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di Michele Schiavoni

“E’ per questo che noi crediamo ad un mondo nuovo. E’ la profezia dell’Architettura.”
Questa frase dà il titolo alla conferenza, “Profezia dell’Architettura”, che Edoardo Persico tiene a Torino, il 21 Gennaio del 1935, appena un anno prima di morire per motivi tuttora poco chiari.

Con essa ci si inseriva a pieno titolo nell’idea di architettura in grado di cambiare il mondo: soffiava sull’Europa di inizio XX secolo questo grido, figlio delle idee dei due grandi maestri del Movimento Moderno, Walter Gropius e Le Corbusier, predicazione che influenzava in maniera inequivocabile l’attività artistica e teorica dei giovani professionisti italiani, da Terragni a Pagano, arrivando sino, appunto, ad Edoardo Persico.
Ma oggi, a quasi ottant’anni dalla conferenza di Torino, ci rendiamo conto che l’architettura non può e non potrà mai da sola dare vita ad un mondo nuovo: essa è estremamente legata a tutta una serie di attività del fare umano, non ultima la politica, e solo attraverso la cooperazione può concretamente apportare un miglioramento alla società.

La profezia di Persico, figlia della predicazione perentoria di Gropius e Le Corbusier e delle ideologie di inizio XX secolo, non si è quindi mai avverata.
Per avere un ruolo identificativo e di rilievo all’interno della collettività, l’architettura deve perciò liberarsi da ogni tipo di ideologia, sia essa politica, culturale o di qualsiasi altra forma, muovendosi logicamente sempre all’interno di un tracciato di legalità ed etica.

L’ideologia dei regimi totalitari tra le due guerre (fascismo, nazismo, comunismo), ha dato vita ad un’architettura “di rappresentanza”, che aveva come unico fine l’esaltazione delle dittature al potere a scapito della qualità, e soprattutto non prendendo minimamente in considerazione le reali necessità della società.
D’altro canto il pensiero dei maestri, che aveva come fine quello di cambiare il mondo, a volte rischiava di perdere di vista il mondo concreto, concentrandosi sull’architettura come forma d’arte in se stessa.

Il concetto di architettura libera dalle ideologie ci rimanda alla Chiesa di Consalvi a Macerata, capolavoro progettato da Alfredo Lambertucci nel 1953. Spesso quest’opera viene erroneamente definita esempio di architettura neorealista.
Il Neorealismo architettonico prende piede a partire dalla seconda metà degli anni ‘40, recuperando all’interno del dibattito che si era innescato tra le due guerre le istanze etiche e morali che caratterizzavano le riflessioni di Edoardo Persico e Giuseppe Pagano.
A questo linguaggio sono iscrivibili opere come il quartiere Tiburtino di Roma, o il quartiere La Martella a Matera, esempi in cui lavorarono, diversi professionisti dell’epoca.
La finalità del Neorealismo è quello di esaltare, attraverso architetture volutamente povere, le classi meno abbienti, i poveri, gli ultimi, ma questo atteggiamento (ideologico) si rileverà ben presto fallimentare, una sorta di “auto castrazione preventiva” priva di possibili sviluppi futuri.

Manfredo Tafuri, uno dei più importanti storici italiani del dopoguerra in “Storia dell’Architettura italiana 1944-1985” afferma: “Gli intellettuali -si parla degli architetti aderenti al Neorealismo- prendendo una posizione scelsero di identificare il loro destino con quello delle classi venute improvvisamente alla ribalta, ricche di un passato da perdenti, eppure intriso di valori. Poco importava se l’adesione somigliava troppo ad un bagno catartico, se l’esplorazione di quelle tradizioni nascondeva un masochistico bisogno di identificarsi con gli sconfitti”.

L’affermazione di Tafuri mostra come l’Architettura non può permettersi di assumere un ruolo che sia narrativo, cioè raccontare un evento, identificarsi in esso o addirittura parteggiare per qualcuno al suo interno. Questo può essere permesso, per certi versi, ad altre forme del fare umano, dalla letteratura, alla poesia, al cinema, arrivando alla pittura e alla fotografia, ma non all’architettura, che invece ha il compito di sopperire, magari silenziosamente, alle necessità di questo spaccato della società senza inseguire ideologie di nessun genere.
E’ per questo motivo che il cinema italiano neorealista è stato esempio di grande spessore a livello mondiale, mentre l’architettura neorealista ha rappresentato uno dei momenti più controversi del ‘900, per ciò che riguarda l’arte del costruire italiana.

Tornando dunque alla Chiesa di Consalvi essa non è neorealista, sebbene i materiali usati per costruirla siano estremamente poveri e ci si rivolga ad uno spezzone di società non certo ricca. Consalvi non è neorealista in quanto l’architetto che la immagina non ha nessuna intenzione di narrare o esaltare lo stato povero e modesto dei contadini che animavano la piccola comunità maceratese. Lambertucci di fronte ad una scarsa disponibilità economica si impegna al fine di dare una risposta concreta ad un bisogno primario della collettività, cercando di elaborare un progetto che si integri perfettamente nell’ambiente rurale in cui si trova ad operare, inverando così ciò che Louis Khan definisce il potere di prevedere dell’architetto, ossia la capacità di dar vita ad un oggetto architettonico che appare ai nostri occhi come sempre esistito in un determinato luogo.
La Chiesa di Consalvi di Alfredo Lambertucci non è iscrivibile all’interno del linguaggio Neorealista in quanto essa nasce libera da ogni forma di ideologia. Questa libertà dalle ideologie è tuttora l’unica vera possibile Profezia dell’Architettura.

in foto: Villaggio rurale La Martella, progettato dall’architetto Federico Gorio insieme a Ludovico Quaroni, Piero Maria Lugli, Luigi Agati, Michele Valori, Matera 1952. Prospettiva. (Accademia nazionale di San Luca, Fondo Federico Gorio).