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di Valerio Marconi

Spieghiamo brevemente come mai questi due titani della filosofia, che non hanno mai messo piede nelle nostre terre, siano entrati in questa silloge sui filosofi che il maceratese ha avuto in sorte o ha fatto suoi. La storia è semplice: il merito è di Filippo Mignini e Maurizio Migliori, professori presso l’Università degli Studi di Macerata. Gli studenti dell’ateneo maceratese hanno la possibilità di incontrare gli autori delle più grandi metafisiche e filosofie dell’Occidente sotto la guida di due esperti di altissimo livello; in questo senso il nostro territorio ha saputo appropriarsi di questi due patrimoni da cui “dipendono in gran parte le sorti future dell’umanità” (così Mignini in riferimento a Spinoza e al suo ruolo nel dialogo con l’Oriente, mentre, stando a Migliori, Platone è il padre “spirituale” dell’Occidente).

Partendo dalle interpretazioni formulate dai due studiosi, è possibile visualizzare il conflitto (forse irrisolvibile) tra Platone e Spinoza. Non sorprende che due delle più importanti filosofie della cultura occidentale confliggano: è tanto evidente quanto non così scontato che la nostra cultura si sia evoluta attraverso conflitti come libertà vs necessità, idealismo vs materialismo, trascendente vs immanente, capitalismo vs feudalesimo, comunismo vs capitalismo e, riguardo al nostro tema, monismo vs dualismo.

Per la comprensione del particolare conflitto tra monismi, ossia quello tra Platone e Spinoza, sarà però necessario il riferimento a uno straniero, sia per noi che per i due filosofi. Mi riferisco a Aristotele, lo straniero di Stagira.

Il mio breve discorso sui Principi metafisici tra questi tre filosofi svilupperà tre punti, che qui anticipo per comodità del lettore:

1. Platone non è dualista;

2. monismo polare e monismo sostanziale si contrappongono irriducibilmente per via di teorie dell’Uno radicalmente divergenti;

3. la teoria della sostanza e dell’essere come atto e potenza (i due sensi metafisici dell’essere) di Aristotele reintroduce la polarità platonica in un pluralismo sostanziale.

1. Se si considerano le dottrine non scritte di Platone (cui egli stesso sembra fare riferimento e su cui una delle testimonianze principali è -non a caso- di Aristotele) è davvero difficile ritrarre un Platone dualista, specialmente se lo si accusa di un dualismo tra sensibile e intelligibile. Le sue dottrine non scritte sarebbero le sue lezioni per i membri della sua Accademia, mentre i suoi famosi dialoghi risulterebbero dei testi introduttivi e divulgativi per i suoi discepoli e il “pubblico colto” ateniese. Tali dottrine prevedono due principi di tutte le cose; per intenderci, se la realtà fosse un computer, tali principi sarebbero i due elementi (0 e 1) del codice binario che ne è alla base del funzionamento. Tutto discende per gradi dall’Uno e dalla Diade, dalle idee fino alle realtà sensibili, che quindi hanno un che di terzo che le fonda; continuando la nostra analogia (tanto suggestiva quanto imperfetta, forse), abbiamo il codice binario dei principi, il sistema operativo (che c’è ma non si vede come il mondo delle idee, ma è ciò che sta dietro le varie applicazioni) e i programmi e tutto quanto del computer possiamo vedere e usare direttamente (realtà sensibile). Per giunta, la nozione di intermedio è una nozione fondamentale nei dialoghi platonici stessi: è proprio in riferimento a tale nozione e ai dialoghi che Migliori attribuisce a Platone una visione della realtà come “uni-molteplice”, basata sul principio polare del Limite (Uno) e dell’Illimitato (Diade). Ecco perché si può parlare di monismo polare platonico: la realtà è un misto di limiti ed illimitati che partecipano del Limite e dell’Illimitato. Il molteplice o i molti non sono originari ma originati: l’Uno e l’Indefinito devono polarizzarsi perché da essi derivino dialetticamente i molti. Insomma la realtà è intermedia tra Uno e Diade: ne è un misto (ecco la rilevanza della nozione di intermedio che si applica sia al mondo delle idee, che sta appunto a metà tra principi e realtà sensibili, sia alla realtà stessa come insieme di ideale e sensibile). La forte polarità o la duplicità (e non il dualismo) di principi è dovuta al fatto che un Uno “unico e semplicissimo” non sarebbe principio di nulla, se ne starebbe lì per conto suo, sbugiardando la totalità del reale come fa il monolitico Uno parmenideo (impietosamente attaccato nel Parmenide platonico). Del resto, come sarebbe possibile far funzionare un computer con un codice composto di soli 1? Soprattutto, sono necessari almeno due “type” (elementi astratti del codice, l’1 e lo 0 in quanto tali) che possano essere ripetuti a piacere (ogni occorrenza concreta di un “type” si chiama “token”) per poter codificare tutto quello che vogliamo. Un codice binario è persino più economico di una lingua, che comunque necessita almeno di una ventina di “type” (le lettere del suo alfabeto).

