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di Alessandro Seri

Nella poca adiacenza alla realtà che li circonda è il limite di certi artisti, di certi poeti e musicisti. Molta è la presunzione di chi si fa scudo di una propria ipotetica arte avulsa dal contesto sociale in cui vive e da quello storico. I sedicenti artisti o poeti o musicisti o altro che non sono influenzati dal contemporaneo (inteso come vicende) mi inquietano perché incapaci di vivere il tempo, di coglierne le sfumature, di farlo a brandelli, rielaborarlo e offrilo sotto forma d’arte. Forse è questo il motivo per cui si fa sempre più fatica a confrontarsi con la parola talento. A parziale giustificazione di ciò devo porre la pochezza dell’oggi, soprattutto rispetto agli ultimi vent’anni di vita all’italiana. Vent’anni che hanno distillato una forma di cultura altra rispetto a quella classica di cui ci si dovrebbe onorare di avere le basi.

Così mi pare che l’attualità delle scritture brevi, del “pop” come filosofia e non come arte, del “fast” consumo, dei flash mob, dei meeting al posto dei convegni, sia stata travisata e sgualcita ad uso e consumo di una ideologia ben più duratura e condizionante rispetto a quelle sconfitte del novecento. L’ideologia liberista, in Italia trasfigurata in peggio nella cultura dell’immagine, ha condizionato la storia contemporanea fino a trasformare la struttura sociale e di conseguenza le forme d’arte che essa è riuscita ad esprimere nel corso degli ultimi decenni. Internet, la cultura digitale,sono state utilizzate soprattutto come giustificazione a questa nuova era della velocità, del bello perché corto, del semplice perché facile da comprendere, del bisogna far passare a tutti gli esami perché così tutti si laureano e le università che oggi devono confrontarsi col mercato, in questo modo stanno più in alto nelle classifiche di rendimento e di conseguenza hanno accesso a più fondi oltre che più visibilità mediatica.

Io non la penso così. Credo al contrario che proprio dalla complessità della cultura digitale si possa partire per smontare (forse illudendomi) l’assioma che tutto ciò che è contemporaneo sia giuto. I fondatori della cultura digitale (legati mani e piedi al concetto di mercato) che poi si sono trasformati in icone hanno ipotizzato una velocità della comunicazione associata al concetto di bello e di approfondimento, convinti che avere comunicazioni più facili, gratuite e a tutti accessibili potesse migliorare, innalzare l’asticella culturale che fa da base ad ogni essere umano. Non è un caso che le due personalità di spicco a cui facciamo riferimento quando parliamo di rivoluzione digitale sono Steve Job e Bill Gates dimenticando  gente come Philip K Dick o pensando a figure più vicine gente come Bruce Sterling. Oggi forse questa idea di approfondimento culturale e con essa le aspettative culturali dei sopracitati personaggi sono state fagocitate da una poco prevedibile deriva populista, per nulla popolare. Infatti mi convince sempre di più la possibilità che oggi il diminutivo sintesi creato da Andy Warhol non abbia a che fare con l’aggettivo popolare ma con populista.

L’equivoco che si trova a vivere l’artista, il musicista, lo scrittore o chicchessia è quello dell’autoreferenzialità. Non è detto che siccome uno scrive e pubblica sul suo profilo facebook un raccontino truce esso sia uno scrittore, non è detto che siccome uno dipinge o scolpisce e espone nel suo giardino esso sia un artista, non è detto che siccome uno suona o sintetizza i suoni altrui e si esibisce in un pub esso sia un musicista; chi pensa questo senza confrontarsi con la storia prima e poi con il contemporaneo poi priva di riscontro la sua arte e di conseguenza si può autodefinire soltanto come  appassionato d’arte, di musica o di letteratura ma nulla più. Sicuramente ci vuole anche un pizzico di fortuna per essere riconosciuti come artista ma senza il talento, senza la costanza, senza l’acquisizione di una tecnica che sfocia in originalità, senza la curiosità della scoperta non si va da nessuna parte, anzi si resta relegati ad un ruolo persino minore di quello del comprimario.

La riflessione sulla differenza tra artista e appassionato mi ha travolto a causa di una disquisizione sotterranea tra due persone che dipingono, la questione riguardava una vicenda contemporanea. L’artista ha vissuto la vicenda che poi in realtà lo coinvolgeva emotivamente, sublimandola, non rendendola pubblica, riflettendo e immagazzinando esperienza per poi accantonarla e utilizzarla al momento necessario della creazione ma senza che la creazione subisse l’affronto del banale. L’appassionato d’arte ha dovuto invece rendere pubblica la sua posizione, il suo essere contro a priori, ha pensato che attraverso questa modalità si definisse meglio la sua personalità ribelle. L’appassionato ha indubbiamente bisogno di essere riconosciuto, cerca una conferma a se stesso, alla sua passione per l’arte e facendo questo non si accorge di produrre l’effetto contrario. L’ultima cosa che sento di scrivere è che spesso anche i grandi artisti cadono nella rete del pescatore ma il pescatore altri non è che la loro umana vanità che a volte li imprigiona in povere tristissime trame.

(immagine di 2013-2014 GuilleZeus)