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di Ilaria Piampiani

“Ora, cos’è importante nel problema dell’accessibilità agli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi.” – Umberto Eco –

Fiumi d’inchiostro sono stati scritti sull’importanza delle biblioteche, della loro esistenza, di come debbano essere preservate e adeguatamente inserite nel metamorfico e incostante tessuto urbano di paesi, città e metropoli. Esse sono, per dirla con una parola piuttosto imponente, essenziali! Essenziale è l’affermare la possibilità di un cittadino di entrare liberamente in un edificio pubblico, piccolo o grande che sia, nel quale sedersi, passeggiare tra gli scaffali, lasciarsi attrarre da un titolo, da una copertina inattesa e decidere di intraprendere una lettura che molto potrebbe aggiungere alla sua vita, nuove avventure, una speranza, ricordi altrui. Come si potrà già ben notare da queste mie prime righe, non ci sarà nulla di “marinettiano” in questo scritto, bensì la personale e beffarda affermazione che il futuro risieda nella polvere che si posa sulle scrivanie o tra le pagine ingiallite di vecchie edizioni, più o meno preziose, di un best seller o di un’enciclopedia.
Molto spesso nel cuore di una biblioteca può anche capitare, per una combinazione di passione, pazienza e maestria, di imbattersi in qualcosa di prezioso come, ad esempio, nel terzo manoscritto autografo dell’Infinito leopardiano e di questa meravigliosa storia parleremo.

Proprio così! Lo stupore, l’emozione e magari la prudente incredulità iniziale, lasciano il posto alla realtà di un ritrovamento che pone nuovo fascino su quella che è una delle più belle, lette e apprezzate poesie della letteratura italiana, istantanea del nostro territorio e di quell’Io eccezionale che vi si è rispecchiato e continua a farlo, immortale, nella solitudine e nel silenzio di un dolce naufragio. La scoperta ha origine in provincia di Macerata a Cingoli, comune soprannominato “balcone delle Marche” a sottolinearne la privilegiata panoramica. Il manoscritto era conservato nella Biblioteca comunale Ascariana ed è stato portato alla luce da Luca Pernici, direttore delle civiche istituzioni culturali di Cingoli, nonché direttore della biblioteca stessa. Impegnatosi particolarmente nella ricerca volta alla fondamentale attività di recupero e tutela del patrimonio storico di Cingoli e provincia, oltre che alla sua meritata diffusione, Pernici ha potuto effettuare la prestigiosa scoperta proprio grazie a questa sua attività di catalogazione, spulciando una parte del fondo Servanzi Collio, famiglia di San Severino imparentata coi Leopardi, compresa in un archivio di un collezionista la cui identità rimane anonima.

Tra “emozione, meraviglia e incredulità”, il direttore della Biblioteca comunale Ascariana si ritrova dinanzi un caso a dir poco eccezionale, una nuova copia autografa dell’idillio di cui si hanno già due manoscritti certificati, uno conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, l’altro al Comune di Visso. Ovviamente l’entusiasmo non ha offuscato la prudenza attraverso la quale Pernici, in collaborazione con Filippo Mignini, direttore della facoltà di Lettere dell’Università di Macerata e la professoressa Laura Melosi, ha voluto sottoporre il testo all’attenzione e all’esame di eminenti esperti, tra Roma e Napoli, per poi confrontarsi con l’autorevole esperienza di Marcello Andria, eccellente conoscitore delle carte napoletane. Dopo aver escluso, dunque, il ricalco, essendo differente la grandezza dei caratteri e lo specchio di scrittura tra le copie presenti, e avendo accertato l’autenticità della filigrana e dell’ inchiostro, si può ben affermare tecnicamente che il testo proveniente da Cingoli sia un testimone descriptus dell’ Infinito, collocabile nel 1821-22, cioè tra i due sopracitati.

La docente Melosi avanza l’ipotesi secondo la quale Leopardi possa aver realizzato una copia di sicurezza della poesia prima della sua partenza per Roma dove avrebbe portato con sé tutta la sua produzione di Idilli, correndo il rischio di perderli. Quindi si avanzerebbe l’idea di un Leopardi prudente e copista di se stesso, che avrebbe volutamente conservato a Recanati delle trascrizioni per così dire di “sicurezza”. Sempre rimanendo cautamente entro i confini della probabilità, la Melosi affronta l’intricata questione dell’allontanamento del manoscritto dalla dimora recanatese nel saggio presente nella Rassegna della Letteratura Italiana in uscita a giugno, in cui viene rintracciata un’eventuale storia degli spostamenti cui il testimone è stato sottoposto, tra vicende familiari ed elargizioni di preziosi cimeli.

Una scoperta, quindi, inattesa ed emozionante, che trova il merito nella tenace curiosità di chi si appassiona alla ricerca credendo che molto ancora ci sia da portare alla luce, con pazienza e magistrale competenza. Probabilmente altri “tesori” nascosti attendono silenziosi tra gli scaffali di una biblioteca, che sia essa in un timido borgo di campagna o immersa nell’intricata realtà metropolitana. Forse i nostri poeti ci hanno lasciato più di quello che possiamo trovare in una qualsiasi antologia, forse molte delle loro parole vengono sussurrate da carte “infinite”, sgualcite dal tempo e impreziosite dalla segretezza in cui giacciono, dormienti e inconsapevolemte attese dai posteri.

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