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artena_panem_et_circense

di Alessandro Seri

Il dato di fatto, la razionale evidenza, riguarda questa povera Italia. È appena uscito un resoconto dell’Istat che se approfondito incute timore. Il tasso di disoccupazione a settembre 2013 è arrivato al 12,5%, lo stesso livello del 1977 cioè dal punto di vista del lavoro (tutto quindi collegato nella filiera occupazione, stipendi, consumi) siamo tornati indietro di 36 anni. La media europea rispetto a questo dato è il 12,2% e anch’essa sembra preoccupante, ma pensare che un italiano su otto non ha un impiego mette i brividi. A rincarare la dose è uscito il dato sulla disoccupazione giovanile (15 – 24 anni) che si attesta al 40,4% mentre i paesi europei più in difficoltà come Grecia e Spagna la hanno rispettivamente al 27,6% e al 26,6%.Andrea Ferroni in un articolo apparso su L’Adamo qualche giorno addietro citava la questione del FIL (Felicità Interna Lorda) e quella del PIL (Prodotto Interno Lordo). Per ciò che riguarda il PIL che è un dato prodotto dal Fondo Monetario Internazionale, l’Italia è al nono posto dietro ai maggiori stati europei come Germania, Francia e Gran Bretagna ma anche dietro a Russia e Brasile. Va comunque scritto che questo dato riguarda il paese nel suo complesso, come dire quanto è forte economicamente un paese, ma esiste un dato ancora più interessante che è quello del PIL nominale e cioè quanto è forte economicamente (in media) un singolo cittadino di uno stato. In questo caso il problema si evidenzia e scopriamo che i paesi emergenti (Cina, Russia, Brasile) stanno messi male, peggio di noi in quanto le ricchezze sono sicuramente detenute da poche persone e quindi la massa soffre le pene dell’inferno tanto che se utilizziamo questo parametro il cittadino cinese è alla posizione 89, quello russo alla posizione 48 e quello brasiliano alla posizione 62. In effetti sembra evidente che in questi stati ci sono concentrazioni assurde di grandi capitali e sacche di povertà estrema. Ma l’Italia anche in questo caso non demorde in negatività tant’è che si posiziona al posto 27 giusto per dire che i cittadini di: Israele, Nuova Zelanda, Islanda, Belgio, Finlandia, Irlanda, Olanda, Austria, Canada, Svezia, e soprattutto Lussemburgo Norvegia e Qatar stanno meglio dei nostri.

Senza optare per il catastrofismo voglio partite da queste tabelle per riflettere un poco sulle prospettive future di questo paese. Ho sempre più l’impressione che siamo in una fase di stallo, di profonda incertezza e di smarrimento. Ovvero ne’ noi singoli cittadini, ne’ i nostri governanti sappiamo cosa fare e come fare per uscire da questa situazione. Dal 2007 giustifichiamo il tutto con la definizione della crisi economica ma non mi sembra possibile (almeno fino ad ora non lo è stato) che una crisi economica persista per così tanto tempo. Forse ci sarà qualche ragione se ancora non siamo “ripartiti”. Ricordo un mio disaccordo estremo con la maggioranza del più influente sindacato italiano che a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi del duemila esitava, ma spesso appoggiava, le riforme in senso liberista del mercato del lavoro. Si diceva all’epoca che una maggiore flessibilità avrebbe dato maggiori opportunità ai giovani, poi tutto è andato all’italiana e cioè le leggi sulla flessibilità del lavoro sono state interpretate in negativo trasformando i vantaggi della flessibilità negli svantaggi del precariato diffuso, quindi della non sicurezza economica per le generazioni del contemporaneo e probabilmente per due generazioni future.

La precarietà del lavoro contribuisce quindi alla precarietà progettuale e un paese dove la gente non progetta la sua vita futura non cresce in nessun senso. Se fossimo stati un paese normale avremmo dato una svolta a questa situazione nel momento esatto in cui ci fossimo accorti di tale empasse ma non siamo un paese normale e quindi abbiamo subito con superficialità il concetto del panem et circenses; Berlusconi e la deriva berlusconista (elogio della sottocultura, abbassamento dei livelli di istruzione, deriva ridanciana della televisione di stato, il passaggio dai grandi sceneggiati alle fitcion, la trasformazione dello sport più popolare in azienda, lo strapotere del marketing sul prodotto, la pubblicità che invade ogni nostro istante di vita) non può bastare per affermare che la colpa di questo tracollo è solo di quell’Italia generalista. La colpa è anche di quei “padri” che non hanno saputo avvisare i figli perchè troppo ubriachi di “Drive In”, “Colpi Grossi” e “Coppe dei Campioni”.

In questi anni ho girato in lungo e in largo l’Italia inseguendo la mia passione per il bello e ne ho trovato, scoperto tantissimo. Questa lingua di terra circondata dal mare e chiusa dalle Alpi potrebbe, se solo volesse, essere il posto dove si vive meglio al mondo dato che è il luogo più bello del mondo ma siamo troppo attaccati ad una idea dell’italianità piccola e meschina, insomma a quella dei compromessi su tutto, sui concorsi pubblici, sulle raccomandazioni, sui favori fatti per essere ricambiati; per poter rimetterci in marcia. Così accade che coloro, e sono tanti, che non sono più disposti ad affrontare lo scoramento per il non merito e la disillusione fanno le valigie e vanno a vivere in altri angoli del mondo dove l’italianità positiva, quella del genio e del bello vengono ancora apprezzate e remunerate per ciò che valgono, e valgono tanto. Dalla Francia a Taiwan, dall’Uruguay alla Giordania, dalla Germania al Brasile centinaia di italiani della mia età emigrano per poter vivere senza l’incubo della precarietà, della disoccupazione.

Quindi mi sembra giusto ipotizzare una mutazione sociale senza la quale il declino continuerebbe imperituro. Per mutazione sociale non intendo rivoluzioni violente e nemmeno deleghe in bianco a demagoghi dalle facce rubiconde dietro ai quali si nascondono manager capelloni presunti guru. Per mutazione sociale intendo la possibilità che dobbiamo darci di vivere nel rispetto delle regole una volta che le regole saranno scritte in maniera illuminata e davvero democratica. Non è un’utopia, è stato già fatto dai padri costituenti e mi auguro che le nostre generazioni non debbano subire la lezione della guerra per poter arrivare alla loro visione, alla loro idea di giustizia ed equità.