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di Arianna Guzzini

gli amanti magritte

Lo scorso 22 luglio, per la rassegna TAU, è andata in scena Medea di Pamela Villoresi, per la regia di Marco Olivieri, nel magnifico scenario dell’antico anfiteatro romano di Urbisaglia. Questo articolo non vuole essere però una recensione, se pur la riflessione che si riporta si snoda a partire dalle impressioni suscitate da questo spettacolo teatrale. Si cercherà soprattutto di comprendere le motivazioni del percorso euripideoche condusse l’autore a modificare il mito in maniera così drastica, facendo divenire Medea la reale fautrice di quegli omicidi dei quali, nella versione originaria, viene soltanto accusata dai corinzi per essere screditata. Euripide si spinge fino all’infanticidio, ma, come si cercherà di dimostrare, esso non è inserito per alimentare la visione di una folle ed atroce Medea: l’omicidio ha qui un valore simbolico altro e più alto.
Quella della Villoresi è una Medea insolita. L’intento è quello di restituire un’ulteriore interpretazione contemporanea al personaggio euripideo, attraverso una recitazione impeccabile da parte della protagonista, su cui sembra fondarsi e reggersi tutta l’impalcatura scenica di questa versione. Medea perde ogni barlume di eroicità, diviene una donna non solo comune, ma che perde la sua forza: la sua risolutezza emerge soltanto nel momento in cui vuole ripristinare il suo “onor perduto”, che in questo caso è solo un onore di letto. La complessità di un’opera, che sin dalla sua prima stesura e versione si snoda attraverso importanti ed universali temi sociali e politici, si è svuotata del tutto dinanzi una Medea in preda ad una folle crisi d’abbandono, che uccide i suoi figli poiché incapace di reagire alla situazione cui si trova obbligata. La sua efferatezza è dovuta unicamente alla sua fragilità e debolezza, incapacità di razionalizzare la propria sciagura e di mantenersi lucida. Il suo è un furore folle ed incontrollato suscitato dalla fine forzata di un amore che solo in se stesso esaurisce ogni causa dell’agire.
Chi accusava e accusa ancora Euripide di misoginia si troverebbe probabilmente in accordo con questa interpretazione del personaggio: Medea è donna ed è quindi la cieca passione che la caratterizza, ma null’altra accezione era consentita per la donna nella grecità, punto.
È ovvio che il tema dell’amore sia centrale e consista nel fattore scatenante della vicenda, ma è questo un amore che va al di là del semplice pathos: esso non è più quella forza ineluttabile del mito antico, che trascinava impetuosa uomini e donne fino all’atroce abisso; non è più strumento né degli dei né tantomeno del fato improcrastinabile, ma è frutto dell’uomo e delle sue scelte. È sull’uomo infatti che si concentra il pensiero euripideo, poiché se voleva realmente suscitare un qualche mutamento nel pensiero dei suoi concittadini, doveva utilizzare i loro parametri di raziocinio ormai non più improntati sull’Essere.
Attivo all’interno della vita filosofica, Euripide polemizza contro la sofistica, la quale aveva attuato una rivoluzione teoretica che spostò il centro dell’indagine filosofica sull’uomo fino a stabilire un definitivo relativismo ontologico, etico nonché teoretico. Nell’ambito di un soggettivismo imperante, che funzione poteva ancora svolgere la tradizione del mito, cosa valeva più quella cultura antica ed ancestrale in cui il bene era avulso da qualsiasi ottica utilitaristica e coincideva invece con tutto ciò che comportava il pieno dispiegamento dell’essere? Quel mondo perso, di cui Medea sembra essere l’ultima portavoce, non