2. Non ci sarebbe nulla di più falso che pensare che il monismo spinoziano sia un monismo dell’Uno unico e semplice, insomma un ritorno di Parmenide sotto mentite spoglie. Infatti, paradossalmente, il Principio spinoziano, oggetto dell’Ethica geometrico more demonstrata, “il più rigoroso documento filosofico, nell’età moderna, della dottrina storica del principio indeterminato” (Mignini), è assai più vicino all’Uno distinto in sé stesso (uno e molti allo stesso tempo e sotto lo stesso rispetto) di Eraclito di quanto non lo sia la dottrina platonica dei principi. La polarità dei principi platonici dell’Uno e della Diade indefinita sembra essere stata inglobata nell’unica sostanza spinoziana, di qui la definizione di monismo sostanziale. Ma cos’è la sostanza? Storicamente e teoricamente la sostanza è la soluzione migliore a quello che misteriosamente si chiama “Problema dell’Essere” (la famosa domanda “che cos’è l’essere?”). Sostanza è qualcosa di cui diremmo senza alcun dubbio che è, ecco degli esempi: siamo abbastanza sicuri di esistere e quindi ci consideriamo sostanze, come lo sono quelle chimiche o grossi aggregati di materia ben distinti come stelle e pianeti, anche se le sostanze che ci sembrano più affini a noi sono gli altri animali (infatti non mancano persone che pensano che sfruttarli, ucciderli e mangiarli sia sbagliato). Ma allora cose più astratte come i numeri o concrete ma sfuggenti come le emozioni (l’amore è un simpatico caso sospeso tra qualcosa di astratto e un vissuto concreto, se ci pensiamo bene!) non esistono? Di solito si è risolto il problema dicendo che sono enti (dunque qualcosa di esistente) ma che non sono sostanze (anzi spesso si ritiene che siano cose che capitano alle sostanze, come a me potrebbe capitare di essere rosso come lo è un gambero se non metto la crema solare in spiaggia). Spinoza, però, dimostra l’unicità della sostanza ed essa è il Deus sive Natura dalle infinite essenze perfette (dette o espresse dagli attributi, come il pensiero e la materia che sono le uniche a noi note perché son quelle di cui siamo fatti). Il principio di Spinoza è uno e indefinito piuttosto che semplice: la sua perfezione sta nella complessità assoluta e inconoscibile e non nella semplicità matematica dell’Uno. L’intuizione di fondo di Spinoza non è affatto difficile come può sembrare: lui differentemente da noi risponde alla domanda “cos’è sostanza?” con un unica risposta: “l’universo” (ecco perché si parla di monismo o panteismo spinoziano: esiste solo una sostanza ed essa è l’universo e non è distinta da Dio, ma anzi è Dio stesso). Noi siamo enti o modi dell’universo, siamo cose che ad esso accadono come a noi accade di essere rossi o quant’altro. L’unica sostanza non è, quindi, distinta da ciò che spiega e visto che è complessa basta a sé stessa per codificare tutto il reale, non necessita di uno zero con cui combinarsi (è già combinata con sé stessa). Ma questa polarizzazione interna all’unico principio si contrappone ai principi polarizzati di Platone in quanto ne viola la teorizzazione dell’Uno:

