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aida micheli

di Matteo De Simone*

Aida è un luogo privilegiato per studiare la poetica teatrale di Giuseppe Verdi. Ovviamente non perché in essa si “compia” il mutamento, piuttosto perché essa ne è l’apice, la piena maturazione, dove i tratti caratteristici sono più vividi, riconoscibili e padroneggiati dall’autore. Aida è un’opera drammaturgicamente ineccepibile. Tutto funziona, teatralmente parlando, alla perfezione. Il bilanciamento degli elementi, l’uso dei contrasti, il rilievo dei personaggi, lo sviluppo del soggetto, ogni cosa aderisce all’esigenza drammatica e la soddisfa pienamente, con efficace compattezza.
La messinscena allo Sferisterio di Macerata si rivela di grande impatto, il regista Micheli pur situando l’opera in uno spazio temporale sospeso – la scena sembra alludere a un grande lap-top – rispetta profondamente la musica verdiana. L’opera diventa un racconto fatto da Ramfis in una dimensione futuribile e astratta, senza luogo e senza tempo. Il Grande Sacerdote come un blogger, con il computer portatile a posto del papiro, racconta la storia d’amore, di gelosia, di intrighi di potere e di morte ai coristi schierati ai lati del palco, tutti con e-book. Altre volte Aida è stata rappresentata spostandola in contesti temporali diversi da quello della scrittura originaria ma la lettura di Micheli si rivela raffinata e di grande impatto, perfetto e meticoloso il lavoro di regia sui cantanti, ognuno è sempre in relazione con la vicenda e con le immagini multimediali. Gli affetti profondi costituiscono la cifra drammaturgica dell’opera, sempre nell’ottica della sublimazione del rimpianto che contraddistingue quasi tutte le opere verdiane. Sullo sfondo sono proiettati ideogrammi, scritte e disegni che rimandano al Libro dei Morti, il sacro testo degli egizi che aveva lo scopo di aiutare i defunti nel raggiungimento del mondo ultraterreno. Il colore bianco che domina nei bei costumi di Sylvia Aymonino, era quello della morte per gli antichi egizi. La scelta dello scenografo Edoardo Sanchi, disegnate da Francesca Ballarini, rimanda a volte alle immagini della pop-art – basti pensare a Keith Haring fino all’iconografia del multimediale – e le immagini collaborano a definire l’aspetto psicologico dei personaggi, anche se forse un piccolo taglio nel numero delle proiezioni avrebbe giovato. La lettura del regista comunque, pur nell’innovazione e nell’ambientazione multimediale, è rispettosa della musica e dell’opera verdiana e questo, visti i tempi, dove in omaggio a una strana idea di modernismo a tutti i costi si altera, spesso, la stessa struttura dell’opera, diventa un grande merito. Basterebbe anche solo considerare il profondo contenuto emozionale della scena finale in cui la tensione, il conflitto, la morte e la vita sono rappresentate con grande intensità e passione per giudicare positivamente il lavoro di regia, ma tutto lo svolgimento dell’opera è equilibrato, con momenti di grande intensità soprattutto nei confronti tra i protagonisti. In Aida l’ambiguità delle situazioni consente un profondo scavo psicologico, perché l’accento è posto non sui caratteri dei personaggi ma sulle situazioni e i conflitti interiori che suscitano nell’animo dei protagonisti e la regia segue questa strada con grande perizia.
Aida di Fiorenza Cedolins è stata buona ed in alcuni passaggi perfetta, sia nella capacità di mantenere un equilibrio in tutta l’opera, sia nella coloritura sia nel temperamento drammatico – perfetto ad esempio il suo “Ritorna vincitor” e il duetto finale. L’Amneris di Sonia Ganassi è stata di buon livello, anche se soprattutto in alcuni passaggi iniziali sembrava ancora alla ricerca di un equilibrio, ma è andata in crescendo soprattutto nel finale. Il tenore Escobar non ha convinto, non so se per l’emozione o per indisposizione: la voce non emergeva pulita e molto spesso era come trattenuta e senza coloritura. Bravi gli altri Elia Fabbian (Amonastro), grande presenza scenica di Giacomo Prestia (Ramfis) e Cristian Saitta (Il Re), perfetta la Sacerdotessa di Marta Torbidoni. Nazzareno Antinori, grande veterano, svolge al meglio il ruolo del messaggero. Il coro, in abiti bianchi, ha fornito un’ottima prestazione, seppure separato sulla scena dalla scelta registica. La danza di morte del secondo atto con guerrieri che si affrontano come in un videogame, aveva grande forza e raffinatezza grazie alle coreografie di Monica Casadei. La direzione di Julia Jones è stata buona e corretta ma senza guizzi interpretativi particolari.
Insomma un successo meritato per l’inaugurazione della stagione del Cinquantenario allo Sferisterio e per Francesco Micheli, direttore artistico di Macerata Opera che ha curato l’allestimento di Aida, con la quale la lirica apparve per la prima volta nell’arena cittadina nel lontano 1921.

*Psicoanalista ordinario e responsabile culturale Associazione Italiana di Psicoanalisi (Aipsi)