è più un reale terreno comune di riflessione e così il mito tradizionale non può più parlare come un tempo, il suo richiamo si è fatto debole ed esso muta in semplice racconto. Non si ha più la certezza della validità effettiva di questi vecchi valori, i quali vengono continuamente messi in discussione e la realtà è quindi ora analizzata attraverso la sola razionalità propria dell’uomo. Il tragediografo comprende la problematicità del proprio tempo e sa che, per aprire un dialogo, è necessario che il teatro muti anch’esso e si appropri di una modalità comunicativa più vicina ai suoi concittadini, che sia loro comprensibile. Di qui ne deriva che la razionalità umana diventa centrale a discapito del mito, ma anche della messa in scena. Non sarà più l’elemento teatro che condurrà gli spettatori alla crisi, ma piuttosto il testo in sé, poiché lo spettacolo è concepito in una visione che predilige soprattutto l’aspetto dialettico e retorico. Siamo alle soglie del fantomatico teatro di parola, in quanto è ora a questa che viene affidata la centralità dell’opera. Euripide tenta così di stimolare le facoltà critiche dei suoi concittadini, esortandoli a ritornare indietro nei loro passi, ad abbandonare la loro follia imperialistica in virtù di una democrazia che ormai è solo millantata. Gli antichi valori della polis ( sia politici che religiosi) vengono riportati alla luce solo nel momento in cui sussiste un secondo fine, quello del controllo da parte di un potere politico ostinato a conservarsi: sono dunque utilizzati come puri strumenti. Questo lo si riscontra bene nel primo dialogo fra Medea e Giasone. L’autore fa parlare i due personaggi attraverso il sistema dialogico proprio della sofistica, mostrando però tutta l’ipocrisia che porta a vincere il discorso debole, quello di Giasone, su quello forte, per mezzo di una semplice bella confezione retorica. Il dialogo finisce per rendere ancora più ridicolo un personaggio che già dall’inizio appariva come un eroe al contrario: a rappresentare la civiltà greca (in particolare quella ateniese, cui l’autore si rivolge direttamente) non vi sono più gli antichi eroi, i quali, nonostante la colpa che pendeva sulle loro teste, potevano comunque uscire di scena con il proprio onore e dignità intatti, proprio perché quella colpa era loro capitata; ora gli “eroi” si distinguono per debolezze e difetti. Alle accuse di Medea di aver tradito il patto delle loro nozze stipulato dinanzi agli dei, di aver fatto subire un grave torto a lei e ai figli, di non essere affatto riconoscente a lei, senza la quale mai sarebbe riuscito a compiere le sue imprese, Giasone risponde avanzando motivazioni assurde, costruite sul nulla. In virtù di una visione “borghese”, volta esclusivamente all’ottenimento dell’utile, possibilmente il proprio, afferma anzitutto che le sue nuove nozze regali sono a vantaggio dei suoi figli, i quali con la discendenza dei futuri, potranno vivere una vita più agiata e in secondo luogo che Medea non abbandonò la casa del padre, né uccise il fratello o Pelia per Giasone, ma che le sue azioni sarebbero opera di Eros che la fece innamorare. Inoltre sposandolo la donna avrebbe ricevuto vantaggi ben maggiori dell’amore: ora vive in terra greca, dove ha conosciuto le leggi e soprattutto la giustizia. Peccato che leggi e giustizia non siano a tutela né delle donne, né degli stranieri e Medea, ahimè, era entrambi. La donna è però ben conscia della sua situazione e già in precedenza aveva lucidamente esposto al Coro le motivazioni della sua emarginazione sociale, una condizione comune a tutta la categoria cui appartiene:

