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adamo

di Valerio Marconi

La nostra rubrica sui “filosofi del maceratese” inizia col più grande fra di loro, Leopardi. Sia parlare dei filosofi del maceratese che di Leopardi come grande filosofo possono sembrare operazioni ardite. Per questo sarà meglio chiarire che all’interno di questa rubrica si rifletterà su filosofi che sono nati o hanno operato a lungo nel maceratese, ma nel caso di Spinoza e Platone si tratterà più di come il maceratese in quanto territorio li ha saputi far propri.

Nel titolo della presente rubrica si considerano filosofi coloro che a prescindere dall’essere filosofi in senso più o meno stretto hanno giocato un ruolo di rilievo nella storia della filosofia. All’interno del genere filosofi inteso in questo senso troviamo una specie che è quella dei filosofi veri e propri. Leopardi è qui trattato in quanto membro di questa specie.
Se la valenza filosofica del lavoro intellettuale del recanatese è messa in dubbio solo da profani, è quantomeno aperta la discussione a livello accademico se si possa considerare Leopardi un filosofo nel senso più stretto e rigoroso possibile, se insomma sia un collega di Platone, Aristotele, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Kant ed Hegel. Spieghiamoci meglio: Solmi infatti ebbe a dire “Leopardi è, e non è, un filosofo”. Ironia della sorte uno dei massimi estimatori di Parmenide, Severino, è l’interprete che più di tutti avversa una lettura così contraddittoria (il filosofo bresciano, come è noto, sostiene che Leopardi è filosofo e dei più grandi visti dalla storia della filosofia). Non si tratta di un mero caso di conoscenza inadeguata del principio di non contraddizione: ciò che Solmi intendeva non è certo privo di acume (anzi!). Il critico non considera Leopardi filosofo nel senso di “filosofo ‘in forma’” o che intenda la filosofia come una “scienza ‘in forma’” o sistematica. Ascoltiamo le parole del Solmi, che si difendono benissimo da sole: “Leopardi non appartiene a questo tipo di filosofi [i filosofi sistematici], e può meglio ascriversi alla lingée dei grandi moralisti, da Machiavelli a Montaigne a Pascal a Nietzsche”. Non si può certo accusare Solmi di una mancanza di adeguata considerazione delle evidenze testuali, ma una nozione è fatalmente assente tra le sue categorie interpretative (e la presenza di Nietzsche nell’elenco lo riprova). Non si tratta solo di distinguere tra filosofi sistematici e filosofi asistematici (non “in forma”, espressione che trovo particolarmente infelice): esiste una sistematicità espositiva (nella quale il divino Kant non riteneva di essere particolarmente versato) e una sistematicità contenutistica. Hegel e Nietzsche (al di là dell’eventuale aporeticità del sistema di quest’ultimo) sembrano un esempio lampante dell’opposizione tra un sistema espresso sistematicamente e un sistema espresso in maniera aforistica e frammentaria. Ciò che rende l’errore interpretativo del Solmi ancora più eclatante (che si tratti di errore non è soltanto una mia bislacca idea, ma qualcosa implicato dagli studi di filosofi di professione come Severino, Donà e Ponzio – per dirne alcuni) è il fatto che Leopardi sia stato molto più sistematico di Nietzsche, anche se evidentemente meno di Hegel. Infatti, con sorprendente visionarietà Leopardi correda la sua opera sistematica (nel contenuto, anche se non nell’espressione), lo Zibaldone, di un indice analitico dettagliatissimo, che svolge il ruolo che ora è svolto dalla funzione di ricerca delle odierne edizioni digitali di questo lavoro. Leopardi ha posto termini specifici e costanti in relazione ad idee (rappresentazioni o realtà indefinite che possono manifestarsi in esemplificazioni specifiche e determinate, cfr. il Bello e le cose belle), e non a concetti (rappresentazioni determinate). Cade, quindi, l’accusa mossa da Solmi al recanatese di non aver definito in maniera chiara e determinata i propri concetti. Solmi sembra aver mancato di cogliere l’analogia fondamentale tra le idee platoniche (ben conosciute e criticate dal Leopardi) e quelle leopardiane: le idee più che essere definite e determinate, sono principi di definizione e determinazione. Vi sembra forse che dire che il Bello è il Bello in sé (A=A) sia una definizione piuttosto che una tautologia?
Inoltre, la negazione di una sistematicità di contenuto porta Solmi ad attribuire al Leopardi non una filosofia ma una ideologia: il “progressivo allargamento del pessimismo leopardiano dal mondo umano e storico all’intero universo dei viventi”. Va certo riconosciuto al Solmi di aver saputo mettere in crisi l’idea che Leopardi avesse avuto due ideologie: quella della Natura benigna in stile Rousseau e quella della Natura Matrigna. Ridurre il pensiero leopardiano (la sua filosofia) a mera ideologia frutto dell’essere ciascuno di noi “un prodotto della propria storia personale, delle proprie virtù come dei propri errori, dei suoi successi come dei suoi capitomboli” sembra davvero troppo ardito, o perlomeno un estremo toccato dall’analiticità cieca dell’intelletto. Infatti, una tale lettura è già stata dialetticamente contraddetta prima di venire alla luce da Etrusco (pseudonimo di Ubaldo Scotti), che nel 1942 pubblicò una sua selezione di “pensieri filosofici raccolti e ordinati” tratti dallo Zibaldone. Nella sua illuminante premessa l’Etrusco presenta il pessimismo come un fiume carsico che attraversa tutta la storia del pensiero umano e che finalmente viene raccolto in sistema da Schopenhauer e formulato da Leopardi “e come filosofo e sotto l’aspetto di un incomparabile fulgore di poesia”. L’Etrusco cita anche tale Emilio Carò, che definisce sistema il pessimismo del Leopardi. Qui si vuole proporre un superamento dialettico di tipo hegeliano tra questi due opposti (Leopardi pessimista senza sistema e il pessimismo leopardiano come sistema) nel sistema dello scetticismo ragionato e dimostrato, nonché vero. Questa mossa dialettica non ci consegna l’ennesima interpretazione, ma deduce un fatto testuale:

