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un-tram-che-si-chiama-desiderio-01

di Arianna Guzzini

Sin dalle prime battute noi, gli spettatori, ci ritroviamo risucchiati dalla mente di Blanche, veniamo a far parte dei suoi ricordi che si susseguono vertiginosi a cominciare dal  momento in cui entra in casa della sorella Stella. Non c’è oscurità nel teatro, nessuno può sperare di nascondersi dietro la canonica funzione dell’osservatore. Tutto lo spettacolo si svolge come fosse una seduta dall’analista ed in effetti è lui che spinge la protagonista a ricordare, scandendo in maniera ritmica, spesso ossessiva, le parole e le azioni della donna. Lo spazio scenico, lo spazio dell’azione, è allora la tasta di Blanche, che ingloba tutto il palcoscenico cosparso di oggetti domestici impraticabili, poiché hanno incorporati proiettori ed amplificatori. Essi finiscono con il perdere la loro comune finalità per divenire proiezioni di memoria, un ambiente psichico che dilata a dismisura la drammatica crudezza dell’esperienza della donna. Le luci sono difatti folgoranti, difficilmente Blanche riesce a trovare di tanto in tanto un riparo entro qualche stretta ombra in cui tenta invano di nascondersi, tutti i personaggi e lei compresa si ritrovano in una glaciale sovraesposizione. Prima Stanley, poi Mitch e persino Stella a poco a poco l’avevano costretta a rivelarsi, a “mettersi in luce”, appunto, decretandone l’esito finale verso la pazzia.  –Non voglio alcun realismo-  afferma Blanche, che mente, mente continuamente su se stessa e la sua vita, finendo con il credere lei stessa alle sue menzogne, le quali, paradossalmente, cadendo come un castello di carte, finiranno non solo con il costringerla a svelarsi per ciò che realmente è, ma costringerà anche gli abitanti della casa che la ospitano ad emergere in tutta la loro mostruosità. All’interno della memoria della donna, del suo spazio mentale, nessuno resta esente da una propria auto-rivelazione o quanto meno da un esame di coscienza attento, in quanto tutti occupano questo spazio così intimo e tutti in un modo o nell’altro sono portati ad agirvi, a tramutarsi in presenze che hanno parte attiva e concreta nel ricordo. Tutto ciò che è colpito dalla luce va ad interagire direttamente con Blanche, perché  ogni cosa agisce nella sua mente, ne fa parte e termina col provocare una reazione differente al suo esterno, nella modulazione della voce o nei movimenti del suo corpo. Persino il pubblico, illuminato dalla prepotente luce proveniente dal palco, sembra entrare a far parte di questo ricordo, come una sorta di folla senza volto e magari proprio come quello stuolo invisibile che, precedentemente al suo arrivo da Stella, l’avevano giudicata moralmente indegna per il suo ruolo di insegnante, costringendola al licenziamento e ad allontanarsi dalla sua città natia, dove sempre aveva vissuto prima di allora. Lo spettatore non è qui costretto solamente ad adempiere ad un proprio giudizio di valore sull’operato degli attori, ma in mancanza di una quarta parete entra a far parte dei movimenti psichici di Blanche, è obbligato a confrontarsi con questa donna e con il senso di pericolo che si può provare dinanzi il diverso, soprattutto quando questo potrebbe essere in grado di frantumare l’apparente calma della quotidianità, a porsi insomma nell’ottica di Stanley o di Stella per poi ritrovarsi quasi corresponsabili della crisi della donna e del suo internamento.                                                                                                                                                    Chi si aspettava una sorta di rassicurante revival del bianco e nero, certamente sarà rimasto alquanto deluso, in particolare per la crudeltà del linguaggio utilizzato da questa drammaturgia contemporanea ispirata ad un testo ormai classico. Lo smisurato realismo di Tennessee risultava essere così spietato nei suoi scritti teatrali, proprio perché essi si configuravano come volontà di astrazione ed quindi come una conseguente oggettivazione della sua intima realtà. Latella sembra in quest’opera voler entrare in contatto diretto con le drammatiche vicissitudini dell’autore: ancora più evidente è il rispecchiamento di Blanche con la sorella dell’autore Rose, le quali hanno in comune lo stesso destino in manicomio, e chiaro diviene anche  l’ossessivo senso di colpa verso la sorella di Tennessee ed il suo angoscioso e perenne terrore di impazzire, di essere anch’egli lobotomizzato senza possibilità di difesa. La crudezza del linguaggio dell’americano viene portata agli estremi, quasi allo scandalo a volte, proprio grazie alla destrutturalizzazione attuata da Latella e alla centralità assoluta data a Blanche. Proprio questa prospettiva analitica rende possibile in questo caso una vera e propria svestizione di ciascun singolo personaggio che interagisce con questa donna durante tutto il suo ricordo indotto; ognuno viene filtrato attraverso il suo sguardo in ogni suo particolare, in ogni sua sbavatura morale, fino ad apparire nella sua grottesca reale identità.  Una rivisitazione audace dunque, che scava nel profondo di un personaggio, ma che trova le sue radici nella vita reale, nella drammaticità dell’autore originario, amplificandone le sue implicazioni emotive e psicologiche, senza mai incorrere in un didascalismo che al contrario avrebbe finito per impoverirne la portata simbolica.

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