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Edvard Munch - la storm (1893)

di Lucia Cattani
“Bello, quando sul mare si scontrano i venti
E la cupa vastità delle acque si turba,
guardare da terra il naufragio lontano:
non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina
ma la distanza da una simile sorte”

Lucrezio, nel secondo libro del De Rerum Natura, ci pone di fronte ad un particolare aspetto del naufragio, mettendo in relazione uomo e natura: presenta l’immagine di colui che, poggiando sicuro sulla terraferma, assiste ad un naufragio privo di qualsiasi coinvolgimento emotivo ma addirittura godendo della scena di cui è testimone. Questo godimento deriva dalla sicurezza della posizione dell’osservatore di fronte al pericolo e alla rovina altrui, assumendo la forma di allegoria del saggio epicureo. La filosofia di Epicuro insegna infatti a vivere senza paure e superstizioni in un universo indifferente alla sorte degli uomini: il Saggio è quindi capace di ammirare impassibile lo sconvolgimento degli atomi, di non essere travolto dalle passioni che pervadono l’intero mondo, simile agli imperturbabili dei degli intermundia. La tempesta marina, selvaggia ed indomabile, può essere letta come immagine dell’intera natura, espressione di lotta incessante tra gli elementi, dove dai rottami di antichi naufragi si genera il nuovo: è un universo ostile, caotico e terribile, che in alcun modo si cura dell’uomo suo abitante.

E’ il caos che regna, nell’infinità del tempo e dello spazio, complicando continuamente l’esistenza dell’uomo: solo il saggio, dotato di forza d’animo a differenza degli altri uomini, sa sottrarsi da questo processo, riuscendo a mantenere la propria serena imperturbabilità e dimostrandosi in grado di dominare le tempeste e i naufragi del mondo. Ciò è possibile grazie all’esercizio della teoria, ovvero grazie all’abitudine del saggio di osservare quello spettacolo infinito e privo di vincitore che la natura mette continuamente in scena. L’uomo può essere liberato dall’angoscia della sua condizione, secondo il pensiero lucreziano, solo attraverso un’interpretazione razionale della realtà, non intrisa di passioni: è proprio questo che il poeta compie in questo secondo libro del De Rerum Natura, attraverso l’introduzione del principio del clinamen, negazione del determinismo atomico di Democrito. La scienza innalza il saggio sopra la vita mortale: può contemplare quegli affanni, quelle dolorose ed inutili inquietudini proprie del resto dell’umanità che più non lo toccano.

La mia tesina del quinto liceo aveva questo inizio. Avevo deciso di parlare del naufragio come metafora della condizione umana: lo sentivo un argomento molto attuale, in quel momento della mia vita, ma non potevo immaginare quanto mi sarebbe tornato più utile riflettere sulla cosa ora, a quattro anni di distanza. Epicuro ci insegna il coraggio di vivere in un contesto a volte soffocante, difficile, incomprensibile, straniante ma dal punto di vista di colui che non soccombe sotto i colpi del fato, che non si lascia trascinare dai mostri che la tempesta nasconde. Si tratta di essere disposti a soffrire, di accettare il fatto che la vita sia piena di difficoltà e di entrare quasi in comunione con la natura e le sue volontà. Il saggio di Epicuro guarda la tempesta dalla spiaggia, ma ne è parte: la vede intorno a sé, suo malgrado ne è intimamente partecipe perché vede lo sconvolgimento intorno a lui, la violenza della tempesta, il sangue dei naufraghi tra le travi spezzate della nave ed è impossibile che non si senta coinvolto: eppure resiste e magari dentro di sé lotta insieme agli uomini in difficoltà, tra le onde. Ciascuna vita è rapportabile a questa situazione. Il naufragio, l’incertezza, la delusione, lo smarrimento che viviamo ogni giorni a volte può sembrare insopportabile, fino a renderci inutili amebe inerti e sofferenti. La società, come è stato ultimamente notato da un amico, ha completamente cambiato tutte le dinamiche e le coscienze da un ventennio a questa parte: il ventennio della “grande tempesta” dalla quale ognuno di noi deve uscire. Il cammino è oscillante come la Zattera della Medusa tra falsità, delusioni, tradimenti, un approccio alla vita egoistico e insano ma c’è sempre quella banale parola che ancora deve restare accesa. Le cose possono cambiare, gli errori servono per costruire qualcosa di nuovo, magari ancora più splendido e forte di prima. A volte servono le parole di qualcuno che è più “navigato” di noi per resistere alla violenza delle onde, e alla fine solo i coraggiosi riescono a ritrovare l’equilibrio, la fine della tempesta, il sole tra le nuvole.
In Edvard Munch ad esempio l’esperienza emotiva, naufragio interiore, si dilata in malessere cosmico. Il male oscuro reso visibile dalle ombre tenebrose è la trasmutazione di quella malattia sociale di cui l’artista vede affetta la società e l’intera umanità. Ne “La tempesta” assistiamo ad un evento corale di donne che cercano riparo dalla brutalità del vento, dai turbini della tempesta, facilmente associabile al naufragio in mare. Non esistono porti a cui approdare in questo deliquio della ragione. L’uomo è incapace di reagire al male di vivere insito in ogni cosa, la natura stessa si carica di angoscia e orrore. I protagonisti dell’opera, nell’impotente gesto del portarsi le mani alle orecchie, mostrano un vano tentativo di alienarsi dall’inquietudine impetuosa ed insopportabile che li tortura per mezzo di quel vento notturno che agita alberi ed anime. Quell’atto è un grido di disperazione che sale dall’interiorità, ancora più spaventoso di quello che proviene dall’esterno. La tempesta appare come un evento più psichico che fisico, e in una donna vestita di bianco che si stacca dal gruppo e avanza verso il centro del quadro, avvertiamo il fantasma dell’angoscia, della disperazione. Le finestre illuminate sono un importante elemento pittorico: non c’è faro ad alleviare la pena di questa tragedia, solo inquietanti occhi accesi nella notte. Quest’opera mi ha colpito così tanto che quando chiudo gli occhi per avere un’immagine del mondo, se sono angosciata, si affaccia nella mia mente limpida e minacciosa. Epicuro darebbe speranza a questo scenario devastato e sofferente: ognuno può trovare in sé la propria forza. Certo, non è cosa da tutti, ma credo che quando la situazione sembra più dura e disperata è allora che il Saggio viene messo davvero alla prova. C’è chi abbandona tutto, magari a un passo dalla salvezza, perdendo fiducia nel mondo, c’è chi invece si rimbocca le maniche per resistere alla tormenta e ne esce con una insperata forza d’animo che servirà per emergere anche dalle ulteriori, peggiori tempeste.

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