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Immagine

di Letizia Cirilli

Morbidezza di incisione, luci, sguardi che incantano  le foto di Arturo Ghergo  una costruzione di immagini caratterizzata dalla semplicità di sfumature tra il bianco e nero, mezzi toni che incatenano quel preciso istante tra le “pareti” di una camera oscura luogo di sogno e mistero! Nasce nel 1901 a Montefano, in provincia di Macerata trascorre le ore suonando la chitarra, cantando, con un sogno nel cassetto: diventare fotografo di Roma e così seguendo il suo desiderio riesce ad aprire nel 1929 un proprio studio fotografico in una della vie più rinomate e centrali della Capitale ovvero via Condotti e diventa in breve tempo uno dei ritrattisti più ambiti e ricercati nell’Italia tra gli anni ’30 e ’50, conteso da divi del cinema, personaggi della politica, della cultura e, soprattutto, dall’alta società, a sfilare erano le ragazze dell’alta nobiltà no modelle; amava la bellezza, l’eleganza, provocare sguardi stregati in uno stile accattivante, sperimentava molto ed anche negli anni successivi quando le mode cambiarono non si è mai perso d’animo introducendo nuovi mezzi, colori  in fotografie pubblicitarie, mantenendo il suo stile personale, pittorico che ruota sempre attorno al culto della bellezza. Sul fronte cinematografico ritroviamo noti visi da Isa Miranda, Mariella Lotti, Valentina Cortese, Clara Calamai, Paola Barbara, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti fino a gli anni cinquanta come Sophia Loren, Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Vittorio Gassman, sono solo alcuni nomi ai quali se ne aggiungono molti altri, tra personaggi noti e non in un “catalogo” che ingloba un sofisticato artificio, impersonificando i soggetti in una sorta di divinizzazione. Parsimonioso nell’utilizzo dei materiali, i mezzi toni vengono ottenuti con semplici luci, riflettori scadenti a tal punto da contorcerli fino alla rottura stessa, le ombre sono ottenute oscurando la luce con la mano, controllando e soffermandosi sempre scrupolosamente al taglio dell’immagine che preferisce creare in primi piani o poco di essi, prediligendo sfondi d’interni escludendo dunque quelli esterni. Nel 1941 gli viene proposto di fare l’operatore cinematografico per “le due orfanelle”, nonostante non avesse mai visto una macchina da presa se la cava benissimo, ma rinuncia all’incarico per il quale avrebbe dovuto allontanarsi dalla famiglia alla quale era molto legato. Ritocca le foto, modella i corpi creandoli quasi snob, la silhouette diventa sottile, stracciata; un forte ascendete psicologico influenza il soggetto, impiega una, due ore per scattare una foto, attende che il soggetto sia “sfinito” ed è proprio in quel frangente il momento migliore per scattare impressionando sulla pellicola attimi preziosi, rari ed irripetibili. Per Ghergo la luce ha rilevante importanza tutto ruota attorno ad essa, le sue foto sono opere d’arte a sé , ognuna di esse custodisce una sua storia, come un pittore immortala quel gesto che più rappresenta chi si trova dall’altra parte dell’obiettivo fotografico e ne fa il mezzo principale che crea, con il quale gioca, pennella contrasti che riflettono, catturano la personalità del soggetto, il proprio stato d’animo proiettato in una realtà condivisa da chi si sofferma ad osservare, guardare e intravedere quello che sta oltre; foto senza tempo vivono tra passato, presente e futuro conservando la preziosità di uno scatto, tanto atteso ,desiderato, immortalato, già ogni frammento di pellicola ha la sua anima e non morirà mai, vivrà negli occhi di chi ogni volta si soffermerà a guardare ,incrociare il suo sguardo con quello di un’attrice, attore, modella, una nobildonna o chiunque sia stato catturato dalla luce di un fotografo difficile da dimenticare per il suo inconfondibile stile ricercato nella bellezza ed eleganza.