Öèôðîâàÿ ðåïðîäóêöèÿ íàõîäèòñÿ â èíòåðíåò-ìóçåå Gallerix.ru

di Rubina Giorgi

I molteplici campi d’intervento e i distinti momenti dell’intensa attività espressiva di Marta Ricci, la solitaria artista, o per precisare l’attrice e regista che opera in autonomia con sede d’irradiazione a Recanati dove la immagino respirare, anzi bere, quell’aria suscitante del “borgo selvaggio” impregnato di sospesi echeggiamenti e fluttuanti ritorni poetici, mi si raccolgono – e sta accadendo del tutto senza intenzione – in un suo breve esercizio vocale intitolato “IO”.
L’attrice è stupita davanti all’evenienza immancabile di una simile evocazione, e noi con lei, e non si può che tradurre lo stupore in un domandare: Io? – Io chi? E da questa domanda, simile a uno specchio ineludibile, una sommessa cascata di altre domande e risposte rette dal cambio di intonazione: Chi? Io?; – Io!; – come fosse: Ma davvero?; – Incredibile! L’interrogante còmpita le due lettere strane, còmpita e si arrende alla propria stupita domanda e, si ha impressione, senza poterne giungere a capo. Non si può infatti disfarsi dello specchio, e non lo può soprattutto il teatro mosso da esigenza di centrare essenze ed esistenze che nell’attore s’incarnano e di rinviarne il riflesso allo spettatore. Ma non c’è bisogno per questo di ricorrere allo specchio secondo Lacan poiché, se davvero vogliamo cogliere l’autenticità delle esperienze, ci si fa subito incontro l’altro in noi: l’alterità di essenza dell’io. Voglio dire: la cosa più evidente da cogliere è la disidentità nativa dell’esistente, la finzione dell’identità, che struttura comunque i suoi usi nel farsi della maturità per la pura esigenza economica della sopravvivenza sociale e nel sociale.
Andare al fondo di tale disidentità che è disseminazione dell’io, dunque sua moltiplicazione, ma anche sua dispersione e possibile perdita, significa trovare pur sempre l’io: è l’io che registra la propria perdita, non può essere altrimenti, e la propria proliferazione. Si potrebbe osservare: ma questo è solo l’io universale, l’io astratto. No, lo abbiamo ascoltato e sentito con nuova meraviglia da Marta Ricci: l’io universale si imbatte e si fonde sempre nell’io individuale, quello che si stupisce e si emoziona nel tentativo di fermare la propria esistenza e riconoscersi. Quell’io in cui gli universali del teatro sono incarnati.
Qual è la conseguenza di una tale contraddittoria insistita fermezza nella inafferrabilità e instabilità dell’io? Che ogni tentativo di sorpassare il proprio io da parte dell’individuo che vorrebbe andar oltre, dedicarsi a nuova vita ed opere, dimenticando se stesso, lo riporta invece sempre all’io: il che in altri termini equivale a un tornare di continuo agli inizi. Ogni manifestazione creativa sembra essere sempre manifestazione di inizi – siano essi benvenuti o rifiutati. Forse soltanto il mistico riesce ad annientare il proprio io trasformandolo in Dio.
Dunque l’artista è destinato a trovare sempre vuote le sue mani. E nella realtà, la realtà che per lo più si tace, sarà l’artista ad onta delle apparenze a essere il meno disposto all’indulgenza verso se stesso.
E però anche il più stupito. L’Io confina infatti con il favoloso Nessuno, l’opera con il nulla. E non intendo con ciò produrre una triste considerazione. Tutt’altro, solo mi pare di dover attribuire all’artista – che sempre è un testimone dell’essenza del vivente umano – una più grande fatica, questo sì, e una più grande responsabilità: deve portare sulle sue spalle, eterno Atlante, il peso non soltanto del mondo ma del mondo con le sue contraddizioni. L’alterità o moltiplicazione e insieme la concentrazione dell’io – anche fino a raggiungere la sua scomparizione. La sua grandezza e la sua degradazione.
Da ciò, qualche conseguenza anche nell’artista che stiamo considerando. Molti sono i campi in cui opera (spettacoli, eventi culturali e sociali diversi, canto, danza, scuola, ma del suo vasto repertorio è dato trovare in internet esaustiva documentazione). Ciò che vorrei dire è che Marta Ricci risponde all’appello dell’io producendo figure che emergono dalle profondità affettive e mentali della sua natura. Il suo io la spinge verso bordi estremi dell’esperienza degli io, e questi estremi lei assume su di sé: il suo teatro è presentazione sempre di situazioni limitanee e insostenibili come in Manicomio (monologo sulla madre di Sibilla Aleramo) o in Qui c’è sempre la notte e nel tremendo Sgobbo e Sgobbohouse che porta la prostituzione della creatura, della creatura donna, proprio nel senso più carnalmente etimologico (pro-statuo) davanti a un pubblico umano convitato in uno od altro ambiente domestico a nutrirsi di cibo che lei stessa prepara e offre…Le situazioni estreme dell’umano vengono da lei disoccultate dalla segregazione in cui le tiene il viver comune e manifesto, e riaccostate ad esso in un confronto stridente e temerario, come a sollecitare le reazioni della sua pavidità e falsità: la sua azione se le aspetta, le pretende quasi, e tanto meglio se si riveleranno tanto più violente. L’impulso etico e responsabile della sua attività è: non cantare la bellezza ma dissacrarla e macerarla fino in fondo, fino a scoprirne la carne offesa. E riiniziare ogni volta di qui, proibendosi la ricomposizione in armonia finché duri il massacro…
Occorreva prima stupirsi del proprio IO perché ci si potesse risolvere a caricarsi di tanto peso.

(Parmigianino, Autoritratto ad uno specchio convesso)