4 maggio, come un turista che entra in un museo: zainetto sulle spalle e quell’aria un po’ timida e curiosa di chi si accinge a fare un salto nel passato. Si è scusato, prima di cominciare, perché lui di mestieri ne ha fatti tanti in vita sua, ma quello di attore, non gli riesce molto bene; scherzando afferma di sperare che il pubblico presente in sala non abbia dovuto pagare alcun biglietto per assistere e che lo spettacolo che si accinge a presentare non è una lezione, ma il racconto di sé e dei suoi sessant’anni di vita, di ciò che ha visto e di ciò che più gli preme raccontare, di ciò che è stato dato e di ciò che ha potuto dare.

Così come ogni storia che si rispetti, lo scrittore ligure comincia dal principio, dalla sua infanzia e denomina sé stesso e tutti i suoi coetanei i “Beati figli della Repubblica”, cresciuti in maniera generosa e sana e generati da uomini e donne quasi di un’altra epoca, per principi e valori, persone che, dopo la guerra, hanno lottato e si sono fatti in quattro per garantire ai propri figli una vita diversa dalla loro, fatta di opportunità che essi non avevano potuto avere. “Beati noi” afferma Maggiani “ che non abbiamo mai visto niente e ci è stato tutto solo raccontato, nella certezza che tutto avrebbe preso una piega migliore”.

Il monologo avanza tra l’invasione Ungherese e lo Sputnik, ricordi infantili nebulosi, passando per il governo Fanfani e le lotte operaie per i diritti sul lavoro, mentre lui e tutti gli altri nati al mezzodì della Repubblica, andavano a scuola, per la prima volta figli di borghesi e di operai insieme. Una generazione che cresceva cullata nella sicurezza dei bisogni soddisfatti fino al superfluo e che, forse anche per questo, guardava già con un occhio diverso dai propri genitori il mondo che la circondava ed emozioni, come lo stupore per il primo uomo che atterrava sulla luna, finivano per essere più genuine negli adulti che nei giovani.

Il discorso approda poi agli anni ’70 e a tutte le nuove possibilità che con essi si aprono: le università che non erano più solo un luogo per pochi privilegiati, l’introduzione dell’aborto e del divorzio, il sesso praticato in maniera libera, l’uso di droghe per evadere e sfondare le barriere del reale, il semplice privilegio di poter mollare tutto e riprendere da dove si era lasciato quando si voleva, perché tanto lavoro c’era.
Attraverso il passaggio sulla morte di Aldo Moro e il funerale di Enrico Berlinguer con le lacrime di Pertini e di un’intera nazione, il monologo passa in rassegna in caduta libera tutti gli ultimi governi che si sono succeduti da quel momento fino ad arrivare al I governo Berlusconi del 1994.

Maggiani però non vuole trarre alcun merito dal suo scritto, afferma che alla sua generazione è stato dato di poter fare la rivoluzione perché si è trovata ad avere più possibilità di quella precedente, sono stati portati fino a lì ma i risultati da essa raggiunti sono tutt’altro che da elogiare. Il giornalista conclude infatti inveendo contro la sua generazione, che non chiama più beata, ma maledetta, parlandone in tono disilluso e per niente fiero. L’eredità che essa ha lasciato non è genuina, vi è stata la perdita dei valori della famiglia, del sacrificio, della rettitudine morale.

Egli crede però che ora si sia giunti a una svolta e che la nuova generazione, stanca di ascoltare cominci ad agire per conto proprio con visioni innovative e diverse.
Forse che tra qualche anno saremo protagonisti di una nuova rivoluzione? Nasceranno nuovi valori e conquisteremo nuovi traguardi? Come cantava Battisti “Lo scopriremo solo vivendo”, certo è che sarebbe bello immaginare un futuro in cui, ritrovandoci di nuovo in un teatro, potremo guardare al passato con quell’orgoglio, quella soddisfazione e perché no, anche quel pizzico di nostalgia con cui si sfogliano gli album di fotografie ormai da vecchi.

(Foto di Matteo Lorenzini)