Infatti una realtà nella sua interezza non potrà contemporaneamente avere la duplice funzione di subire e fare. Altrimenti l’Uno non sarebbe più uno, ma due. (Parmenide 138B3-5)

L’ Uno platonico non può sia agire che patire: non può essere causa ed effetto o, meglio, non può essere causa sui. La polarizzazione dell’unico principio ha avuto il suo prezzo per Spinoza: la natura si divide in sé stessa in “naturata” e “naturante” e viene ad essere causa di sé. Come dire l’universo è principio di sé e noi che siamo da lui principiati ne siamo parte (cfr. il Tao come energia universale). La nostra anima (che per Spinoza è l’idea che abbiamo del nostro corpo) non è forse l’esempio più chiaro, ma il nostro corpo rende bene l’idea di che vuol dire essere principiati dall’universo: noi (i nostri corpi), come diceva Nietzsche e come la scienza ha provato, non siamo che polvere di stelle (alla polvere c’erano già arrivati i romani e i primi cristiani).

3. L’Uno di Platone, principio delle Idee, è anche il Bene, oggetto di ricerca della Repubblica. In quel dialogo il Bene è detto “al di là della sostanza” ed è proprio questo tratto della teoria platonica dell’Uno a renderla inconciliabile tanto con il monismo spinoziano che con il pluralismo aristotelico. Per Platone i suoi Principi non sono sostanze! Pensateci, chiamereste sostanza (nel senso che abbiamo visto sopra) l’1 in quanto tale o lo 0 in quanto tale? Sostanze sono le cose che fanno parte della realtà, che è un misto di limiti e illimitati: questi ultimi sono costituenti delle sostanze, ma sono anche “token” dei rispettivi “type” (il Limite e l’Illimitato) che a loro volta non possono essere sostanze tra le altre!

Invece, Aristotele e Spinoza concordano proprio in ciò che li divide da Platone: il sostanzialismo (i loro Principi sono sostanze). La sostanza o essenza aristotelica è intesa in tre sensi: forma, materia e sinolo (unione) delle due. Forma e materia rimandano proprio alla polarità platonica e i sinoli o sostanze in senso concreto di individui sono appunto le realtà intermedie o miste di forma e materia. La fedeltà al maestro mostrata finora da Aristotele continua nel primato della forma, che si trova ad essere al di là o al di sopra della sostanza (intesa come sinolo o realtà principiata) e si conferma nell’essere come atto e potenza (scissione di agire e patire, parallela alla polarità Uno-Diade), ma la priorità dell’atto sulla potenza fonda il “tradimento” aristotelico. Spiegare Aristotele è “più facile” perché è molto elementare nei suoi passaggi logici: tutte le cause o principi sono sostanze, esistono sostanze che sono solo in atto (forme senza materia), quindi la forma è più sostanza della materia perché può sussistere senza di essa quando questa invece non può. Quindi, la forma prevale sugli altri sensi di sostanza perché vi è una specie di sostanze sempre in atto: gli dei. Ma, se non esiste il Bene ma esistono i beni (come non esiste Dio ma esistono gli dei), vi è un bene che eccelle tra gli altri ed esso è il Primo dei Motori Immobili, dio fra gli dei (primus inter pares, come Agamennone) e sostanza fra le sostanze. Aristotele finisce dunque per sostanzializzare l’Uno e, nel fare questo, rispetta e tradisce al tempo stesso la dottrina platonica: la sostanza divina non è causa sui (non agisce e patisce ma è puro atto) eppure è sostanza e non Uno al di là di essa. Ma è proprio nella misura in cui è fedele a Platone che egli si schiera per il pluralismo della sostanza anziché per la sua unicità, come fece Spinoza.

(immagine: Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo”)

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