(…)Fra tutte le creature dotate di anima e intelligenza, noi donne siamo le più sventurate. Intanto, dobbiamo comprarci con una robusta dote un marito, anzi prenderci un padrone del nostro corpo, che è malanno peggiore. Ma anche nella scelta c’è un grosso rischio: sarà buono o cattivo, il marito che ci prendiamo?
Tra l’altro la separazione è infamante per una donna e di ripudiare un marito neanche se ne parla. E poi, una donna che entra in un nuovo ambiente, dove esistono norme e abitudini diverse, deve essere un’indovina – certo non lo ha imparato a casa – per sapere con che compagno dovrà passare le sue notti. Mettiamo che i nostri sforzi vadano a buon fine, che lo sposo sopporti di buon grado il giogo del matrimonio: allora sì che l’esistenza è invidiabile. Ma in caso contrario, è meglio morire. Un uomo, quando è stanco di starsene in famiglia, esce, evade dalla noia, si ritrova con amici e coetanei; noi donne, invece, siamo costrette ad avere sotto gli occhi sempre un’unica persona. Si blatera che conduciamo una vita priva di rischi, tra le mura domestiche, mentre i maschi vanno a battersi in guerra. Che assurdità! Preferirei cento volte combattere che partorire una volta sola. (…)

Nella tragedia euripidea sono solitamente le donne le uniche a poter assurgere al ruolo di eroine proprio perché escluse ed in condizioni marginali rispetto la società: non può ancora appartenere loro il bieco utilitarismo, i giochi di potere attuati attraverso la violenza sia fisica e materiale, che verbale, nel momento in cui la parola con la sofistica diviene strumento di manipolazione. Eppure qui sorge una contraddizione: Medea ha commesso molta violenza in passato assecondando le logiche di Giasone e ora medita di uccidere la novella sposa, re Creonte e i suoi stessi figli.
A spiegare cosa sia successo all’eroina tragica si può fare riferimento alla Medea di Pier Paolo Pasolini, che, pur inserendo elementi nuovi assieme all’antefatto, mantiene comunque la versione euripidea come principale punto di rifermento, dimostrando l’universalità delle tematiche dell’opera. Medea subisce qui un cambiamento repentino e traumatico non appena incontra per la prima volta Giasone in Colchide, un cambiamento così sconvolgente che la porta a svenire. Da questo momento in poi perderà la sua vecchia identità per accoglierne una diversa più vicina alla cultura nuova (quella occidentale, razionale, sconsacrata, utilitaristica) e la sua devozione per il sacro sarà sostituita dall’eros. È evidente lo scontro fra due civiltà opposte, inconciliabili, il cui esito culmina nella distruzione. Medea ha pagato un prezzo molto alto in questo passaggio, ha annientato se stessa e la cultura che le apparteneva e per riappropriarsi di sé dovrà pagare un prezzo ancora più alto. Il patto d’amore che era stato sancito non consisteva in alcun modo in una conciliazione fra due mondi, ma nell’eliminazione del suo e per tanto era l’eros l’unico elemento di coesione con Giasone per lei. Ora che questo è assente, l’unico legame rimasto è quello di sangue. In Euripide Medea tentenna e dubita della volontà di potenza fino a quel momento esibita nel momento in cui sta per compiere il delitto: ella sa benissimo che non sarà solo Giasone ad essere punito, ma sa anche che non può più evitare questo male.
Se si pensa inoltre che Euripide portò in scena la Medea nell’anno esatto dello scoppio della guerra del Peloponneso (431 a.C), ecco che diviene evidente come questa tragedia sia un vero e proprio monito nei riguardi della violenza e della sua perpetrazione, sia che essa sia fisica, sia che venga esercitata sotto forma di coercizione a livello sociale nella propria terra o di controllo sugli altri popoli. Il tragediografo mette i suoi concittadini dinanzi le loro mancanze etiche e politiche, mettendoli in guardia sulle conseguenze che potrebbero scatenare insistendo nel farsi promotori di una democrazia fittizia dinanzi le città alleate per mantenere la propria egemonia economica e militare. Ogni rimozione violenta rischia di chiudere il suo cerchio ritorcendosi contro chi l’ha commessa se non si tenta una reale conciliazione.
Nella versione presentata da Olivieri ad Urbisaglia, tutto ciò sembra essere assente o comunque poco presente nella coscienza interpretativa del regista. Medea è qui svincolata da qualsiasi reale rapporto con l’esterno, chiusa nella sua follia, si muove sulla scena avvolta dal vestito rosso della sua passione e dal sangue che verserà. Non c’è nessuno che dialoga veramente con lei. Il Coro, la nutrice, il pedagogo e il nunzio sono tutti impersonati da un’unica presenza, che commenta la vicenda e le parole della donna, carpendo la giusta battuta dal suo leggio e mantenendo così una distanza insanabile con le azioni e le reazioni della pazza Medea. Giasone è invece inserito come una caricatura del maschio che nasconde la sua inadeguatezza celandosi dietro il chiodo in pelle e le movenze da ubriaco in post sbornia: un elemento trash dei nostri giorni poco osato, se non attraverso luogo comune, che a poco serve nel momento in cui Giasone è estremamente ridicolo già solo per ciò che afferma. Medea rimane sola con una follia che non ha senso, priva di motivazioni reali, e ogni sua parola risuona così come lo sfogo di una donna frustrata e amareggiata dalla delusione amorosa, inconsapevole della sua effettiva situazione. Il mondo esterno sembra quasi essere un mero accessorio ai fini della scena, che si concentra tutta sull’interpretazione della Villoresi, restituendo così l’immagine di una donna accecata dalla sua crisi depressiva, la quale non le permette di scorgere null’altro all’infuori di se stessa. Da una parte ci si discosta dalle tematiche estemporanee dell’opera e dall’altra si vorrebbe dare un’ulteriore chiave di lettura, ossia quella di una madre in depressione che uccide i figli, senza però riuscire a scavare nel profondo della crisi esistenziale e questo accade proprio perché è il testo euripideo in se per se che non ha e non vuole avere gli elementi interpretativi di questa problematica.

Quadro: Gli amanti di Magritte