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italianesi

di Caterina Morgantini

Popolo di santi, poeti e navigatori gli italiani. Gli ‘taliani, invece, né carne né pesce, né di qua né di là dal mare: la loro identità, troppo debole per riuscire ad aggrapparsi ad una sponda qualunque, galleggia timorosa, in balìa del fato. Tonino è uno degli italianesi: quarant’anni, una moglie, due figli, le mani sapienti che non hanno mai conosciuto il riposo del grembo. La sua esistenza s’insinua a fatica tra le strette fessure di un campo di concentramento: goccia dopo goccia si prosciugano i giorni da uomo libero eppure prigioniero, senza colpa e senza via di fuga. Le ore, in quel cimitero per vivi, hanno il fiato corto e l’orizzonte asfittico del filo spinato: sono sbuffi di fumo nella terra bruciata d’Albania, dove il padre, soldato, a ridosso della Seconda guerra mondiale venne risucchiato dal potere fino a nuovo ordine, considerato “nemico del popolo” per l’appartenenza ad un altro popolo. Tonino, nato nel 1951, cresce cucendo e rimuginando, tagliando e immaginando: il volto del babbo rimpatriato, la terra d’origine così vicina e così lontana, così avara da non volergli dare neppure nome e cognome. Una terra presto scivolata nel mito: una volta conquistata, sarà ignota e ignara a Tonino e agli altri fratelli di un dio minore.
Tutto questo è Italianesi, ultimo spettacolo di Saverio La Ruina, autore colto, raffinato, vincitore nel 2012 del Premio Ubu, uno dei principali riconoscimenti teatrali: ma La Ruina non è animale da teleschermo e il suo talento, non decretato da nessun indice d’ascolto, rimane tesoro prezioso custodito dietro quinte di velluto. La Ruina ha avuto la sfortuna/fortuna di dover lavorare in un paese dove il rumore impera nella sfera privata come in quella pubblica: dove le grida di uccellacci e uccellini alzano la posta per conquistare l’isola della prepotenza. Contro un simile guazzabuglio di ragioni vere e presunte, spiccando ancor di più sullo sfondo caotico, l’attore oppone la pacatezza di un monologo commovente, veritiero, trasformando la Storia in pulsante materia narrativa: diventando Tonino ma anche Gianni, Mario, ogni ‘taliano ritrovatosi solo (e rifiutato) nel corso dell’esistenza come La Ruina lo è sul palcoscenico, deciso a confrontarsi con una materia ingombrante e faticosa. Nella mite figura del sarto c’è il racconto soggettivo, particolare, di un individuo prigioniero dell’assurdo, personaggio kafkiano preda di un sistema incomprensibile, innavicinabile: eppure distante dal minimo barbaglio di rancore, lo sguardo innocente di una creatura il cui cuore non ha spazio per la cattiveria. Allo stesso tempo Italianesi è memoria collettiva, foto mancante nell’album del nostro passato che Saverio ha scattato mettendo insieme, davanti all’obiettivo di un’esatta conoscenza antropologica, testimonianze, racconti, ricordi. Dopo Dissonorata e La borto, La Ruina porta in scena un capitolo sbiadito: quello degli italiani, soldati e civili, che alla fine della Seconda guerra si ritrovarono prigionieri nel paese delle aquile all’avvento del regime. Rimpatriati gli uomini, dopo decenni di lavori forzati e torture, rimasero le donne e i figli nati in cattività: italiani in Albania, albanesi in Italia, ben presto marchiati come italianesi, ovvero esiliati perenni dall’umano e civile consorzio, esseri senza un essere in cui riconoscersi. Nessuna fanfara, per questi strani compatrioti dalla lingua tutta sassi e asperità: profughi in casa propria, eroi, sì, ma del disprezzo.
I fatti, le emozioni, i rimpianti, Saverio La Ruina li cattura per donarli agli spettatori con gesti pacati, attenti, misurati sul peso di ogni singola parola, di ogni più pesante ricordo: con la pura presenza fisica, e una bravura che ricorda la capacità di mimesi dell’immortale Volontè, fa obliare tempo e luogo, portando ad ascoltare senza giudicare. È la forza del racconto che si fa riflessione vibrante senza bisogno di orpelli linguistici e scenografici, senza vesti strappate: la nuda tensione del verbo, il forte coinvolgimento per un carico emotivo portato di nuovo in superficie, mentre sullo sfondo si agitano i brandelli delle dittature che hanno diviso e seminato zizzania.
Italianesi, con ritmo poetico, lento, rianima la nostra assopita consapevolezza, e tappa le orecchie all’animo per non farlo distrarre oltre modo: che ad arrivare sia solo la disillusa speranza di Tonino, ‘taliano che voleva diventare italiano.