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di Manuel Caprari

Prendetelo come un mio modestissimo parere, ma non mi sembra che funzioni proprio tutto nella messa in scena della versione dell’Edipo Re di Antonio Mingarelli, presentato martedi 16 luglio all’anfiteatro romano di Urbisaglia, spettacolo frutto di un laboratorio teatrale svolto nell’ambito del progetto Marchigiovani e inserito nel cartellone del TAU: Mingarelli chiede un po’ troppo alle attrici, perché il testo è particolarmente difficile da interpretare e da seguire; chiede un po’ troppo al pubblico, che viene messo a disagio in un modo solo parzialmente intenzionale; chiede un po’ troppo al luogo in cui viene svolto lo spettacolo, troppo ampio per porterlo sfruttare nella sua totalità con soli cinque personaggi.
Gli spettatori sono rivolti verso un palco di legno che per tutta la durata dello spettacolo non verrà mai calpestato dai personaggi, che sono dislocati alla sinistra, alla destra e dietro la platea; però l’anfiteatro è enorme, e le attrici ne risultano completamente sovrastate; oltretutto, l’uso dei microfoni fa sì che le voci escano tutte dalla stesso amplificatore; il risultato è che il pubblico non capisce mai dove siano dislocati i personaggi, si guarda intorno per cercarli e finisce per vedere se stesso; questo spettacolo sarebbe geniale, ambientato in un piccolo teatro, e senza microfoni; in quel caso il senso di continuo straniamento del pubblico funzionerebbe molto meglio. Potrebbe sembrare una questione di poco conto, ma io credo che adattare lo spettacolo all’ambiente sia fondamentale per la buona riuscita dello spettacolo stesso.
Detto questo, lo spettacolo mantiene un suo fascino, anche se a mio avviso resta parzialmente in potenza; Edipo, interpretato da Chiara Claudi, cerca di ricostruire, consultando il coro e Tiresia, gli eventi di cui alla fine scopre essere il colpevole, e quando alla fine esce di scena e rientra grondante sangue, dopo essersi accecato, attraversa la platea caracollando come uno zombie, creando un curioso corto circuito tra Mito classico e mitologia contemporanea da cinema horror in cui la figura del morto vivente ingloba in sé svariate simbologie, che potremmo sintetizzare nella perdita di coscienza e consapevolezza dell’individuo-massa; il palco vuoto davanti al quale il pubblico è seduto evoca il concetto del rimosso individuale e collettivo; l’intento di mettere gli spettatori al centro della rappresentazione rende tutti potenziali complici di questa sorta di anti-rito collettivo che pare mirato alla ricerca e alla ricostruzione della verità ma che sfocia nel rifiuto di voler vedere; il paradosso che emerge con forza è che finché abbiamo gli occhi cerchiamo la verità, e una volta trovata la verità preferiamo non avere più occhi; e, anche se in maniera imperfetta, lo spettacolo ci mette di fronte all’eterna sospensione dell’essere umano tra memoria e oblio, tra autodeterminazione e impotenza di fronte al fato; non è lo spettacolo più riuscito di Mingarelli, ma la sperimentazione a teatro è fondamentale proprio perché non veleggia in acque placide verso porti sicuri, ma si addentra in luoghi sconosciuti e si traccia le proprie rotte; a volte ci si può perdere, a volte si può approdare tortuosamente, ma quello che conta sono l’irrequietezza e la sincerità intellettuali; uno spettacolo come questo è più vitale, interessante, necessario di mille drammi rappresentati con conformistica correttezza, a mo’ di compitino in classe.

(immagine: un fotogramma dal film Zombi di George Romero)