Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Immagine articolo
di Serena Granatelli.
I preparativi per la prima serata civitanovese del Festival dell’Ospitalità, curato dall’ADAM AccademiaDelleArtiMacerata, sono iniziati all’insegna dell’instabilità metereologica che ha caratterizzato l’estate appena trascorsa ed ha reso necessario un cambio di location: la suggestiva cornice del Chiostro di Sant’Agostino nella città alta ha ceduto il posto agli altrettanto affascinanti ambienti dell’adiacente Auditorium. La chiesa sconsacrata già ospite dell’imponente mostra Arte e Cibo si è rivelata lo spazio perfetto per accogliere un evento che già di per sé è una commistione di generi, stili e personalità. Definirlo concerto di musica classica è per me riduttivo ed impoverirebbe la portata di un’esibizione ricca, appassionata ed estremamente coinvolgente.
Ad esibirsi sono state tre giovani donne, già musiciste affermate, che hanno deciso nel 2009 di far convergere le loro diverse attitudini ed esperienze in un progetto artistico e musicale condiviso dando vita ad un trio chiamato Ban Ensamble. Angela Benelli, violino, Barbara Piperno, flauto traverso ed Elisabetta Rossi, arpa, tutte diplomate al conservatorio “Gioacchino Rossini” di Pesaro, sono accomunate dalla forte passione per la sperimentazione e dal desiderio di trovare sempre nuove e originali chiavi interpretative di un repertorio che spazia dal classico al contemporaneo, passando per la musica popolare. Si percepisce subito, oltre all’indiscussa abilità tecnica, un forte affiatamento nella vita e sul palco, un’unione solida che trae nuova linfa proprio dall’apporto di tre variopinte sensibilità umane e musicali. Nell’espressione artistica delle Ban Ensamble ad armonizzarsi non sono soltanto tre strumenti peraltro molto diversi tra loro per origine ed utilizzo, ma anche tre personalità differenti, diversità che si coglie subito anche nella fisicità, nell’approccio con il pubblico, nell’interpretazione. Il loro punto di forza secondo me è proprio questo: il sapersi completare, fondersi senza perdere la propria individualità. Ho apprezzato molto, inoltre, il criterio adottato nella scelta dei brani per il concerto, il fatto che abbiano presentato brani apparentemente molto distanti tra loro, alcuni appartenenti al repertorio classico, opportunamente arrangiati, altri al mondo folk, con particolare attenzione alla musica popolare russa. Questo a dimostrazione che non esiste una linea di demarcazione che separa gli stili e le tradizioni musicali che si compenetrano e si rinnovano scambievolmente, trascinando lo spettatore in un viaggio che travalica il tempo, azzera le distanze e scuote le coscienze addormentate, adagiate in una contemporaneità forzata che risulta sempre più stretta. E’ impossibile per me parlare di attualità o meno di un’opera d’arte che di per sé è astrazione dal tempo e dal luogo di creazione senza per questo negarne le influenze indiscusse; non c’è arte senza un contesto per il semplice fatto che la persona-artista vive in un luogo e un tempo dati che sono suoi, ma che dovrebbe nell’opera d’arte, in quella specifica manifestazione, riuscire a valicare, per renderla eterna, capace di emozionare anche chi verrà poi arricchendosi di significati sempre nuovi ed altrettanto autentici. Questo concerto è spunto per una riflessione su un tema importante nell’arte, quello della “contaminazione”, di generi, di stili, di espressioni artistiche che sono di volta in volta una faccia di personalità complesse, quella dell’artista, della persona che vive e spazia, incontra e si scontra con altre facce che riproduce e fa rivivere inevitabilmente nelle sue opere. Per questo ritengo che lo spostamento di sede, al di là del caso fortuito o di forza maggiore, abbia contribuito alla messa in opera del concerto sottolineando proprio questa “intersezione” che lega spazi e tempi in un atto senza tempo e senza spazio che è l’arte nelle sue molteplici manifestazioni. L’Auditorium Sant’Agostino in quest’ottica non è semplicemente un luogo, un contenitore vuoto che accoglie un’esposizione artistica come può essere la mostra Arte e Cibo o un concerto, ma è esso stesso una forma d’arte, così che contenitore e contenuto si fondono in quella che è per lo spettatore un’esperienza artistica globale. Parlare di contaminazione riuscita di generi artistici in questo caso specifico significa percepire che le emozioni che le musiciste sono riuscite a trasmetterci mediante la musica sarebbero state diverse da un’altra parte, in un luogo asettico e vuoto o anche nello stesso Chiostro di Sant’Agostino, location originaria dell’evento. Non si tratta di sminuire altri ambienti o situazioni, il termine “diverse” non contiene un’accezione negativa, ma semplicemente si tratta si considerare che la navata della chiesa, le volte scolpite, gli affreschi e così pure le nature morte appese e quindi rese vive, hanno influito sul nostro modo di “sentire” i suoni, di coglierne le sfumature, le variazioni di tono, le interpretazioni delle artiste stesse. Allo stesso modo l’atmosfera creata dal concerto ha consentito di visitare la mostra con uno spirito nuovo, con un approccio ed una sensibilità diversi, sottolineando nuove sfumature, anche in chi come me ha già avuto modo di ammirarla precedentemente. Ecco il contesto che diventa parte in causa, nell’accezione letterale del termine di causare: generare emozioni, stati d’animo, idee, di incidere sul risultato finale.

Annunci