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fuksas

di Camilla Domenella

I muri si erigono per creare spazi di condivisione, non per isolarsi, non per dividersi, ma per incontrarsi. E questo, Massimiliano Fuksas, lo sa bene.
Il Macerata Opera Festival, nella figura del suo direttore artistico Francesco Micheli, non poteva invitare personaggio più adatto, preparato e pronto, per discutere del tema “Muri e Divisioni”. L’architetto, romano ma cittadino del mondo, è infatti intervenuto ieri alla conferenza inaugurale del Macerata Opera Festival, dialogando con lo stesso Micheli, esponendo il suo punto di vista, tecnico e umano, ad un Lauro Rossi gremito e giovane.
Quella di Fuksas è stata una esposizione appassionata ed entusiasta, un fiume di parole, di pensieri, di riflessioni che, no, nemmeno un muro perfetto da lui costruito, avrebbe potuto arginare.

Fuksas si è subito dichiarato entusiasta di partecipare alla conferenza del Macerata Opera Festival sul tema “Muri e divisioni”, sottolineando come questo sia di scottante attualità, e come, ahinoi!, possa essere declinato in tutti gli ambiti, del sapere, delle tecniche, della vita.
Incalzato da Micheli, l’architetto cita come esempio positivo Internet, che ha annullato le distanze spaziali, che anzi ha creato uno spazio parallelo a quello fisico, permettendo una rete di condivisioni immediate le cui maglie s’imperniano sull’importanza della persona. Fuksas, unendo le sue esperienze di architetto di fama mondiale a quelle di uomo che ha visto posti lontani, che ha visitato il mondo per costruirlo, non risparmia un rimprovero a questa epoca grandiosa per tecnologie, ma povera di umanità. Ammette Fuksas, con amarezza: “Non vediamo più le cose e le opere integrate alle persone”.
La filosofia di Fuksas sembra difatti ruotare attorno alla persona: questa deve essere l’unità di misura del mondo, e dell’architettura in particolare. Non possiamo permetterci che accada il contrario. L’architetto racconta così, per ribadire tale concetto, una conferenza che tenne anni fa sulle sua opera vicino Tel Aviv. Fuksas si era recato più volte in Israele per compiere i dovuti sopralluoghi: aveva quindi visitato e conosciuto il posto, aveva visto come viveva la gente, quale fosse la condizione degli Israeliani e dei Palestinesi, la loro difficile convivenza. Aveva colto come le rovine dell’antica Gerusalemme, col suo Muro del Pianto, sono un simbolo per il quale le persone sono disposte a morire. Alla conferenza di cui Fuksas racconta, preso da rabbia, resosi consapevole di cotanta insensatezza, dichiarò: “Raderei al suolo Gerusalemme vecchia!”. E Fuksas ribadisce, spiegandosi: “Sì, la raderei al suolo. Meglio vivere sopra le pietre, che uccidere e morire per difenderle.” L’architettura, per Fuksas, deve unire, e mai dividere; deve avvicinare le persone e i popoli, mai confinarli nella reciproca (in)differenza. Per questo Fuksas condanna il muro in Messico, che segna inutilmente il confine con gli Stati Uniti: “E’ una barriera inutile, insensata!”. Condanna il muro di Belfast, che separa, ancora nel 2013, l’Irlanda cattolica da quella protestante, come se la religione fosse un buon motivo per non sentirsi tutti uguali, come se non fossimo osservati tutti da uno stesso Dio. E ancora: condanna la bruttezza terribile dei muri di Baghdad, che isolano con la scusa di difendere, e la crudeltà del muro che chiude la Striscia di Gaza, che la recinta, che cova rancore e malcontento come galline in un pollaio.
Fuksas si rende conto che queste divisioni non hanno senso: “Siamo una comunità più grande di quel che pensiamo. E viviamo in un momento straordinario per capirlo.” Per stare al mondo e nel mondo, spiega ancora l’architetto, “devi essere parte di una comunità”. “Non isolarti, va’ al cinema, va’ a teatro, incontra l’altro! Scopri così che l’altro è come te: si ammala, fa quello che fai tu, vive come te. L’altro è esattamente te”. Non possiamo prescindere da questo per vivere bene.
E’ in quest’ottica che Fuksas prosegue spiegando il senso e anche qualche artificio tecnico delle sue opere. Ci parla, mostrando progetto e foto, del “Centro per la Pace”, da lui costruito e fortemente voluto da Shimon Peres. La Peace House (questo il nome in inglese) nasce dall’idea del premio Nobel per la Pace, Peres, che espone a Fuksas il suo intento: creare un luogo dove possano lavorare insieme, collaborando, Israeliani e Palestinesi, e che al suo interno contenga una biblioteca con tutti i testi che trattino il tema della Pace. Fuksas accetta e lo costruisce. Quello che esce fuori, nel 2008, è un palazzo luminosissimo, non imponente ma accogliente, pieno di luce, pieno di pace.

Il messaggio entusiastico di Fuksas è chiaro. La pace nasce dal dialogo, dal senso continuo e incessante dello scorrer fluido del mondo come unica comunità: solo se riusciamo a ripensarci, abbattiamo i muri… non quelli di Fuksas, ma quelli dell’incomunicabilità.

(Nella foto: il direttore artistico Francesco Micheli e l’architetto Massimiliano Fuksas)

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