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di Eleonora Tamburrini

Comincio col dire che peggio dell’anno scorso non poteva andare. Già prima che iniziasse, e a suo modo, la Notte dell’Opera 2014 sembrava essere tornata lievemente in asse rispetto al programma della stagione, ovvero non più centrale e roboante al punto da oscurare persino la prima nelle aspettative e nella comunicazione. Complice forse il debutto in arena a firma del D.A. Micheli, vuoi per la palpabile tensione tra i commercianti sull’annosa questione della pedonalizzazione del centro, fatto sta che la nostra sembrava essere ritornata a una più giusta, più umana collocazione, ovvero quella di accessorio rispetto al Macerata Opera Festival.
Sì, perché fare di questa grande festa di paese – e lo dico senza acrimonia né ironia – il fiore all’occhiello pencolante alla nostra miglior giacca estiva mi era sempre parso sovradimensionato, eccessivo, perfino ridicolo se ripenso a qualche flash dell’anno scorso, uno su tutti il desolante tributo a Vasco Rossi in Piazza San Giovanni con il sosia di turno che, cappellino calcato sulla fronte, ciabattava sul palco lanciando inconfondibili “eeehhh”, destinati a spalmarsi ben bene su un rutilante corso della Repubblica. Viva Rossi. Ah no, era Verdi.

Che la festa fosse stata in qualche modo presa per mano e parzialmente ricondotta in careggiata l’ho dedotto anche dalla scelta del tema, limitato alla sola “Celeste Aida”. Nessuna pretesa quindi di riprendere in toto la dedica dell’anno – l’opera è donna. Confesso di aver temuto per il peggio, e invece, saggiamente, questa sera di rosa (“da qualche parte detto rosa Schiapparelli”) c’era solo la brochure. Non voglio dubitare delle intenzioni meritorie di chi ha scelto questo leitmotiv, s’intende, che alla fin fine è servito, proprio nell’anno del Cinquantenario, a dar più spazio a tante brave scrittrici, attrici e musiciste nei vari appuntamenti Off e soprattutto ad ospitare tre ottime direttrici d’orchestra (a fronte di tre registi uomini). Ma il timore era legittimo, credo, dopo aver intravisto certi semplicismi, dopo, per dirne una, la locandina di un calzaturificio sponsor della manifestazione (evidentemente non in grado di maneggiare la delicata questione, se il massimo del tributo alle donne è stato quello di rappresentare l’ennesima ragazza seminuda e inguainata in una corda modello schiava/Aida ma debitamente calzata made in Italy). E il timore era legittimo soprattutto se penso all’imperdonabile oblio calato su Francesca Baleani al momento di individuare – se madrina doveva esserci – un simbolo della stagione. Lo dico con tutta l’ammirazione e il rispetto possibili per Lucia Annibali, donna altrettanto coraggiosa e resistente, accanto alla quale è stato un onore anche soltanto trovarsi a camminare in un intervallo di Tosca, perché incrociando uno sguardo come il suo si può solo abbassare la testa e tornare ad ascoltare la musica un po’ più concentrati e più degni, magari.

