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Munari

di Serena Granatelli

Nel sentire comune non c’è niente di più lontano ed apparentemente inconciliabile dell’arte con il cibo, appartengono semplicemente a mondi antitetici, rimandano ad opposte visioni del mondo, dell’uomo, a diversi stili di vita. L’arte, eterea, impalpabile, mentale, nutre lo spirito; il cibo, solido, fisico, triviale, nutre il corpo. Chi si abbandona tra le vie che l’arte delinea e apre percepisce poi un senso di vuoto, un impatto iniziale di spaesamento, di trovarsi in bilico, una sospensione dal tempo e dalle certezze che non fa che accrescere la fame, la bramosia, il desiderio.

È della mancanza che si nutre l’arte, trova spazio e si annida in una consapevole condizione di incompiutezza. Il cibo, invece, riempie, sazia, soddisfa e completa, così che la pancia diventa metonimia di un uomo “ pieno di sé”, totalmente appagato. È l’uomo moderno, operoso, pratico che lotta per diventare qualcuno, che trova il suo posto nella società occupando uno spazio “fisico”, un ruolo e finisce per essere quel volume, quella posizione raggiunta, statica senza possibilità (volontà) di riscatto. L’arte viene lasciata agli “artisti”, oziosi, sognatori, spesso bistrattati, divulgatori ostinati e coraggiosi di un essere che non appare, ma che perdura e resiste (nonostante tutto).

Eppure esiste una lunga e importante tradizione che lega, a dispetto dei luoghi comuni, l’arte al cibo ed è in questo orizzonte che Arte e Cibo si inserisce, una mostra discreta ed imponente, raccolta nella suggestiva sede della chiesa di Sant’Agostino a Civitanova Alta, che ripercorre e rinsalda questo binomio. Chiesa di impianto romanico-gotico, radicalmente rinnovata all’interno per adeguarla ai canoni del Rococò, finemente restaurata nel 2000, Sant’Agostino è essa stessa un’opera d’arte che fa da cornice e accompagna il visitatore senza essere intrusiva, con l’eleganza discreta che la contraddistingue. Ad essere proposto è un viaggio che parte da antichi dipinti e utensili da cucina risalenti al mondo latino, per indugiare poi sulla fortuna che ebbe la natura morta nell’arte italiana dal Seicento al Novecento, soffermandosi sugli autori legati al contesto marchigiano (Levoli, Valentini, Munari, Magini, Ciarrocchi), per arrivare fino ai giorni nostri esponendo oggetti di design industriale tipicamente contemporanei. Quest’anno poi la mostra si avvale di un’istallazione completamente rinnovata, che regala luminosità e risalto alle preziose cornici dorate ed alle raffinate maioliche faentine e porcellane.

