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di Marco Di Pasquale

Appena arrivo, come sempre in ritardo ed affanno, dopo aver discusso prima col bigliettaio poi con l’addetto ai blocchi d’entrata, entro nella sala destinata alla presentazione. Sono sorpreso di vedere così poche persone, o almeno non quante mi aspettassi, per l’introduzione al film curata da uno storico del cinema, una scrittrice ed un esperto nel campo leopardiano.
Già, perché il film parla proprio di lui: in questo autunno lunatico, arrivano nelle sale ben due pellicole dedicate ai poeti, forse tra le figure più insondate ed emarginate dalla settima arte; la prima che narra gli ultimi tre giorni di Pier Paolo Pasolini, e questa di stasera che rivive l’infelice giovinezza e la tragica maturità di Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso. La definizione è della scrittrice napoletana Anna Maria Ortese, come di Napoli è il regista, Mario Martone. La città partenopea ha un rilievo fondamentale nella vita del poeta, poiché qui egli visse gli ultimi anni della sua vita alla ricerca della natura, della vita nella sua esasperata spontaneità, e dove incontrò la morte il 14 giugno 1837.
Il cinema e la poesia condividono un’azione fondante per entrambi: il guardare, la capacità di osservare rielaborando l’immagine a seconda dell’angolazione, del tempo, del movimento dell’occhio che guarda. E condividono pure la capacità di sfocare le cose, le persone, i fatti, restituendo il tepore del “vago”, della categoria dell’indistinto e perciò opinabile e soggetto alla fantasia, che tanto avvolse la vita e l’opera di Leopardi. Martone, in questa sua opera di nuovo ottocentesca, ha l’intuizione di questa identità di processi e di risultati tra le due diverse arti, ma purtroppo, com’era prevedibile, scivola nella banalità del registro biografico, sconfessando ciò a cui aveva puntato sin dall’assunto del titolo: parlare dello sbrigliato e spesso sardonico amore del recanatese per le favole, a mitigare la violenza ferma e tagliente dell’«arido vero», ma contemporaneamente a farlo scaturire dalla categoria di pensiero più onesta e spietata e consolante: il dubbio, assiduo e sistematico.
Questa passione e questa curiosità che si manifestano nel poeta si riversano e sono mostrate comunque, almeno nella prima parte della pellicola, probabilmente la più godibile, in cui il regista napoletano si impegna nell’inseguire la vicenda storica leopardiana ma anche nel soffermarsi accanto a Giacomo nelle lunghe pause d’osservazione dalla finestra che attivano la sua immaginazione e stimolano la creazione poetica. La macchina da presa si muove con inquadrature ravvicinate, affettuose, seguendo il dispiegarsi dell’esperienza umana ed intellettuale di Leopardi tra le nebbie ed i muri di Recanati, correndo dietro al bambino prima e al ragazzo poi nel suo furore di conoscenza e di godimento nel fondersi alla natura: toccare le cose, con le mani o col viso, con tutto il corpo, slanciandosi verso il mondo pur rimanendone ai margini, come spesso appare nelle scene panoramiche in cui l’essere umano risulta un punto evanescente, raccolto in un angolo dimenticato.
Al centro di questa prima parte sta anche il sondaggio del groviglio dei rapporti familiari: con i fratelli amatissimi e che ricambiarono il sentimento con delicata attenzione; con l’anaffettiva inflessibilità della madre, e con l’assilante amore paterno di colui che sarà sempre un peso amato e temuto, incombente su tutte le scelte e le traiettorie prese dal figlio. La claustrofobia che il giovane prova si percepisce in modo tangibile nella necessità di scrollarsi di dosso l’assiduo controllo del padre e raggiunge il suo culmine nel maldestro tentativo di fuga dal palazzotto di famiglia, facilmente sventato da Monaldo. Subito dopo si svolge quella che forse è la scena più riuscita ed emblematica, oltre che intensa, del film, con un serrato interrogatorio, condotto da Monaldo e dal cognato sul contrito e rabbioso Giacomo, riacciuffato dopo la tentata evasione, il quale all’improvviso si separa in tre immagini sovrapposte: la sua mente assediata dal dolore della prigionia recanatese si manifesta sullo schermo in una sorta di urlo munchiano, la testa stretta tra le mani, mentre si sfoga dentro l’immaginazione del ragazzo tutta la sua violenza spaccando una sedia in terra, quella sedia su cui, nella tetra realtà della stanza di segregazione recanatese, egli si trova seduto, affranto ed inerme contro i suoi carcerieri.
Poco dopo questo acme si accendono le luci per la fine del primo tempo, trovandoci soddisfatti di quanto visto finora ma senza che possiamo sapere che purtroppo, alla ripresa del film, ci avrebbe atteso una seconda parte molto più deludente, imbrogliata nel voler evitare (e nel caderci continuamente) di apporre a Leopardi lo stigma di macchietta oleografica “in stile” Ottocento (una tentazione riconoscibile anche nella superfluità di scene “di costume” inserite per calare lo spettatore nella storia, ma che forse hanno avuto di più l’effetto di ricordare l’Intervallo della radiotelevisione italiana). Certamente, Martone ha puntato molto, troppo, sul bipolarismo di questo Leopardi dilaniato tra la sentimentale dispersione nelle rêveries che saranno la sostanza vitale di molte delle sue opere (ad esempio, le Operette morali) da una parte, e l’uomo curvo e divorato dalle ugge provocategli dai mali corporali e sentimentali. Ne deriva il ritratto di un cuore contratto, un perpetuo adolescente nel senso di insofferente ribelle alle convenzioni asfissianti sia dei genitori conservatori e retrivi, ma anche dei contemporanei ottusamente progressisti.
Su questo ritratto il protagonista del film, Elio Germano, conduce la sua recitazione con attenzione e densa emotività, ma gli viene concesso uno spazio eccessivo per la fissità del primo piano nella prova d’attore di recitare i componimenti più noti (Alla luna, L’infinito, La ginestra) e questo, se da un lato ci sembra la volontà del regista di significarci la scaturigine della poesia, cioè l’io poetante, d’altro canto deforma gli intendimenti del poeta di far parlare il mondo per fargli raccontare la durezza irriducibile di un’esistenza senza illusioni né soluzioni. Proprio questo sembra il limite maggiore di un film irrisolto, contraddittorio, cioè nell’ingorgo egocentrico e autoreferenziale che ancora oggi si presume essere lo spirito di un poeta, rinchiuso nella sua austera incomprensibilità. Martone ritrae Leopardi nella sua quotidianità, che mangia il gelato, che litiga con l’amico Ranieri, che fa festa con i giocatori di palla al bracciale, ma sempre con un’impenetrabilità che riporta a concezioni desuete, da secolo diciannovesimo, del poeta, che invece ha vissuto l’esperienza intellettuale con slancio e volontà di dialogare con gli uomini che compongono la «social catena». Anche in questo Il giovane favoloso ci sembra di ravvisare un’occasione perduta per ridurre le (apparenti) distanze e raccontare il carattere più profondo di un innamorato della natura e della vita com’era Giacomo Leopardi.

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