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di Arianna Guzzini

È questa una recensione un po’ tardiva, che va indietro al 14 maggio, ma che vuole comunque recare una testimonianza di un evento rilevante non solo dal punto di vista concettuale e di messa in scena, ma anche perché esso dimostra come, in una città seppur piccola come Macerata, esistano e persistano realtà culturali operative capaci di restituire al suo pubblico prove di grande professionalità.

Se si dovesse apporre un aggettivo allo spettacolo dello Sperimentale Teatro A Peccato che fosse una puttana di John Ford, per la regia di Allì Caracciolo, la parola più immediata a venire alla mente sarebbe “violento”. Una violenza depauperata da comuni significati, indirizzata piuttosto verso l’incanalamento di ogni tensione ed energia convogliati in segni ultimi, i più essenziali possibili, di corpi protagonisti le cui azioni convergono tutte verso un unico vertice od orlo d’abisso: quello della sciagura e della catastrofe estrema come emblema universale di una crisi totale, che rimanda a purificazione o a morte. Non a caso questa si presenta come una ricerca volta ad indagare ulteriormente il teatro della crudeltà di Artuad (ricerca di cui già si è parlato nell’articolo che precede questa recensione) e che si orienta soprattutto verso l’ultima parte del suo pensiero, in cui viene formulato il concetto di corpo senza organi, ossia fatto di soffio vitale pensante e gabbia del torace. A questo scopo a scandire le sorti, come anche i singoli gesti e movimenti, aleggia costante, durante tutto lo svolgimento della messa in atto, un’angosciante entità, una madre assoluta o un tremendo fato privo di ogni assunto divino. Da un diaframma di nere arterie, fitte e sfibrate in marcia decomposizione, si spalanca tremendo il fiato vocale di Phoné (Maria Novella Gobbi), s’infiltra fra corpi agenti e danzanti( Michela Paoloni e Giulia Paoloni) , li colloca nei loro ruoli, li fa interagire, muovere e ballare concedendo loro null’altro che la sua serrata partitura di voce.

Sono, questi, corpi che sembrano non possedere un’anima propria, che vengono sistematicamente creati per poi essere svuotati in un continuo gioco ancestrale di un’angosciante Phoné , che trasmuta i corpi e le loro forme, non gli concede una sola denominazione, ma li abbandona alla molteplicità in un continuo mutamento fra pieno e vuoto. In questo senso, essi non hanno alcun motivo all’esistenza se non nel prestare la loro corporeità alla volontà del fato o nell’essere il suo perfetto negativo, sono fisicità che tendono alla non presenza nel momento in cui sono abbandonate dall’energia di Phoné. Solo tre sono i corpi che posseggono la propria voce: quelli dei due amanti fratelli Annabella (Genny Ceresani) e Giovanni (Fabio Bacaloni) e del vecchio sposo Soranzo (Claudio Rovagna). Il loro flusso vocale non è mai però lineare, ma si spezza continuamente, amalgamandosi al ritmo della terribile Phoné, creando un intreccio che va ad intersecarsi al manto scenico vocale ordito da questa implacabile presenza, a prova che sarà lei, ancora, a decretare la fine del destino dei due amanti. Un ritmo che cresce progressivamente con l’avvicinarsi della tragedia, spezzato solo dall’inaspettato canto armonico di Annabella, che sebbene nell’incanto, giunge tremendo come il verso improvviso di una bestia inerte in procinto di esalare l’ultimo spiro, quasi come un’ulteriore presagio della morte prossima. La voce di Soranzo, inoltre, è sempre impura, meccanica, talvolta metallica, altre ancora si espande rimbombando dalle fauci di un bicchiere. Egli infatti non può assurgere a completa purezza, poiché tutto il suo essere non è che ignaro artificio manovrato da un fato che rema contro la congiunzione suprema dei due fratelli, alla magnetica tensione verso quell’unione primordiale che la genesi ha diviso alla stregua dell’atomo originario. “Questo incesto non è come tutti gli altri”, è infatti l’atto stesso di un ritorno all’Uno, che si ripeterà anche dopo le nozze fra Annabella e Soranzo nel fratricidio Giovanni e la sua stessa morte successiva.

Un teatro, questo, che è luogo mostrante più che personaggi, dei corpi scarnificati, orologi svizzeri di precisione che si svelano come armoniosa carne tendente a quell’unico gesto estremo ed irripetibile, cui aspirava Artuad, attuabile solo dal rogo, dove il fuoco svela le membra, ripristina ai corpi la loro originale struttura. Si assiste ad una vivisezione, infine, che estrapola gli eccessivi orpelli non solo dall’originale testo rinascimentale, ma da ogni singolo atto mostratoci.

 

Foto di Stefano Baioni

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