Già oltrepassando l’ingresso imponente dell’auditorium ho percepito la duplice sensazione di chi sta per intraprendere un viaggio, ma anche la serenità e la quiete di chi si sente a casa, circondata, direi quasi accolta, da oggetti, immagini, colori e storie appartenenti alla vita quotidiana. Il cammino che ho intrapreso racchiude in sé due strade solo apparentemente contrastanti: quella che ci conduce fuori di noi per farci ripercorrere epoche e situazioni lontane e variegate e quella che invece ci riconcilia con noi stessi, con le nostre origini, con la nostra identità più profonda e ancestrale. Un viaggio nel tempo, attraverso il tempo e i luoghi che l’arte apre come finestre sul presente, squarci improvvisi di una “natura morta” ma che al pari delle cose vive ci pungola e richiama la nostra attenzione. Mai come assaporando la vita pulsante che scorre e si rinnova attraverso le tele e gli oggetti, senza i quali sarebbe andata perduta, sbiadita tra ricordi o racconti sempre più sommari e frettolosi, si coglie con evidenza il ruolo imprescindibile che ogni forma d’arte riveste nella formazione della nostra identità personale. Dagli utensili antichi risalenti ai piceni sappiamo che fu proprio l’esigenza di alimentarsi e quindi di procacciarsi il cibo a spingere l’uomo a sviluppare e poi ad affinare i primi comportamenti sociali e quelle abilità specifiche indispensabili alla realizzazione dei suddetti utensili. Arte e cibo sono quindi fin dalle origini legati ed alla base di quelle caratteristiche che hanno forgiato la natura dell’homo politicus aristotelico. La raffinatezza del vasellame, le forme eleganti e ricercate sono testimonianza di un gusto estetico che, anche se in forma ingenua, era comunque presente e ben evidente. L’utilizzo pratico e quotidiano dell’utensile accompagna un suo altrettanto diffuso valore simbolico: il momento del pasto, il simposio per greci e romani, si caratterizzava anche di una valenza rituale, celebrativa, talvolta mistica. Anche le cerimonie sacre erano accompagnate da offerte votive e libagioni allestite per le divinità, così come venivano poste accanto ai sepolcri dei defunti per accompagnarli durante l’ultimo viaggio e propiziare un buon ingresso nel mondo ultraterreno. Ancora oggi ci portiamo dietro questo elemento tra il magico e il rituale e non a caso i momenti più significativi per un individuo, per una famiglia o per una comunità sono celebrati anche attraverso il cibo che divento dono, messa in comunione, presa in carico, atto supremo del prendersi cura. Come la madre nutre il figlio attraverso il suo stesso corpo, costruendo così un legame indissolubile, anche tra adulti l’atto del cucinare, dell’offrire il cibo e dell’accettarlo costruisce una rete che rinsalda i rapporti e da vita ad una comunità. Storicamente questo compito è sempre stato appannaggio delle donne che incarnano “il materno”, in tutte le sue accezioni, tanto che le divinità della terra, della natura e della fertilità sono anch’esse solitamente femminili. Oggi che i ruoli si sono fatti sempre più liquidi servirebbe ripensare e ricreare una nuova idea di femminile e inevitabilmente anche di maschile, proprio a partire e mediante gli strumenti che l’arte ci mette a disposizione. Altri oggetti, debitamente custoditi in delle teche, catturano la mia attenzione: provengono da luoghi e tempi diversi, mi fanno immergere nel fasto delle tavole principesche del Rinascimento o dei banchetti barocchi a cui fanno riferimento pregiate maioliche faentine di Calamelli e Utili, ma anche alzate traforate in merletti della manifattura Castelli ed i preziosi piatti appartenuti al Cardinale Alessandro Farnese. Accanto anche il Rococò da sfoggio della sua eleganza mediante l’esposizione di raffinate porcellane della manifattura fondata dal Marchese Gironi nel 1735. La sezione più ricca, a mio avviso padrona incontrastata della mostra, è quella che raccoglie numerosi capolavori del Novecento, nature morte immortalate su tela e quindi rese immortali da grandi artisti del calibro di De Chirico, Chini, Licini, Casorati, Mattioli, Paolucci, Tulli, Crali, Broglio, Tozzi e Monachesi. La natura morta nasce come genere artistico sul finire del Cinquecento ed è proprio a partire dal Seicento fino al Novecento che individua e sviluppa i caratteri che la contraddistinguono, passando attraverso epoche e stili diversi. In Arte e Cibo se ne possono ammirare esempi che vanno dalle rappresentazioni figurative di Munari e Valentino a quelle astratte di Tulli, passando per tecniche pittoriche diverse, olio, acquerello o materiali estremamente contemporanei come il poliuretano espanso dell’opera di Gilardi. La tavola attuale ricopre anch’essa un ruolo non secondario: sono esposti prodotti di design realizzati da Guzzini che fanno talmente parte della vita quotidiana che ho personalmente un po’ faticato a vedere in essi il filo conduttore che lega l’intera esposizione, ma che certamente sussiste, specialmente oggi che forme sempre nuove d’arte si fanno prepotentemente avanti e si guadagnano un posto di rilievo nello scenario artistico mondiale. Apro e chiudo allora alcune questioni che meriterebbero altre forme di approfondimento: qual è la differenza, se c’è, tra un’opera che è comunque frutto della creatività individuale e trova riscontro e un’opera d’arte? Lo scarto forse è racchiuso nelle intenzioni di chi crea più che nella cosa creata? Deve esistere un tempo, specialmente oggi che tutto è simultaneo e in rete, che sia di sedimentazione?

Uscendo dalla mostra ho come stampata nella mente l’immagine di un albero che è la metafora di questo viaggio, inteso nella sua completa specularità tra radici e rami, tra ciò che è sommerso, apparentemente nascosto, ma regge e nutre, e ciò che si staglia verso il cielo, braccia aperte, possenti, dita puntate coraggiosamente al futuro, su cui crescono idee e sogni come germogli pronti a sbocciare, a creare nuova vita e nuova arte. La mostra continua anche nelle sale della Pinacoteca Civica, ed è visitabile nei week end fino al 2 novembre, suggerendo l’idea di un’istallazione diffusa, coerente all’ambiente e al contesto urbano e sociale. Sempre di più l’arte percepisce infatti l’urgenza vitale di esporsi, di uscire dai musei per lasciarsi contaminare e contaminare a sua volta. Cosa meglio del cibo per aprirsi al mondo globale dove le distanze si azzerano, ma le diversità, le sperequazioni crescono a dismisura fino ad apparire congenite? Questa mostra si inscrive ambiziosamente in un progetto più ampio, nel fermento che precede la prossima Esposizione Universale che si terrà a Milano a partire da maggio 2015 e che avrà come tema proprio il cibo. Il cibo come nutrimento per il pianeta, energia vitale, impulso creativo, ma anche impegno etico per una più equa ripartizione delle risorse alimentari, a partire da quelle che sono le tipicità regionali, gli usi, i costumi fino alle contaminazioni delle più attuali cucine fusion.

Il cibo nell’arte diventa così simbolo, metafora, rappresentazione senza filtri di una realtà di sprechi ed opulenza, ma anche elemento di riscatto, di rivincita e di rinascita. L’arte assume su di sé il carico di dover sfamare, riempire le idee, dare forma e consistenza ai sogni, rendere ragione di un progetto che dura e si rinnova. È così diverso dall’impastare il pane per nutrire i propri figli e riunirli intorno ad un tavolo? I figli ora sono le generazioni future e il tavolo si allarga, sempre più globale.

Immagine: Cristoforo Munari, “Natura morta con strumenti musicali”

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