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reni

di Andrea Ferroni

In questa rubrica mi rivelo come consulente filosofico, come colui, cioè, che ricerca insieme a un’altra persona se è possibile reperire un senso nella nostra esistenza quotidiana (che passa anche attraverso le domande che ci facciamo e i problemi che viviamo). Vorrei tentare, quindi, di considerare le domande che si generano dalla lettura dei testi o da incontri e dialoghi fortuiti affinché siano uno spunto per una discussione, come delle questioni aperte che interrogano non solo chi le ha poste ma anche me direttamente e chiunque le legga. E nel proporre una risposta non intendo certo dare sentenze definitive ma offrire soltanto il mio contributo ad una riflessione comune.

La domanda di luglio:

Durante un incontro pubblico, Samuele rompe il tipico silenzio di quei momenti in cui capita che nessuno sappia o voglia dire qualcosa. Forse l’incontro non era così interessante. In ogni caso emerge questa domanda: “E’ giusto porre limiti al desiderio?“.
Nessuno è riuscito a rispondere in quell’incontro. Forse nessuno ha avuto il coraggio o il tempo di affrontare la domanda come si deve. Sarà per questo che ora mi ronza dentro come una di quelle questioni decisive cui non si sa come far fronte. Decido di prendermi alcuni giorni. Mentre guardo il Tour, il sonno prevale. La mia mente mette in scena un teatrino con cinque uomini, due parlano francese e tre tedesco, intenti ad un dialogo surreale, che -non so come- riesco a comprendere. Del resto in sogno tutto si può. Il primo personaggio sembra rispondere con una certa sicurezza alla domanda di Samuele.

La (non) risposta:

Sigismondo O.: Sì, è giusto, nel senso che gli esseri umani hanno dovuto barattare la soddisfazione dei loro desideri con un po’ di sicurezza. Ve lo immaginate che razza di caos ci sarebbe stato se uscendo di casa ognuno di noi avesse potuto incontrare uno che lo ammazzava senza motivo o uno che stuprava sua moglie?
Erberto: Ma scusa, a parte i tuoi esempi estremi, non trovi che in generale sia castrante?
Sigismondo O.: La mia preoccupazione è porre limiti al desiderio per non trasformare la vita sociale in un bellum omnium contra omnes, cioè una guerra di tutti contro tutti. Sì, posso ammettere che questo possa provocare conflitti psichici talora gravi negli individui, ma la società civile nel suo complesso ci guadagna.
Erberto: Non mi convinci. Io penso che la limitazione del desiderio sia uno strumento di controllo sociale. Una roba molto repressiva. Proporrei, al contrario, una liberazione degli istinti affinché l’uomo possa essere di nuovo felice.
Giorgio Federico Guglielmo: Forse tra il desiderio individuale e l’ordinamento sociale è possibile trovare una sintesi superiore…
Erberto: Io credo di sì, caro Giorgio Federico Guglielmo… Ma senti… Posso chiamarti con un nome solo? E poi perché ne hai tre?
Giorgio Federico Guglielmo: Vallo a chiedere a quel crucco di mio padre. Fissato per il tre. Diceva che il tre era il numero perfetto. Se vuoi chiamarmi Giorgio, per me va più che bene. Tra l’altro era anche il nome di mio padre.
Erberto: Ecco, perfetto, Giorgio! Allora… Io intendevo dire che se il desiderio, che possiamo chiamare più tecnicamente “libido”, fosse liberato dall’ordinamento sociale repressivo, beh… questa libido si sublimerebbe spontaneamente e non procurerebbe quei conflitti psichici individuali che teme Sigismondo O.
Sigismondo O.: Insisto e rilancio: conflitti che potrebbero dar luogo anche a manifestazioni perverse e brutali.
Erberto: No, invece io credo che, una volta liberato il desiderio, tutto, attività lavorativa compresa, sarebbe improntato all’eros, nel senso più alto libero e felice del termine.
Giacomo: Scusate se interrompo, ma vorrei dire la mia. Anche perché ho studiato molto i testi di Sigi e penso di aver capito meglio di lui quel che lui stesso ha scritto.
Sigismondo O.: Ma cosa stai dicendo? E poi chi ti ha dato il permesso di chiamarmi Sigi?
Giacomo: Non pensi sia un nomignolo affettuoso?
Sigismondo O.: Come no? Vorrà dire che, molto affettuosamente, ti chiamerò Giacomino, d’ora in poi.
Giacomo: Mi sembra un meccanismo di difesa piuttosto puerile da parte tua.
Sigismondo O.: Tranquillo, Giacomino, continua pure con quel che vuoi dire. Però spegni la canna. Non mi pare ti stia facendo bene.
Giacomo: …Continuo senza raccogliere provocazioni. Vorrei partire dalla distinzione tra natura e cultura. Penso sia un dato di fatto ormai, no? L’uomo non vive più nello stato di natura. L’ha perduto per sempre. L’uomo è un animale culturale ormai. Tutto ciò che fa…
Sigismondo O.: Bla bla bla…
Giacomo: Dicevo… Avendo perduto per sempre la sua naturalità, l’uomo si dà o gli vengono imposte varie forme che equivalgono a maschere. E sotto queste maschere è sepolta la sua natura originaria.
Sigismondo O.: Oh sì, è la prima volta che lo sento. Io non l’ho proprio mai detto questo, vero? Del resto Il disagio della civiltà l’avrò scritto per sbaglio…
Giacomo: L’avrai copiato da qualcuno.
Sigismondo O.: No, non tollererò oltre. Io me ne vado! Mi sembra un incubo questo!
Erberto: Oh! Insomma! Basta! Come sei permaloso, Sigi! Giacomo non ha mica detto che sarebbe andato in contrasto con le tue idee! Siediti e ascolta come facciamo noi. Dai, continua, Giacomo, per favore. Dove vuoi arrivare dopo questa premessa?
Giacomo: Voglio dire che, se parliamo di desiderio, siamo già lontani dalla radice. E faccio questa distinzione: bisogno, che è diverso da desiderio, che è diverso da domanda. Il bisogno è la verità naturale, quella che, come dicevo prima abbiamo per sempre perduto.
Giorgio Federico Guglielmo: Stai dicendo che non possiamo sapere quali sono i nostri bisogni? Mangiare non è un nostro bisogno?
Giacomo: E ti sembra che siamo naturali nel mangiare oggigiorno? Non ti pare corrotto anche questo bisogno?
Giorgio Federico Guglielmo: Ah ok, in questo senso… Continua pure..
Giacomo: Poi c’è il desiderio, che è il primo sostituto di quel che era il bisogno. E qui andiamo, per forza, a coinvolgere il livello del nostro inconscio. Con tutto quel che ne consegue in termini di consapevolezza e inconsapevolezza. Sigi, vuoi dire qualcosa in proposito?
Sigismondo O.: Ah, posso? Sì, volevo dire che ho già detto tutto. E non credo possiate aggiungere molto a quanto ho già espresso. Ma si sa: la gratitudine è un sentimento che invecchia presto.
Michele: Sono stato zitto fino a adesso, ma ammò mi sembra che esageri con ‘sti meccanismi di difesa, Sigismondo! Dopo, se posso, dico qualcosa anch’io sul desiderio. Poche cose perché non voglio annoiarvi. Ma tu, Sigi, lasciatelo dire: sei insopportabile. In-sop-por-ta-bi-le!
Sigismondo O.: Proprio non vedo l’ora di sentire quel che dirai tu, con quell’accento francese da gay latente!
Giacomo: Che caduta di stile, Sigi! Che problema hai con i francesi? Io invece sono sinceramente ansioso di ascoltare Michele! E, per quanto mi riguarda, concludo solo dicendo che l’ulteriore passo è la domanda, che è sempre cosciente, ma che viene espressa con il linguaggio. E il linguaggio se, da un lato, ci consente di esprimere le domande, dall’altro, ci chiude nei suoi limiti in modo invalicabile. Tant’è che si potrebbe quasi dire che gli esseri umani sono un’espressione del linguaggio.
Giorgio Federico Guglielmo: Vuoi dire che il linguaggio è una specie di entità che sovrasta i singoli? No, perché, allora converrei; solo che io preferisco parlare di Spirito.
Sigismondo O.: In ogni caso direi che Giorgio e Giacomino convengono sicuramente nel parlar difficile. E’ anche per questo che odio la filosofia. La considero una fuga dalla realtà.
Erberto: Sì, come la realtà che hai rubato quasi tutte le idee al filosofo Nietzsche spacciandole poi per tue?
Sigismondo O.: Ma anche tu con questa storia? Ma come ti permetti?
Michele: No, dai, ragazzi, per favore: non buttiamola in caciara! Le posso dire due cose anch’io o no?
Giorgio Federico Guglielmo: Sì, dai. riportaci alla razionalità.
Michele: Eh! La razionalità… Va be’, innanzi tutto penso che il desiderio rientri nel campo psicologico.
Giacomo: E fin qui ci siamo…
Michele: Sì, ok, sembra banale. Ma il fatto è che, se il desiderio rientra nella psicologia, allora è possibile normalizzarlo. E’ possibile inquadrarlo, classificarlo. E magari curarlo! Perché la scienza questo fa: classifica, cioè normalizza, cioè tranquillizza. Ti dice: è tutto sotto controllo.
Erberto: Ma sotto il controllo di chi?
Michele: E’ questo il punto! Bravo! Il desiderio può essere etichettato dalla scienza psicologica e poi controllato, oltre che dalla stessa psicologia, anche dal potere sociale, politico, religioso.
Sigismondo O.: E che alternativa c’è?
Michele: Il piacere!
Sigismondo O.: Come il piacere? Quale piacere intendi?
Erberto: Eccolo là, che già vuole etichettare!
Michele: Il piacere, senza ulteriori specificazioni. Il piacere che il nostro corpo sente. Il nostro corpo sa già cosa è bello, cosa fa bene, cosa rende felici. Ma non lo ascoltiamo perché gli sovrapponiamo i desideri, le domande, le obbedienze sociali. Il piacere è un atto libero e liberatorio che non può essere imbrigliato se non dai noi stessi quando ne abbiamo paura e lo incanaliamo dove altri ci dicono che deve essere incanalato. E così lo facciamo morire. E così, lentamente, moriamo anche noi. Invece siamo vivi se non ci facciamo mettere le briglie e se scopriamo o magari creiamo nuovi piaceri.
Erberto: Si potrebbe coniare lo slogan “Appassioniamoci per non appassire”. Devo suggerirlo ai miei studenti.
Giorgio Federico Guglielmo: Beh… Adesso però, seriamente, per concludere, anche perché ho urgenza di andare via, vorrei dire, al di là delle vostre interessanti riflessioni, che il desiderio ha come primo oggetto l’essere riconosciuto dall’altro. Da qui non si sfugge: il riconoscimento di noi stessi da parte di un altro è il grande desiderio di ognuno di noi.
Giacomo: Ma senti, scusa: “Altro” lo scrivi con la maiuscola?
Giorgio Federico Guglielmo: Se lo preferisci…
Giacomo: E comunque Sigi copia!

** *** **

Poi mi sono svegliato. E al momento non so più nemmeno cosa desiderare. Samuele, mi spiace: domanda (quasi) senza risposta.

(immagine: Guido Reni, “Susanna e i vecchioni”, 1620. The National Gallery, Londra)