carel fabritius 1654

di Mauro Gentili

Cominciamo, con questa prima uscita, un percorso ed una discussione su libri che definiamo “locali” (perché di autori del posto, e/o editi da case maceratesi o che, anche, parlino di luoghi e storia del maceratese), uscendo un poco dalla convinzione, tutta provinciale, che quello che si produce in loco abbia necessariamente meno valore di quello che proviene dai grandi centri. Senza poi cadere nell’estremo opposto, ovvero la periodica tentazione di rinchiudersi tra queste mura protettrici.
Iniziamo allora con il libro di Giancarlo Liuti, La resa dell’usignolo, edito da Liberilibri di Macerata: l’autore è molto noto come commentatore, critico e per aver svolto importanti incarichi da giornalista in quotidiani come Il Resto del Carlino, La nazione, Il Giorno.
“La resa dell’usignolo”, titolo quant’altri mai evocativo di paesaggi solitari e meditativi è, per mio conto, una sorta di noir metafisico.
Diciamolo subito, del noir non ci sono gli elementi essenziali, manca il cattivo, manca la nera predestinazione che conduce l’uomo all’errore ed all’orrore della solitudine, manca financo il detective che, scarmigliato e indolente, scava nel passato per scoprire verità mai risolte. Epperò, quella sensazione continua a pervadere la mia lettura. La vicenda si svolge a Civalta, cittadina di provincia, silente, quieta ed è in una casa delle sue campagne che Michele ed Andrea, con la presenza della moglie di quest’ultimo discutono dell’eterno dilemma che divide la cultura scientifica da quella umanistica, una contrapposizione frontale che vede Michele, scienziato, farsi portavoce della ragione, dell’esattezza delle misure, mentre il suo contraltare, Andrea, canta la necessità, vitale, della mente di potersi liberare per poter esprimere tutte le sue potenzialità. Ma emerge subito l’elemento che scuote la mente di Andrea, l’ossessione, potremmo dire, per la bellezza, la bellezza perduta, la bellezza assoluta che, sola, dà ragione alla vita. “O le illusioni riprenderanno corpo e sostanza o questo mondo diverrà un serraglio di disperati e forse anche un deserto”, la citazione di Leopardi conclude la serata. E’ da queste altezze che, per Michele, si apre il precipizio, quello che nessun laboratorio potrà mai misurare, quello che comunemente chiamiamo caso, o destino, quell’imponderabile che, ad ogni momento, ci mette di fronte ad una realtà cui non siamo minimamente preparati. Il cadavere di una donna, anzi, una ragazza, bella e fredda, annunciata dal canto straziante e dolcissimo di un usignolo. E’ per rincorrere questo tenero essere della notte che Michele, come a volerne scoprire il segreto, si inerpica per una ripida sponda per poi fermarsi davanti agli occhi spalancati e senza luce della giovane. E qui inizia l’avventura che ciascuno potrà, a suo modo, gustare o meno scorrendo le pagine di questo romanzo. Che, ripeto, non è un noir,né, tantomeno, un giallo. C’è però nella scrittura di Liuti una distanza dalla vicenda narrata che crea uno straniamento spazio temporale. I dialoghi pacati, le riflessioni lente, un narrare fluido mai sincopato, una scrittura che non corre dietro agli avvenimenti ma apre uno spazio tra gli stessi e a la vicenda, uno spazio che si riempie di pensieri e di meditazioni sotto cui sembra scorrere, indifferente, la vita. Un’intercapedine che accoglie lo spaesamento dello scienziato che, tardivamente a mio modo di vedere, si accorge che la realtà ha molte sfaccettature, che la lente del microscopio vede in profondità ma perde i contorni. E comincia a riflettere sul problema posto dall’amico, la bellezza. Bellezza come estetica di una vita non spesa fino in fondo alla ricerca di una verità inattingibile all’umano. O forse si, se di questo assumiamo i limiti. L’ossessione della bellezza, della sua ricerca spasmodica trasforma l’esistenza in una ricerca disperata e di questo si accorge tardi Michele, nel ricercare l’amico Andrea, in un rapporto che mi appare fragile ma che il racconto esalta, anch’esso legato a convenzioni di cui abbiamo ormai, purtroppo, poca memoria. Il libro è,secondo il mio punto di vista, il tentativo di rimettere sul piano della discussione il tema di una concezione della vita che non sia legata al solo idolo della fredda materia, pur sapendo, e scontando duramente, il pericolo del sonno della ragione. Una crescita consapevole di conoscenza legata ad un mondo che, ancora, abbisogna di riti antichi per mediare con la forza della natura. Non so se sia una lettura possibile, forse ingenua, ma nel crescere, misurato, della tensione narrativa vediamo la possibilità, anche per un uomo come Michele, abituato a non lasciarsi andare ai voli della fantasia, di vedere il mondo con occhi diversi, di attingere al grande patrimonio di una cultura umana che ci mostra la sua grandezza proprio quando la grande mietitrice chiede di riscuotere il suo oneroso tributo.

 

( Carel Fabritrius, Il cardellino, 1654)

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