Il mio sistema introduce non solo uno scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che, secondo il mio sistema, la ragione umana, per qualsivoglia processo possibile, non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la nostra ragione non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch’ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a scoprire il vero […], ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio e chi dubita sa, e sa il più che si possa sapere. (Zibaldone, 8 settembre 1821)

Com’è stato possibile che queste parole siano rimaste a lungo inascoltate, specialmente da chi – ponendosi il problema che esse risolvono – si chiedeva se Leopardi fosse un vero e proprio filosofo o meno?

La risposta è scritta da Leopardi stesso, prima che la domanda fosse posta (il sistema di Leopardi si dimostra da sé? O addirittura ha previsto ciò che ora sta accadendo?):

Le verità contenute nel mio sistema non saranno certo ricevute generalmente, perché gli uomini sono avvezzi a pensare altrimenti […]. Ma, se le verità che io stabilisco avranno fortuna di essere ripetute e gli animi vi si avvezzeranno, esse saranno credute non tanto perché sian vere, quanto per l’assuefazione. Così è sempre accaduto. Nessuna opinione vera o falsa, ma contraria all’opinione dominante e generale si è mai stabilita nel mondo istantaneamente e in forza di una dimostrazione lucida e palpabile, ma a forza di ripetizioni e quindi di assuefazione. Da principio fischiate, oggi regnano o hanno regnato lungo tempo. […] ciò non è che una prova del mio stesso sistema, il quale fa consistere le facoltà, le opinioni, le inclinazioni, la ragione umana ec. nell’assuefazione. (Zibaldone, 17 settembre 1821)

(immagine: A. Ferrazzi, Giacomo Leopardi, 1820, olio su tela, Recanati, Casa Leopardi)