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di Camilla Domenella

Non stiamo parlando di culinaria, ma di cultura. E, se vogliamo, anche di coltura. Essere colti significa avere gli strumenti per cogliere la realtà che abbiamo intorno, per trattenerla e giudicarla apertamente, per essere consapevoli.
Essere consapevoli significa gustare la realtà. Il gusto deriva dal piacere; il piacere deriva dall’arte.

Non stiamo qui facendo dei meri giochi di parole, né dei sofismi eruditi. Stiamo invece cercando di tratteggiare quel mondo che si cela nel nostro quotidiano gesto di portarci la forchetta alla bocca.
E per trasformare quel tratteggio in un dipinto, il mezzo migliore è l’arte.

Da questa tesi sono forse nate le opere di Rita Soccio, esposte a Palazzo Buonaccorsi fino al 22 giugno. La mostra, curata da Paola Ballesi, porta il nome Warning&Food. Un titolo che vuole essere un avviso, un avvertimento, che non intende comunque nulla di sensazionalistico.
Rita Soccio è un’artista pescarese, che vive e lavora a Recanati. Si è formata all’Accademia di Belle Arti di Macerata, con i maestri Gino Marotta e Magdalo Mussio, ai quali deve senza dubbio l’impronta tecnico-stilistica ma dai quali si discosta per i contenuti espressi.
E di contenuti infatti si tratta.
La mostra ruota attorno al rapporto tra cibo e persona. Fra questi due poli, si frappongono l’industria, la pubblicità, lo spreco, l’ineguaglianza, il corpo. Quello tra il cibo e la persona dovrebbe, secondo natura, essere un rapporto diretto. Al contrario, nel mondo di oggi – completamente artificiale e artificioso – , esso si trasforma in un rapporto mediato, cioè mediatico, alterato, edulcorato.

Con uno stile ironico e sarcastico, Rita Soccio fa emergere chiaramente le contraddizioni del nostro tempo, che ci vuole belli e sani rendendoci in realtà malati. Ci creano appositamente il danno, per offrirci la soluzione, secondo una logica di mercato senza fine.
Così una splendida tavola imbandita, su una tovaglia immacolata, stanno in delle teche due hamburger. La dicitura, dell’artista, riporta le rispettive date di cottura: “13 – 11 – 2011” e “13 – 01 – 2012”. A distanza di anni, gli hamburger paiono ancora appetibili. Il pane sembra morbido, la sua colorazione è inalterata. Sulla stessa tavola apparecchiata, i piatti contengono del mercurio e del colorante, chiara metafora di ciò che noi ingeriamo senza accorgerci e senza pensare.Ancor più chiara, è una piccola serra con delle piante al suo interno. Piante di un bel verde splendente, folte, rigogliose… contaminate con deodorante per ambienti.
Conscious food è invece il titolo di un’opera video. Il cortometraggio presenta contemporaneamente due soggetti differenti: da un lato, la telecamera si sofferma sui dettagli di una montagna di cibo – olio che cola da una pizza farcita, pomodoro che sgocciola in abbondanza -, dall’altro lato, una tavola elegantemente apparecchiata in una discarica. L’effetto è davvero quello di una contraddizione, ce ne accorgiamo subito. Siamo circondati da cibo-spazzatura, anzi, immersi, e noi vi sguazziamo dentro nel pieno della nostra inconsapevolezza.

L’occhio acuto di Rita Soccio non si sofferma solo sulla questione dell’assunzione di cibo. L’artista analizza anche il mezzo attraverso cui un determinato tipo di cibo arriva infine sulla nostra tavola, quello della pubblicità. Lo spot pubblicitario ha la capacità di penetrare capillarmente la realtà domestica, di plasmarla e infine dominarla. La pubblicità di fa credere di aver bisogno di quel prodotto, proprio di quel-prodotto-lì e non di un altro, perché solo quel-prodotto-lì è in grado di garantirti quel-determinato-status. Il prodotto reclamizzato è quindi uno status symbol: imperdibile, irrinunciabile.
Molti dei volti e dei personaggi delle pubblicità, inoltre, sono così noti, da essere ormai universalmente riconosciuti. Essi spesso ci sono più familiari del viso del nostro vicino di casa.
Chi, ad esempio, non ricorda a menadito le fattezze della donna Star? Una casalinga doc, con messa in piega anni ’50 e collana di perle. Ecco, lei, proprio lei, nella fantasia di Rita Soccio si chiama Stella, ha corpo di donna reale, ed è elegantemente rilassata su un letto – Disincanto 1 – o impegnata in cucina – Disincanto 2 – . Tutto ciò col suo sorriso felice stampato su quel volto stampato.
E chi, altrettanto, può dimenticare il cranio glabro e scintillante del muscolisissimo Mastro Lindo? Con quella sua aria a metà tra genio della lampada ed eroe della cucina? Ecco, lui, proprio lui, è il marito di Stella. E insieme, Lindo e Stella – in Family -, compongono un adorabile quadretto di coppia, da “Fascino discreto della borghesia”, sogno di ogni casalinga che non abbia mai portato a termine la visione del film di Buñuel.

Così Rita Soccio ci deride, e noi ci lasciamo deridere. Ma l’artista prosegue, e la Costituzione, tanto cara, diviene un Bacio Perugina. Nei suoi famosi bigliettini sono scritti i primi 12 articoli della nostra Magna Charta. Chissà se poi, in fondo, questi diritti inviolabili sarebbero maggiormente conosciuti e rispettati se circolassero sotto questa forma.
Stessa storia per le Tre Marie, storici e biblici volti del noto panettone, che si trasformano invece nei visi di Anna Politkovskaja, Neda Saleh e Taraneh Mousavi. Maria, Maria Maddalena e Maria di Cleofa, sono sostituite da queste tre donne contemporanee. Non sante – non diamo definizioni a casaccio -, ma martiri forse sì. Anna Politkovskaja è stata una giornalista russa, impegnata sul fronte dei diritti umani, nota per i suoi reportage dalla Cecenia e dichiarata oppositrice di Vladimir Putin. Uccisa nel 2006: assassinata nell’ascensore del suo palazzo. Il mandante è ancora (s)conosciuto.
Neda Saleh era invece una ragazza iraniana. Nel 2009 era scesa in piazza a Teheran, insieme al padre, per manifestare contro il regime di Ahmadinejad. È stata freddata da un colpo di pistola sparato da un miliziano. È morta tra le braccia del padre.
Lo stesso anno, è tristemente protagonista la vicenda di un’altra giovane donna iraniana, Taraneh Mousavi. Taraneh era stata arrestata in seguito alle proteste anti-Ahamadinejad. I miliziani l’hanno stuprata, violentata e infine l’hanno uccisa. Il suo corpo è stato ritrovato una decina di giorni dopo, semicarbonizzato. Aveva 28 anni.
Queste, le nuove tre Marie. Ai più, sconosciute.

Lasciamo da parte per un attimo quel “food”, e concentriamoci sul “Warning”. Un avvertimento.
Cerchiamo di essere colti, per cogliere la realtà che abbiamo intorno. Dobbiamo essere consapevoli di quello che facciamo, e sentirci responsabili delle nostre azioni. Prima ancora che alle conseguenze, è necessario fare attenzione alle cause, di cui noi siamo il motore solo apparentemente immobile. È una questione morale.
E “l’arte senza etica è solo estetica”.

(In foto: “Family”, di Rita Soccio)

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