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PAOLO ROSSI

di Maria Silvia Marozzi

“La parola di Omero nasce per essere narrata dal vivo e noi abbiamo pensato per questo a dei moderni cantori d’eccezione, che portassero sul palco anche il proprio personaggio, per colorare di attualità il mito più famoso della letteratura mondiale” Con queste parole Sergio Maifredi, ideatore della rassegna in quattro appuntamenti “Odissea, un racconto mediterraneo” si congeda dal pubblico all’appuntamento conclusivo, che ha visto come interprete un artista sempreverde come Paolo Rossi. Le letture precedenti hanno visto protagonisti d’eccezione Amanda Sandrelli, Ascanio Celestini e Moni Ovadia, lettori per Omero.
Quello della letteratura antica è diventato un problema identificato solo negli ultimi anni, al quale in molti cercano di trovare una soluzione. La scuola ha finito con il far recepire certe opere come un vero e proprio incubo, come il mostro da fuggire. E quando la scuola finisce, in qualche caso gli studenti non vedono l’ora di liberarsi degli odiati libri di letteratura. Non c’è però da disperare, perché questo progetto, portato in tutta Italia, e i molti simili, vogliono ritrovare il vero senso della cultura letteraria: “qualcosa di pensato per catturare l’attenzione del popolo, niente di più della narrazione di una storiella.” Questo è storicamente Omero, un cantore che recitava improvvisando le leggende popolari più note, argomento graditissimo dal pubblico di tutte le epoche, come ci testimonia la massiccia presenza appassionata di spettatori in questa rassegna.
Buona l’idea di affidare la lettura a personaggi che vivono del proprio ruolo caratterizzante e che dunque riescono a portare una chiave di lettura ogni volta differente, che lo spettatore può immaginare a seconda del lettore e quindi scegliere in base al proprio gusto.
Mercoledì 24 nella splendida cornice dell’Anfiteatro di Urbisaglia, Rossi ha interpretato il canto dedicato alla maga Circe, con la quale Ulisse e tutti i suoi compagni passano un anno lieto e ricco di ogni bene. Le narrazioni antiche abbondano, per tematica, col vino, e questo canto ne è particolarmente fornito: uno spunto irrinunciabile per il comico, che fa sbellicare il pubblico osservando come anche un eroe antico possa morire stupidamente a causa di una sbronza e come egli stesso, nel suo voler essere integerrimo di fronte al vizio, viene sempre vinto dalle vocine della coscienza perduta.
I brani sono stati continuamente spunto di riflessione per l’attore, che è riuscito a rendere lo spettacolo a metà tra il serio e il comico riflettendo sui classici temi senza tempo: la politica, le donne, il vizio.
Irriverente, fa notare quante volte, solo in quel canto, si accenni a certe erbe misteriose in grado di procurare effetti diversi. E allora la lettura si interrompe e inizia un altro viaggio dentro la mente di Paolo Rossi, che racconta di come egli stesso abbia provato su di sé certi funghi selvatici allucinogeni che gli avrebbero permesso di parlare dei diversi sistemi politici con le vacche. Ed è difficile non credervi, sebbene il racconto sia alquanto improbabile, tanta è la verve interpretativa dell’attore.
Nella lettura Rossi fa sfoggio di una voce fuori dall’ordinario, con un timbro raro e calamitante, dal quale è impossibile distrarsi. Un talento il suo, non c’è dubbio, e proprio sui talentuosi osserva: “ il problema di oggi è che ci sono molti più mediocri nel mondo dello spettacolo, questo perché il mediocre si alza dal letto sempre con due ore di anticipo rispetto alla sveglia. Invece il talentuoso anzitutto mette la sveglia più tardi perché ha riflettuto fino a notte inoltrata su temi da intellettuali, poi si alza due ore in ritardo. Dunque circa quattro ore dopo del mediocre.”
Si è posto anche domande legittime, chela storia della letteratura non ha motivo di porsi, ma che possono incuriosire. Ad esempio, cosa racconterà Odisseo alla sua Penelope, una volta rientrato a Itaca? Le racconterà dell’anno che ha speso per godere dei lussi della strega? E soprattutto, chi non si è mai trovato in questa stessa situazione? Paolo Rossi il profeta saluta il pubblico con un insegnamento dei suoi: quando c’è da mentire, allora tanto vale dire la verità tanto nessuno ci crederà mai, garantito.