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sibillini

di Lucia Cattani

Un pomeriggio afoso, che anticipa l’estate, ha visto lo scorso 24 maggio esibirsi allo Sferisterio di Macerata la manifestazione più importante che tutti gli anni il Coro Sibilla organizza: la Rassegna dei Sibillini, che vede il coro delle nostre colline affiancato ogni volta ad alcune tra le espressioni più prestigiose della coralità nazionale. Ormai si tratta di una tradizione che procede, ininterrotta, dal 1986, una vera e propria rassegna di canto popolare di montagna che continua a far sorridere di nostalgia e a far rivivere il tempo della guerra, della lontananza, dell’amore perduto.

La sala interna dello Sferisterio è giustamente gremita di un pubblico di appassionati: non c’è posto per tutti, alcuni sono costretti a stare in piedi e a fare a meno del volantino, ma non importa. L’atmosfera è conviviale e quasi familiare: nipotini e famiglia che vengono a fare il tifo per il nonno che canta, curiosi capitati per caso, attirati dall’allegra compagnia, appassionati di canti alpini, bambini, anziani, adulti seriosi formano la platea eterogenea in attesa dell’esibizione.

><pMentre mi trovo tra di loro penso a “L’uomo della folla” di Edgar Allan Poe, o ai pensieri di Baudelaire che più di un secolo fa scriveva che “Godere della folla è un’arte. Solo può fare, a spese del genere umano, un banchetto di vitalità colui a cui una fata infuse fin dalla culla il gusto del travestimento, della maschera, l’odio del domicilio e la passione del viaggio. Moltitudine, solitudine: termini eguali e trasmutabili per il poeta fertile e attivo. Chi non sa popolare la sua solitudine, non sa nemmeno esser solo in una folla affaccendata. Dell’incomparabile privilegio gode il poeta che può a sua guisa esser se stesso e altrui. Come le anime erranti che cercano un corpo, egli entra quando vuole nel personaggio di ognuno. Per lui solo, ogni posto è vacante; e se qualche luogo sembra essergli chiuso è perché ai suoi occhi non vai la pena di esser visitato.
Pensando a queste parole osservo una ragazza seduta, elegante nel suo taglio precisissimo, millimetrico di capelli castani. Pigia convulsamente i tasti del suo smartphone e quando un’amica meno fortunata che dovrà assistere al concerto in piedi la chiama, mi sorprende con una risata quasi grottesca, sguaiata, la cui visione mi fa quasi male. Allo stesso tempo c’è un uomo imponente, di colore, che tiene sulle spalle il figlioletto: ha gli occhi buoni, è sereno e curioso nella sua maglia color salmone stropicciata dalle gambine che si muovono irrequiete, in attesa che qualcosa di bello cominci. La folla si fa più densa, c’è una signora anziana che manda occhiatacce ad una giovane seduta qualche fila più avanti, forse troppo discinta agli occhi della probabile nonna, che pure non interrompe il suo cipiglio. I fotografi e le maschere si muovono per la sala come possono, probabilmente non si aspettavano tanta affluenza: chi arriva tardi deve accontentarsi delle scale, fuori dalla sala, e sentire l’eco di quello che avviene sul palco.
Per il ventinovesimo anno i protagonisti, i membri del coro si presentano con semplicità e divertimento di fronte a tanto inatteso pubblico. Il rumore che ormai prosegue da una buona mezz’ora si placa, bloccato dall’applauso di benvenuto. Ci sono personaggi importanti per la città di Macerata: l’Assessore alla Cultura della Provincia Massimiliano Bianchini, il sindaco Romano Carancini, l’Assessore al Comune Alferio Canesin, il vicario diocesano Mons. Pio Pesaresi e queste presenze riempiono d’orgoglio i coristi pronti all’esibizione.
La folla tace e il calore delle tradizioni pervade l’intera sala, partendo con il canto goliardico “Simo de Macerata”. Ci sono energia, entusiasmo nelle voci, e i capelli bianchi di molti sembrano tornare scuri, in qualche sera spensierata passata a ridere e a bere con i compagni di sempre. Il pubblico sorride, applaude, ma probabilmente solo chi ha una certa età è in grado di comprendere il senso di quel canto semplice, divertente e vivo che non si è spento dai tempi della giovinezza ormai lontana. Non mancano scene buffe tra gli “spalti”, come un’anziana signora che inizia nel bel mezzo del concerto ad inveire a tutta voce contro una bambinetta colpevole, probabilmente, di essersi indebitamente appropriata della preziosa sedia già occupata. Allo stesso modo un sommesso brusio non tace, ma è bello così. L’atmosfera lo accetta e continua il coro ancor più energico con un canto di guerra “Era sera” che trasporta al dramma di sessanta anni fa, quando un soldato pensa alla sua bella e alle promesse che si erano scambiati prima dell’addio: un esempio così comprensibile a chi ha vissuto il periodo, così ricorrente. Sono le stesse voci di allora a ricordare il dolore, la speranza, la dolcezza di quel pensiero che vola sopra i campi di morte, un indugio dove cercare rifugio e forza per andare avanti. Continuano le scene ad alternarsi con i canti: la guerra ritorna e sconvolge ogni volta, ma ci sono parentesi pacificatrici come il famoso Cantico di S. Francesco “Fratello sole”, intonato come una preghiera semplice e commovente. Il concerto si conclude con un’inaspettata quanto gradita Alma Llanera, con gli arrangiamenti del Coro Mongioie, che trasporta verso l’Argentina, il Brasile, accennando il tema doloroso dell’emigrazione ma con allegria, riuscendo a rendere comprensibile il suono di una terra lontana. Questo, il saluto.
Ospiti quest’anno sono stati il Coro Vanoi di Canal San Bovo (TN) diretto da Paolo Scalet e il Coro Plose-C.A.I. di Bressanone (BZ) diretto da Gianfranco Bogana, già presente alla Rassegna del 1999. Le due formazioni hanno seguito le orme del Coro Sibilla e esalato le stesse dolci amare sensazioni che parlano di montagna, che imitano il vento nelle tempeste e il calore dei giorni di festa, che sembrano proiettarci all’interno di Bàrnabo delle montagne di Dino Buzzati. La Rassegna ha regalato molto anche a chi si trovava lì per caso, anche magari solo un ricordo o un’odore di legno o di miele selvatico, o l’immagine di biancheria lucente, stesa ad asciugare da mani ruvide di anni. Come ogni volta, è bello ritornare alle leggende, alla magia della terra, per un po’, ancora come bambini.

Fotografia: Light and Shadows in Monti Sibillini di Stefano Marcellini

 

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