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di Marco Di Pasquale

La maggior parte delle volte le sensazioni veramente forti ci arrivano dai sapori decisi, dagli odori pungenti, dalle alchimie più ricche di elementi. E spesso è proprio dagli innesti insoliti che nascono i frutti più succosi, come il purtroppo sparuto ma attentissimo pubblico ha potuto apprezzare venerdì scorso, all’interno del Festival dell’Ospitalità, alla Biblioteca della Poesia di Borgo Ficana, Macerata, assistendo alla felice fusione che trapianta il germoglio della poesia sul terreno fertile delle immagini e dei suoni, facendo sbocciare gustose ibridazioni.
Questo esperimento s’intitola Lunga un anno, esattamente come il libro pubblicato l’anno scorso per i tipi di Sigismundus editore, ed i protagonisti sono tre: i video erano di Filippo Pesaresi, le musiche di Daniele Cecconi, mentre a riversarvi sopra, dentro le parole era il noto poeta osimano Francesco Accattoli.
L’ambientazione della casa di terra in cui è ricavata la Biblioteca della Poesia, calma ed appartata, si attaglia perfettamente ai gesti quotidiani e alle quotidiane illuminazioni del verso di Accattoli, acceso da visioni che bruciano la routine sublimandone gli aspetti frusti, illuminandone i contorni con uno sguardo individuale e collettivo al tempo stesso, che ci ricorda che al poeta «piacciono i plurali». Infatti, nel libro come nel poetry set realizzato con gli altri due artisti, si condivide con il lettore ciò che si vede, invitando ad una commossa partecipazione all’osservazione (come nel cortometraggio di Pesaresi) oltre la finestra dei nostri occhi, con uno sguardo lento, meticoloso nel ritmo e nella scelta del mot juste. Si dispiega così lo spettacolo dei luoghi, degli oggetti, dei paesaggi che, al richiamo dei ricami melodici della chitarra di Daniele Cecconi, sembrano acquistare vita autonoma, muoversi sullo schermo e sulla pagina come dopo un lungo sonno, indipendenti dalle mani che li descrivono. Ne scaturisce un incontro continuamente provocatorio, urticante con la materia, spesso essa stessa corrosa, marcita, con l’emozione di chi è stato sinora ignaro del meccanismo dell’esistere trovandoselo poi di fronte, squadernato nel proprio disinganno, fuori dalla porta che per un lungo anno era rimasta serrata.
Lunga un anno, da libro anch’esso per la verità sperimentale, con la possibilità di “mescolarne” le pagine a proprio piacimento per ricevarne una rispondenza, un’eco fruttuosa, si trasforma in viaggio filmico e musicale attraverso un mondo in cui noi esseri umani «scialimo», perdiamo consistenza dinanzi allo smottamento del tempo che ci travolge, ci imbarca in una traversata che toccherà quartieri e portoni di chiese, frutteti ammantati di neve e quel mare che un marchigiano non puo’ non ritenere stella polare, riferimento salvifico tra pensieri di burrasca. Dalla finestra a cui s’affaccia la poesia, che nel video ha il volto del poeta, si vedono i treni e i litorali, i palazzi e gli alberi che compongono prospettive urbane slabbrate, rimontate ritmicamente a perdere ogni oggettività e restituire nuove traduzioni del reale.
In questo viaggio lungo dodici mesi la relazione col “tu” che specchia ogni testo è gestita con un profondo senso di lealtà («Dimmi cosa t’ho rubato, faccio prima / ad inventarlo, ora lo invento e te lo rendo, / ecco, hai visto che è tornato?»), ma anche col rammarico che l’unica azione possibile sia «lasciarsi come vento e candela», imponendosi di opporre «un contrafforte all’ingresso, / un argine di contenimento / al suo ritorno». Tornano alla ribalta tutti gli strumenti umani di sereniana memoria che hanno costellato quest’esperienza (la maglia della salute, il prezzemolo tra i denti, lo sporco più ostinato, solo per citarne alcuni tra i numerosi) nella voce di Accattoli che attende e si uniforma alla musica, che si appoggia alle immagini edificando una nuova opera d’arte, un frutto delicato per quanto dal gusto agrodolce e pervasivo, un nuovo fiore che illumina e riscalda la notte dentro e fuori la casa di terra di Ficana.

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