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di Lucia Cattani

 “Io ero una volpe. Sono morta due anni fa quando c’è stata la grande nevicata. Non avevo mai visto tanta neve. Nevicava, nevicava sempre, e dopo qualche giorno non si trovava più niente da mangiare. Nessuno ha pensato a noi. Pensavano solo a buttare il sale per andare in giro con le macchine.”

Non favole, non racconti, non animali antropomorfizzati popolano le pagine dense de Il topo sognatore e altri animali di paese. Potremmo definirle storie, esperienze quotidiane, cariche di malinconia e di forte impatto emotivo, che potrebbero erroneamente non essere collocate dalle maestre più timorose tra le letture da consigliare ai propri alunni: questo forse perché è difficile ammettere che tanta solitudine, tanto dolore, tante piccole voci inascoltate possano brulicare nei meandri di palazzi diroccati e paesini lontani. Non è facile leggere tra le parole sapientemente scelte da Franco Arminio, maestro elementare egli stesso, un’autodenuncia che nessuno esula. Massimo De Nardo di Rrose Sélavy descrive in un’affascinante ed elegante introduzione al libro quella morale implicita che è filo conduttore di ogni storia: “Non sempre ci facciamo capire perché siamo strambi, e spesso anche crudeli, contro noi stessi e contro la natura: abbandoniamo le persone vecchie nei paesi più vecchi di loro, trattiamo gli animali “peggio delle bestie” (e non è un gioco di parole), facciamo la guerra alle altre persone perché la guerra è un “grande affare”, un business (un brutto affare, sempre). Ci salva, qualche volta, la meraviglia. Ci salva, qualche volta, un sogno. Ecco perché il topo di questo Quaderno quadrone è un ostinato sognatore. E noi con lui.”

Il sogno, la meraviglia, la speranza. È facile arrivare a trasmettere tali concetti ad un bambino attraverso la favola, la fiaba, la magia. Meno semplice è farlo con la lucidità del realismo, attraverso parole non umane, pensieri di qualcuno che guarda il nostro operato dall’esterno, facendone parte per caso, per errore, per destino. Il topo sognatore ha come protagonisti animali di ogni tipo, ognuno con una diversa vita, una diversa storia, un diverso sentimento da comunicare. Ci troviamo di fronte non ad animali favolistici che rispecchiano l’uomo, ma hanno una propria coscienza, una dignità che si distingue, molto spesso in meglio, rispetto alla frenesia distruttrice dell’essere umano, all’incuranza di esso per la natura e per chi non ha mezzi o capacità per difendersi. Sono animali veri e, a differenza di noi, sanno osservare, sanno vivere in silenzio, sanno convivere pacificamente e senza odio verso l’uomo, con accettazione e una malinconia che commuove il lettore ma che è vissuta stoicamente e con naturalezza dai protagonisti delle storie.

L’atmosfera è quella dei cortometraggi, vere e proprie opere d’arte, di Simone Massi: all’artista marchigiano si devono le meravigliose illustrazioni del Quaderno quadrone. Sembra esserci un’empatia totale tra i due artisti nonostante le centinaia di chilometri che separano i loro microcosmi, entrambi vissuti in piccoli paesi di campagna, ma dopotutto Come gli animali, il poeta è una creatura che sta sempre a spiare il pericolo, lo dichiara lo stesso Arminio, un pericolo comune e diffuso. Entrambi hanno avvertito il lamento della natura soffocata sempre più, con il passare di stagioni ostili che non si distinguono quasi. È la sofferenza di un mondo agreste e di sentimenti semplici che è sulla strada di estinguersi e sono gli animali che convivono con noi che siamo distruttori più o meno consapevoli delle nostre colpe, a fermarci un momento per riflettere, per ascoltare voci di esseri ignorati, torturati, trattati come se non avessero la dignità di creature viventi, sopraffatte impietosamente e continuamente senza che quasi nessuno si curi di loro. Il grande pregio di Franco Arminio è quello di far parlare coloro che sono condannati al silenzio. Il maestro  riesce in questo attraverso una sensibilità sincera che è quella del poeta in empatia con il suo piccolo universo fatto di dettagli. Simone Massi vivifica quelle parole scelte con la cura del poeta in creature permeate di grande concretezza e dignità, un realismo profondo e toccante, sempre reso con la tecnica propria dell’artista che si basa sull’uso di pastelli ad olio e graffi come fosse un’incisione, mescolando il nero, il rosso, il bianco.

Leggendo le storie della capra del paese fantasma, del cane fedele e di quello randagio, il canarino imprigionato assieme al cadavere del padrone morto da giorni, della farfalla solitaria, della formica intraprendente, della mucca prigioniera, della volpe morta per fame, le sensazioni erano molto simili a quelle che provavo da bambina di fronte alle storie un po’ tristi di Mario Lodi, lette e rilette fino ad aver consumato le pagine, che parlavano di passeri uccisi per capriccio nel rigore dell’inverno, dolci margherite recise, foglie coraggiose che vogliono vivere sino alla primavera e si rifiutano di abbandonare il ramo, macabri corvi che annunciavano il freddo come oracoli. C’è la stessa dura verità di vita e morte, sempre però accompagnata da una speranza sottesa, dalla capacità di stupirsi, di sognare, come fa il topo di Arminio, cosa invece impossibile per l’uomo timoroso e fragile di cui è segreto ospite. Gli adulti distratti, incuranti, chiusi nelle proprie prigioni invisibili sono semplicemente parte di un logorio costante e invisibile: Arminio vuole dirci questo. La forza dei bambini è che non fanno parte del logorio reciproco a cui ormai si è ridotta la vita degli adulti. E una forza ancora più grande possiamo trovarla negli animali. I bambini e gli animali appartengono alle cose del mondo più che alle opinioni che ogni giorno fabbrichiamo sul mondo.

I bambini sognano, i bambini si accorgono dei dettagli fuggenti- irrilevanti per la maggior parte della gente- allo stesso modo dei poeti, allo stesso modo degli animali che guardano il mondo da una prospettiva molto più ampia, percependo gli avvenimenti in maniera amplificata. Quello che Franco Arminio, Simone Massi e Massimo De Nardo riescono a creare è una sorta di lente d’ingrandimento in grado di mostrare la profonda ingiustizia dovuta all’incuranza umana. Sono capaci di colpire duramente, di far commuovere e allo stesso tempo indignare ma soprattutto di affascinare attraverso le illustrazioni e le parole, entrambi strumenti di una poesia meravigliosa e profonda. I bambini a cui sarebbero apparentemente dirette le storie de Il topo sognatore e altri animali di paese probabilmente ne avrebbero meno bisogno degli adulti, sarebbero meno scossi dalla malinconia perché sono parte della stessa solitudine, della stessa meditazione, dello stesso silenzio e della stessa sopraffazione da parte di coloro che hanno tra le mani i fili del potere e il potenziale di distruggere non solo la natura, non solo gli animali, ma anche la capacità bellissima e pura di sognare e guardare avanti, di accettare il dolore come qualcosa che fa parte della vita, di non aver paura del futuro; capacità perdute dai più grandi, prigionieri della propria baldanza che hanno oggi più che mai bisogno di aprirsi alla bellezza ed alla forza presente in ogni pagina. Magari qualcuno potrebbe ricordarsi com’è bello lasciarsi andare alla semplicità, alle tradizioni, alla natura, al sogno.

(immagine: illustrazione di Simone Massi da “Il topo sognatore ed altri animali di paese”)

 

 

 

 

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