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vele

di Ilaria Piampiani

Le notti d’agosto iniziano con tramonti fugaci e più malinconici, mettono un punto alle lunghe e ridenti giornate di prima estate, ma regalano cieli stellati e cangianti, densi di desideri e scie lontane anni luce. In una notte simile, nella cornice della ventosa area portuale di Civitanova Marche domenica 17 ha avuto luogo la suggestiva lettura di canti scelti dall’eterno capolavoro di Dante Alighieri, occasione per i cittadini di avvicinarsi alle sublimi terzine dell’esule fiorentino, organizzata dall’Associazione Dantesca Civitanovese.

Dalla Divina Commedia vengono estrapolati “episodi” sparsi, tutti accomunati dall’invito alla speranza, virtù ormai rara ed estremamente preziosa, da perpetuare con determinazione anche in una realtà viziata e abituata alle brutture dell’attualità.

“Per coglier miglior acqua alza le vele”: questo è il coraggioso grido che giunge dal passato, dalla penna di colui che prima d’esser poeta fu uomo, pieno d’amore per una patria irriconoscente, figlio di un’Italia, allora come adesso, serva, nave senza cocchiere, “non donna di province, ma bordello!”. Le intense e duttili voci di due attori, Pietro Conversano e Cristina Cirilli, in un simbiotico tutt’uno con il suggestivo sperimentalismo musicale, illuminano l’oscurità della notte portando conforto, così come la laureata guida mantovana al celebre pellegrino. Coinvolgente è l’interpretazione proposta al folto pubblico, composito e attento ai cambi di atmosfera, ai lamenti delle anime dannate, tutto protratto verso la salvezza disegnata sull’etereo volto di un’angelica Beatrice.

C’imbarchiamo, spettatori con la nostra umanità, fissando le luci del molo rifrangersi nelle acque, timorosi alla “vista” delle fiere, allievi con verità e virtù da comprendere, stanchi del buio e affamati di luce, colti da istanti di sconforto e dolore, come chi vaga, dimenticandosi, a volte, di avere una meta da raggiungere. Da marchigiani non dobbiamo dimenticare come le nostre terre siano state tappe importanti e illustri nella vita di Dante, protagoniste poi di canti più o meno conosciuti nei quali ci imbattiamo in personaggi di spicco della nostra storia, come in quella della Penisola stessa. “Dal dolor trafitto” Guido da Montefeltro, ardente tra le fiamme del canto XXVII si presenta quale figlio della terra d’Urbino, uomo d’armi e poi consigliere, abile nella furbizia come nei peccaminosi intrighi in quella terra di Romagna della cui sorte s’interroga.

Ai due “migliori” di Fano, “messer Guido e anco ad Angiolello”, Dante si appella nel canto XXVIII, ovvero la nona bolgia affollata e composita, fitta di personaggi e sentimenti dissimili, abitata da coloro che nella vita godettero nel seminar discordia e nell’operare il male. Ultimi cito per scelta e per poterne maggiormente parlare, lo ammetto, i due amanti che stringono il cuore al lettore e inducono lo stesso poeta alla commozione estrema, tanto da perdere i sensi: sono i due giovani uniti dal desiderio e dalla fine crudele, consumatisi entrambi tra le mura del castello di Gradara. Paolo e Francesca, stretti l’un l’altro nonostante quel vento violento e crudele, simbiotici nel lamento, leggeri seppur schiacciati dalla dannazione eterna. Fieramente Francesca racconta stringendosi al compagno silente, ella si indigna, maledice, ricorda teneramente quel sentimento forte e impossibile, un sentimento che l’autore descrive con parole ed empatia, tanto da rendere il V canto dell’Inferno uno dei più coinvolgenti e belli di tutta l’opera.

Un rapporto, dunque, quello tra Dante Alighieri e le nostre terre, ovviamente allora prive di una qualche identità regionale, piuttosto intenso anche se molto spesso di passaggio, rappresentando così un punto di riferimento, prima che per la sua poesia, per la biografia stessa. Civitanova Marche attraverso la suddetta Associazione vuole diffondere, attraverso punti di vista e letture che cambiano di anno in anno, le molte sfumature dell’esistenza, in cui ultraterreno e realtà tangibile non sono poi così lontane ma si incontrano e si rincorrono in una sera d’estate.

Gli applausi sono copiosi così come la partecipazione dei cittadini che hanno preferito alla televisione un momento diverso, l’occasione di recuperare dal passato più nobile della nostra letteratura, quel barlume di speranza che, nella quotidianità marchiata dalla lettera scarlatta della “crisi”, rimane astratta e lontana, come la scia eterea e momentanea lasciata da una stella cadente.

Siamo finalmente usciti dalla selva, almeno per un po’, col cuore gonfio abbiamo cercato la luce per poi abbracciarla consapevolmente, abbiamo sospirato, provato compassione e ripugnanza per poi lasciare alle barche al loro intimo cullarsi, sole finalmente tra cielo e vento, anch’esse pronte, forse l’indomani chissà, a dispiegare le vele alle prime luci di una nuova alba.

Immagine: Quadro di William Turner – 1775/1851

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