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di Eleonora Tamburrini

Tutto sommato, meglio le interviste dopo lo spettacolo. Subito dopo, a convogliare la tensione da palco che si scioglie. Ma all’atto pratico non ne sono più tanto sicura: in un corridoio del Teatro Leopardi di San Ginesio, non ho un bicchiere a disimpegno, torturo un lembo della sciarpa e aspetto che si apra il camerino e che mi inghiotta.
Forse l’intervista a caldo non è stata una buona idea, trattandosi di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, appena andati in scena con “IO”. E non tanto per loro, s’intende. Flavia mi sorride olimpica tra gli specchi milleluci; il tondo giallo (è per l’appunto “io”) riposa come uno smile maligno. Antonio conserva la chioma ineffabile e il corpo nervoso, ma è uscito dalla tutina di acetato; sembra timido, ma non vorrei esagerare con la psicologia. Dal palco mi aveva apostrofato: “Ragazza, perché mi guardi sospettosa?” e ora mi aspetto che da un momento all’altro mi accusi di essere l’anello debole della catena. Avrebbe ragione, sono io che fatico a rimettermi al mondo, a guardarlo fuori dal viluppo dei bondages senza sospettare un assalto, la battuta che mi inchiodi.
Mi preparo a fallire: non ho nessuna intenzione di riproporre la sequela di domande che tutti hanno già fatto prima di me: “La vostra ironia corrosiva non diventa mai un reale attacco politico, né una denuncia, come mai?” (come non sapessimo cosa pensino dell’urgenza del teatro “sociale”), “Chi sono i vostri modelli di riferimento?” (Rezza dichiarerebbe di non leggere nulla da anni e demanderebbe a Flavia), “Quanto conta la scenografia?” (questa, poi!). No, non credo di farcela, mi sottraggo al gioco delle parti, e d’altronde Rezza, che pure giù dal palco è gentilissimo, oscilla tra accessi sentenziosi e una reticenza esasperata.
La verità è che hanno ragione a sgusciare a lato delle loro stesse opere, a divagare parlando del tempo e dell’accoglienza marchigiana, del bel legame col teatro di San Ginesio: i loro testi sono assurdi e comici (e funzionano) nel loro modo di disconnettersi, anche sintatticamente, dalla realtà, per poi restituirla in un sisma fisico e verbale. “Tutto resta in superficie, sono solo input” dicono loro, ma ho il sospetto che si tratti di un trucco, un procedimento di astrazione: se due personaggi litigano, non c’è un’analisi dei rapporti di coppia, se si parla di lezioni e professori non si discetta mai davvero di scuola. È assolutamente fuorviante imporre dei temi o attribuire a RezzaMastrella una pur sinistra poetica del quotidiano; c’è invece la riconsiderazione del mondo come macchina (infernale), l’attrito tra ossessioni e miserie, la sfida tra chi esercita il potere e chi testardamente lo subisce.
Non chiedo loro di ricordarmi la differenza tra un attore e un performer, anzi li prego di non farlo, e Antonio tira un sospiro di sollievo; credo stia già tutto nel mio supremo imbarazzo nell’uscire dal patto di carne col sipario. Il corpo in scena è sempre e solo quello di Rezza, o al contrario, appartiene alla figure in scorrimento, e lui non ne interpreta nessuna. Di fatto, non sono personaggi abitabili il piegatore di lenzora, “io” figlio di “noi”, la studentessa mnemonica e il radiologo molesto, no. Transitabili al più, su una lastra che si lasci impressionare. Nessuno si incontra veramente? Antonio smette di mangiare qualcosa e furtivamente lo ripone, ma conferma, senza esitazioni e senza appello; io ripenso a quando altrove, con uguale neutro disincanto, descriveva l’impossibilità di fissarci nel tempo e di legarci nello spazio: “non è amore, è residenza”. Anche Flavia ci tiene a negare ogni possibilità di narrazione, sostituita dalla giustapposizione di intervalli; e se negli spettacoli più recenti emerge una struttura ancora diversa, più complessa, in “IO”, come in “Pitecus”, l’azione si muove semplicemente “con gli spostamenti fisici e l’occupazione dello spazio”. Il tutto in un agglutinarsi di forme, un’alternanza di assembramenti e separazioni che segue le guide metalliche da cui pencolano architetture variopinte e gogne di stoffa.
