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di Elisa des Dorides

Nel cuore della città, semicerchio costruito all’inizio del XIX secolo, l’arena dello Sferisterio ospita l’indomita e temperata punk : Patti Smith. Macerata, che durante il periodo dell’Opera Festival si vede attraversata da sciami di gente patinata, stasera 29 Luglio respira  un altro fermento. Non ci sono paillettes struscianti per corso Cairoli, i volti che si aggirano in piazza Mazzini non sono quelli tirati e impassibili di chi ostenta la sua presenza ad una serata di lirica come vezzo per pochi. Questo è un concerto trasversale: l’abisso tra tacchi e anfibi è annientato dall’amore per la poesia e per la musica di generazioni intere.  Un altro mood si avverte dai cappelli anni Settanta, dai jeans strappati di donne sulla sessantina, dalla barba trasandata con piglio bohémien di tipi bislacchi. Le vibrazioni di una musica che ha attraversato epoche si concentrano in una serata come poche altre. I posti a sedere sono quasi tutti presi e ci sono pochi minuti di silenzio   prima che compaiano sul palco i quattro musicisti che accompagnano Lei: Lenny Kaye alla chitarra, Jackson Smith è la seconda chitarra, Jay Dee Daugjerty lo troviamo  alla batteria e Tony Shanahan suona basso e tastiere. Attacca Dancing barefoot, un pezzo del 1979 dedicato alla compagna di Amedeo Modigliani, Jeanne Hebuterne, canzone che da ormai trent’anni fa parte della scaletta della cantante statunitense. Intensa e magnetica, si muove con tutta la saggezza sensuale che è parte integrante di lei, dalla giacca nera seriosa ai capelli  lunghi spettinati. Patti Smith, quelle poesie  scritte venute prima della musica, quella letteratura d’America  di cui si sente l’influsso nelle sue storie. Ondeggia, poi, Redondo Beach in una ritmica spensierata raggae, mentre le parole raccontano il suicidio di una ragazza. Patti è gestualità e serica a dedizione al suo pubblico, in lei  Bob Dylan è un jeans sgualcito,  Walt Whitman è  malinconia ironica, Allen Ginsberg è la traccia che  ha depistato e guardato lungamente. Privilege (set me free) esplode in tutta la sua inquietudine: dolente e roca la voce di Patti viaggia tra la brezza che si solleva di tanto in tanto all’interno delle mura dello Sferisterio.  Monade lucente saluta i suoi fans col sorriso caloroso ed enigmatico, si sposta su e giù per il lungo palco sicura delle emozioni che sta affidando a ciascuno, lì, nell’arena. This is the girl è un brano dedicato a Amy Winehouse che la cantante intona con la dolcezza di un’amica che non giudica ma cristallizza tratti immortali di una persona che non c’è più. Il suo lato ancora più tenero lo rivela dedicando poche strofe di un brano di Puccini al padre. Dice di amare l’opera lirica italiana e di essere molto legata alla musica di Verdi e Puccini perchè quando era bambina la ascoltava assieme al padre. Si scusa per il suo ‘bad bad italian’ e in platea scricchiola un  diffuso risolino alle sue parole goffe e dilatate. In realtà, si vorrebbe ascoltarla ancora e ancora sbagliare quella lingua che non gli appartiene ma che ha già preso tra le braccia come un figlio.   La Patti dal  gilet nero e cinta da cowboy si diletta in Summertime blues di Eddie Cochran mandando in un controllato delirio il pubblico solleticandolo con un rockabilly doc degli ultimi anni Cinquanta. Una parte, infatti, si limita a scuotere la testa da seduto ma un’altra porzione di arena sgomita impaziente. Non si può star seduti ad un concerto di Patti Smith, non mentre lei si dimena come se avesse alle calcagne il segugio infernale del blues  già sulle tracce di Robert Johnson. Seguono le tastiere malinconiche di Free Money, un brano tratto da Horses, album del 1975. Una cavalcata rock  disperata, una rincorsa verso il sogno utopico di essere liberi dal sogno dei soldi. Ci si distende anche con pezzi più recenti, come Beneath the southern cross dall’album Gone again del 1996: le chitarre dialogano arpeggiando, facendo da tappeto alla voce di Patti che declama versi lanciati verso l’alto e poi lasciati lì, sospesi tra metafisiche descrizioni dove “the inspired sky/amazed to stumble/where gods get lost”. E poi l’amara e arresa Pissing in a river travolge e scuote. Lei, la poetessa maudit che odia questa definizione, lei ponte tra una beat generation che non sapeva proiettare se stessa oltre, ed il punk ghigno degli anni successivi, in questo brano la sua  indole canora feroce e straziata  si lascia annegare in assoli di chitarra freddi come lamiere. Il pubblico decide che non può restare seduto con Because the night: la più semplice e superba confessione di desiderio, preghiera che l’altro condivida lo stesso in una ballata rock lucida e febbrile scritta da Bruce Springsteen a fine anni Settanta. L’arena prende completamente vita con Gloria, pezzo ringhiante di blues rock, in cui Patti Smith da voce alla sua personale e viva spiritualità. E sotto il palco si ammassa il pubblico con My generation: si balla uno squinternato rock’n’roll, pensando alla voce di John  Cale che manca,  urlando di gusto “i don’t need their fucking shit!”. E nonostante non sia più la ragazzina degli anni Settanta, nonostante le troppe languide e un poco stanche  ballate degli ultimissimi album, la vena ribelle attraversa il suo spirito che  urla ancora come Gregory Corso: ” io odio i vecchi signor poeti! specialemente i vecchi signorpoeti che ritrattano/che consultano altri vecchi signorpoeti/che esprimono la loro gioventù in bisbigli dicendo:-Queste cose le ho fatte allora ma è acqua passata/ è acqua passata!” Ma il pezzo più succoso è lasciato per la fine del concerto, ovvero la trascinante ed esaltante People have the power. Brano accusato di popolarismo e tanto bistrattato, elargisce sempre  e comunque  brividi di emancipazione, quella che romperebbe le righe di eserciti inutili,  quella di cui Patti Smith sa farsi portavoce con una indignazione gentile unica, la stessa che ha fatto alzare la gente dalle poltrone dello Sferisterio per affollarsi ai piedi del palco come è giusto che sia ad un concerto rock. ‘Mother Rose’ saluta il suo pubblico staccando due corde della chitarra: pugni alzati, forza mai esaurita dopo quasi due ore di passione musicata e sudata. Passione, quella che viene via con i passi della gente fuori dallo Sferisterio.

foto di Elisa des Dorides