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ego

di Caterina Morgantini
C’era una volta il diario, ma abbiamo dovuto ammazzarlo.C’erano lettere, di inchiostro e carta, biglietti, cartoline. C’erano rullini da sviluppare, persone da incontrare. C’erano chiacchierate faccia a faccia, lunghe conversazioni a più voci.
C’era, per dirlo con una sola parola, il tempo: di fare, vedere, scoprire, ragionare per poi dire. Aspettando una risposta, un parere, un’opinione.

C’era, nella nostra vita, un amico fidato, speciale, a cui raccontavamo tutto, attimo dopo attimo: che avrà ascoltato in silenzio, annuendo e assecondando ogni nostro impulso, dicendo “bravo!” ad ogni nostro stentato passo, all’affermazione della nostra strabordante personalità.
C’era l’attesa, vissuta stando sulle spine o navigando sul lento fiume della noia: a scandire le giornate, a modellare l’essere.
Ogni cosa, in quella fase mitica e lontana, aveva la sua stagione: non si mangiavano fragole a dicembre.
Oggi, invece, le fragole si trovano tutto l’anno: grosse, rosse, invitanti, ammiccano agli aranci lì accanto come fossero compagni di maturazione.
Cosa è successo, nel frattempo?
Abbiamo scoperto, usato (prima timidamente, poi sempre più sfacciatamente) i social network: ci siamo detti, con la compiacenza di ritrovarci dalla stessa parte, di ragionare allo stesso modo, che la piazza vera non era più sufficiente. Che “virtuale” voleva dire “migliore”: più contatti, link, occhi.

All’inizio furono i blog: spazi condivisi e allo stesso tempo privati, in cui raccontare di sé lanciando messaggi in bottiglia nello sconfinato mare del web. Poi, l’esondazione del virtuale contro i poveri, mal costruiti argini della realtà: myspace, facebook, twitter, pinterest, instagram. Improvvisamente scoprimmo di avere moltissimo da dire, mostrare: ci rendemmo conto che le nostre minuscole facezie quotidiane diventavano, con uno sforzo minimo e un impegno inesistente, tanti “pollici in su”. Ci rendemmo conto che c’era un mondo da spiare, là fuori, e da cui farsi consapevolmente spiare: che non raccontava più nessuna storia ma si spogliava, di botto, rubandoci il dono della curiosità. Inutile fingere: la verità, esplosa come un vulcano dormiente, è che scoprimmo il piacere morboso di frugare nelle vite che non ci appartenevano e ancor più di permettere agli estranei di farlo nella nostra, cercando di essere sempre all’altezza delle scintillanti esistenze osservate dietro un rassicurante schermo.

A quel punto non importò più cosa, quanto e come pensassimo e ci comportassimo: imprescindibile fu poterlo rendere visibile all’istante. Se non esisteva più soltanto per me quel gesto, uno qualunque, acquisiva un senso, una durevolezza: non più vissuto qui e ora, con tutta l’intensa irripetibilità dell’attimo, ma ripetibile all’infinito attraverso condivisioni subitanee e vuote. Questo, pressappoco, è quello che molti devono aver pensato: se sono in tanti, a sapere cosa penso, ad apprezzarlo, a commentarlo, allora non sono tanto solo, limitato, comune. Se mostro quanto sono stato bravo a cucinare, quanto belli sono i miei figli e il mio cane, quanti chilometri ho fatto correndo, allora sarò unico e allo stesso tempo uguale, simile in tutto e per tutto a chi mi circonda. Potrò specchiarmi nelle pagine altrui lasciando da parte gli altri, ricevendo attenzione e significato: ciò che non sarò mai in grado di restituirmi in modo autonomo, consapevole.

Via, allora, a briglie sciolte, rovesciandoci addosso l’un l’altro il contenuto di ore normali diventate d’improvviso straordinarie, esponendoci oltre misura alla ricerca di consensi, approvazione, per poter esistere grazie ad un nugolo di invisibili. Ora non sappiamo più cosa voglia dire essere lontani, irraggiungibili.

Pretendiamo, anzi, di essere sempre contattabili, in mezzo all’oceano e nel deserto, con la scusa che qualcuno possa aver bisogno di noi: con il terrore, invece, di essere abbandonati.

Quando la posta in gioco è cresciuta abbiamo deciso di mettere sul piatto qualcosa di ancora più prezioso: mi espongo, ma faccio esporre anche amici, parenti, colleghi, che lo vogliano o no, sbeffeggiandoli pubblicamente, mettendo on line i loro passi falsi, gli errori. Il dileggio e la bellezza sono così diventati corpi inermi e anonimi da mostrare senza filtri, cadaveri del nostro peggio da appendere ad un cappio.

Adesso, all’apice della socializzazione virtuale, non riusciamo più a tenere un singolo attimo al chiuso e al riparo nelle nostre coscienze, lieto o tragico che sia: non esiste più, forse, il “noi”, ma solo un pubblico muto, osservante, e un palcoscenico provvisorio su cui tutti possiamo salire per sentirci speciali.

Chissà se un giorno qualcuno partirà alla ricerca di quell’amico, del tempo, dell’attesa, della memoria, per darci ancora la possibilità di dimenticare ed essere dimenticati: senza che il nostro alter-ego virtuale ci ricordi quanto devastante silenzio ci sia, nella stanza, quando gettiamo nel vuoto le nostre rumorose pillole di felicità.

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