Resta però l’impressione che la tortura sia riservata agli spettatori sotto forma di risata continua, e che persino lo sfiancarsi di Rezza diventi il nostro sfinimento. Flavia mi conferma che il corpo, assieme alla parola e alla forma, sta al centro degli spettacoli “come un’esca alle emozioni di chi guarda”; ma quando chiedo se non si tratti allora a tutti gli effetti di body art Rezza si ritrae e le ripassa la parola: “non so nulla della body art, bisogna chiedere a lei”. Ci riprovo: il punto è di chi sia il corpo in questione. Chiamiamo in causa l’esempio più “brandizzato” del momento: Marina Abramovic ha molto spesso offerto il suo corpo al supplizio del pubblico per scatenarne reazioni; si trattava insomma di usarlo come terreno di emozioni e riflessioni per spettatori “attivi”, in assenza dei quali l’azione stessa del performer non avrebbe ragione di esistere; anche nell’ultimo “The artist is present” Marina si “esponeva” come totem, secondo un rito che non poteva prescindere dallo spettatore. Chiedo quindi se non si arrivi in fondo a un analogo cortocircuito, ma partendo da premesse opposte, visto che mi pare sia il corpo del pubblico a essere “esposto”, toccato, spettinato, rimproverato, persino bersagliato di sputi. Flavia è d’accordo, e interviene Antonio: “È una prospettiva interessante. Di sicuro lo spettacolo nasce autonomo dalle aspettative del pubblico, è prima di tutto per noi che lo facciamo. Poi quello che deve succedere, succede”. Io ho come l’impressione che l’azione andrebbe comunque avanti senza la nostra presenza, che continuerebbero, per esempio, i tentativi di volo di Antonio sotto la cappa gialla o la ripetizione ossessiva dei nonsense. Ma forse questo è quello che vogliono farci credere, siamo alla massima provocazione: aprire un contatto per dirci che non c’è bisogno di noi. “Certo, è così. Altrimenti l’opera non sarebbe libera. E poi se lo hai sentito, allora è vero”, chiosa Rezza, e intanto qualche fan si affaccia dalla porta, lo saluta, lo bacia; più tardi al bar gli chiederanno la foto ricordo. È evidente che il patto scenico con Rezza si può rescindere anche con rapidità sorprendente, ed è senz’altro un bene.
Mi riservo un’ultima osservazione: considero questi spettacoli come opere d’arte visuali oltre che teatrali. “È così- dice Flavia –gli habitat che creo in qualche modo “generano” l’azione e la condizionano a partire da un fitto bagaglio artistico di pittura e scultura contemporanea. Io mi nutro continuamente di arte, da Fontana a Morris, da Melotti a Fluxus”. E poi la pop e la trash art intesa come estetica del resto. Eppure… “Eppure?” chiede Flavia (ecco, ho definitivamente perso il controllo, finirà che saranno loro a intervistarmi). Eppure, a proposito di “resti”, e in questo spettacolo in particolare, Rezza stacca i pannelli e i tessuti, e li getta a terra, dove rimangono come macchie di colore: il palco così ingombro mi ha ricordato un’opera nient’affatto contemporanea, un quadro di Lorenzo Lotto. “Davvero? E quale?”- sembrano sorpresi. Penso all’“Apollo dormiente”: il dio dorme sullo sfondo e davanti a lui sono abbandonati i vestiti e i panneggi colorati delle muse che se ne sono andate, e che Lotto stesso definisce “disperse e confuse”. Georges Didi-Huberman ne ha parlato come del viaggio onirico di Apollo che abbandona il canto, il racconto, il logos mentre prevalgono l’abbandono e il declino delle speranze, l’assenza con le sue presenze psichiche e le sue “pieghe”. Flavia e Antonio annuiscono, si esaltano; forse ha senso risalire ogni tanto a ritroso, dietro e oltre gli elementi evidentemente postmoderni delle scenografie di Mastrella: “Questo è fantastico -dice Flavia- e certi riferimenti, anche filtrati dal contemporaneo, arrivano fino a noi. Vivere circondata dall’arte vuol dire anche questo per me, portare dentro delle immagini e dei significati in modo anche inconsapevole e lasciare che affiorino”.
Dobbiamo interromperci: dopo essere stato aggredito, tormentato, costretto a ridere fino alle lacrime, il pubblico reclama i suoi carnefici, precisamente nel bar del paese, sotto il teatro, all’ombra della Collegiata. Esco, ma do prima un ultimo sguardo al camerino: non me ne ero accorta, ma dappertutto, a terra, sulle sedie, ai piedi degli specchi, sono calati i panneggi di scena, caduti i veli, le tende a squarci, la plastica a trafori e i cerchi di neoprene (immagino per loro i materiali più feroci, ora che sono vuoti). Niente più muse, niente più memoria, separazione totale tra le cose e gli esseri in questa specie di cimitero dei simboli.
Per chi non l’avesse ancora fatto non resta quindi che andare a vedere quanto prima Rezza e Mastrella e lasciarsi martoriare: sarà facile allora convincersi che è sacrosanta la loro reticenza, che tutto è già andato in scena. Si riemerge provati, sciancati e un po’ striscianti come i loro eroi senza scopo, decoro e soluzione, ma con una chiara idea dell’ammazzare il tempo: al vicino che come noi si infila nel cappotto diremo: “e pure sta giornata la semo quasi tramortita”.

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