Tornando a questioni leggere, il tema scelto per la Notte dell’Opera era dunque l’Aida, e da Macerata avremmo dovuto aspettarci la metamorfosi in un piccolo Egitto. Per la verità non me lo aspettavo sul serio, come so bene che non rivedrò allo Sferisterio i fasti perduti alla De Ana (e per questo non mi stancherò mai di rivedere la Traviata di Svoboda e mi auguro che quegli specchi, benché non più originali, benché “ondulati”, siano conservati come reliquie).
I commercianti, anima pratica o teorica della festa, rampognati dallo stesso Micheli che ha paventato l’ipotesi di lasciare dal prossimo anno la direzione artistica della Notte, fanno quello che possono, come sempre. E come prevedibile, alcuni restano chiusi, altri seppelliscono l’ascia di guerra ma ciondolano sulla soglia con aria desolata rispolverando per le vetrine oggetti random purché dorati; altri, più entusiasti, spargono sabbia e allestiscono palmizi, distribuiscono didascaliche pietanze (ma il panino Amneris è sempre con la porchetta) o azzardano un couscous.
Ad ogni modo, meno confusione, meno commistioni inspiegabili – tipo concerti neo melodici – meno ressa (forse perché qualcuno l’anno scorso è rimasto deluso). Intendiamoci, non sarò io a fare stime da questura: anche quest’anno l’affluenza è stata notevole, diciamo che i maceratesi sono usciti di casa, ma è palese che non ci sia stato l’assalto degli anni precedenti. Nel solito pullulare di eventi disseminati da Corso Cavour a Corso Cairoli fin a tutto il centro storico quel che ho potuto vedere è stato variegato, ma tendente, spiace dirlo, ancora una volta al basso.
Carino, seppur ormai sfruttato fino alla consunzione il video mapping sullo Sferisterio. In ogni caso sempre meglio che voltarsi e trovarsi di fronte l’orribile piramide di spazzatura dello sponsor Cosmari che per un attimo, lo ammetto, mi aveva riportato ai fasti dell’ultimo Nabucco. Deprimente il body painting – limitato a quanto ho visto a una sola ragazza mezza vestita mezza dipinta che ciondolava bistrata a metà scalette, alienante la parata col dj che copriva i cori che diligentemente tentavano un repertorio operistico in Piazza Mazzini. Nel cortile dell’Asilo Ricci un piccolo concerto di Arie e Duetti per la Notte non ha incantato, ma se non altro si è mantenuto fedele alla vocazione della serata; sotto la gaggia e il suo involontario tocco esotico, tra bambini urlanti e presunti spettatori -schiena ai cantanti e mezzo ricurvi sul fiero pasto- mi sono chiesta se il perenne, voluto effetto “fuori contesto” di cui questa manifestazione vive possa davvero, così declinato, funzionare. Lì per lì ho deciso di non rispondermi. Chi era con me mi ha saggiamente consigliato di ripensare ai concerti di classica a Lettere occupata a Bologna e io ho cercato di pensarci fortissimo, ma non mi sono comunque saputa rispondere con sicurezza.
Andando avanti ho mancato di poco la danza afro – incontrando le ballerine a spasso nei loro costumini simil egizi e i musicisti residui in Piazza Cesare Battisti attorniati dalla sola comunità africana (ma viene da dire etiope). La scena aveva una sua bellezza involontaria.
In Via Don Minzoni, di fronte agli Arcieri del Faraone ho avuto un brivido, ma poi mi sono ricordata della Stele del Tiro con l’Arco e ho pensato di soprassedere, scivolando verso Palazzo Buonaccorsi su un sottofondo accattivante quanto inspiegabile di note jazz.
Qui nel cortile ho avuto una prova di come dovrebbe essere, per il mio modestissimo gusto, l’intera Notte dell’Opera, e posso dire di aver preso fiato. Atmosfera rilassata, museo aperto e pieno di visitatori, al piano di sotto laboratori per bambini, e soprattutto il concerto della Salvadei Brass nel solito magnifico scenario sotto le statue d’Ercole. Un’esibizione semplice ma curata, che ha giustamente proposto le arie più note, dal Nabucco alla Carmen alla Traviata fino ovviamente all’Aida, riarrangiate per soli ottoni e degnamente introdotte e spiegate. Allora ecco che la Notte dell’Opera diventa un’occasione per avvicinarsi all’opera in semplicità, in un contesto aperto a tutti e non ingessato, a metà strada tra l’intrattenimento e la divulgazione. Il fatto che in un secondo momento i musicisti si siano dedicati al loro repertorio consueto, bandistico, a quel punto ci stava, ci poteva stare, ed è piaciuto.
Ma il concetto di divulgazione evidentemente fa paura, sa di vecchio e forse non ha un corrispettivo inglese abbastanza carino da renderlo moderno e commerciabile. E dire che Francesco Micheli ha fatto tanto e bene in questa direzione, portando l’opera nei teatri, calibrandola per avvicinarla agli studenti, e molti risultati sono stati meritori. Però il finale di questa serata, che ho avuto modo di vedere in una Piazza della Libertà non certo gremita ed anzi scemante è molto difficile da raccontare.
La volontà era quella di provare a rinarrare, riproporre, liofilizzare l’Aida. Renderla proprio digeribile a tutti, sia mai che qualcuno dica ancora che l’opera è noiosa, da vecchi, e che allo Sferisterio devono far venire i cantanti nuovi, quelli che piacciono ai gggiovani. In pratica abbiamo assistito a una specie di Aida stornellata, raccontata da Micheli in persona nelle vesti di faraonico cantastorie, dove la protagonista era appunto impersonata da una verace contadinella nostrana mentre Amneris era la vera Amneris, in abiti egizi, e proponeva sprazzi di arie interrotte da battute a raffica di Micheli o da colorite schermaglie dialettali (Aida e Amneris si sono date nell’ordine della resecca, fetusa, rmastona, cornuta). In scena anche il povero Amonasro, e anche per lui qualche intervento lirico presto travolto dalle “scene di guerra”, riprodotte in un tragicomico nonsense dal saltarello dei Pistacoppi.
Dopo tutto questo, dopo un presunto nuovo esito in cui Aida e Radames non muoiono sepolti vivi ma continuano a ballare per tutta la notte (non parliamo d’amore e morte, è così volgare!), il coro Bellini, convocato per il gran finale, è stato frettolosamente spinto sul palco, costretto ad ammassarsi con una certa malagrazia su scale anguste e a cantare così, in una chiusa che mi è parsa ingiusta, frettolosa, tristissima.

A me piacciono tanto i Pistacoppi. Lo dico proprio per cominciare le mie conclusioni. E adoro le sagre, le feste di paese, a volte persino le fiere nei tendoni. Mi commuove il profumo dei caciù e sono un’amante del vino cotto. Non perdo occasione con amici non marchigiani di raccontare questa terra, e di parlare di Macerata come di una città culturalmente e umanamente ricca, perché lo è, seppur a tratti e a volte solo in potenza. Divento a volte perfino campanilista e patetica. Sono convinta che Macerata abbia voglia di una grande festa popolare come questa, pubblicizzata come questa , che coinvolga i commercianti e magari diverta e si diverta a rispolverare le tradizioni locali, con balli, musiche, cibo tradizionale e quant’altro. Un San Giuliano reloaded? Reinventato e corretto? Perché no. Anche il beneamato patrono avrebbe forse bisogno di un restyling.
Ma la Notte dell’Opera, inserita in pompa magna nel calendario ufficiale di una stagione concertistica di quello che dovrebbe essere un teatro di prestigio non può essere tutta qui, forse non può proprio essere così. Non può permettersi di accogliere tutto indistintamente dentro di sé, in un calderone zeppo di eventi che vorrebbe accontentare tutti, ma continua a non rendere giustizia al tema stesso. Perché demitizzare la lirica è sacrosanto, farla uscire nelle strade è un’ottima idea, lasciare che la classica s’infiltri nei contesti più inusuali può persino essere utile, ma il confine col ridicolo o col trash è labilissimo e spesso oltrepassato. Non si tratta di separatismo culturale, di snobismo, tanto meno si invocano restaurazioni musicali o gerarchie già da tempo giustamente destrutturate. Ma la contaminazione è una difficile arte, la divulgazione lo è forse ancora di più, e quando si ha l’impressione che il tentativo ripetutamente fallisca occorre anche trovare il coraggio di dire qualcosa. Per esempio che la volgarità, come diceva Nabokov e parafrasava Nafisi, “non è solo ciò che è banalmente mediocre ma soprattutto ciò che è falsamente importante, falsamente bello, falsamente intelligente e falsamente attraente”. E che non sempre basta, non sempre serve, non sempre è piacevole la sensazione di una grande mano sapiente che ci dà una pacca sulla spalla e ci ripete: tranquilli, è una cosa pop.

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